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I reperti archeologici coperti da un parcheggio

CROTONE Che i reperti archeologici non costituiscano una priorità nell’agenda di governo e amministrazioni regionali, è più che un dato di fatto. Ma, che si decida di “occultare” uno dei più import…

Pubblicato il: 14/01/2015 – 16:26
I reperti archeologici coperti da un parcheggio

CROTONE Che i reperti archeologici non costituiscano una priorità nell’agenda di governo e amministrazioni regionali, è più che un dato di fatto. Ma, che si decida di “occultare” uno dei più importanti siti calabresi a favore di un «parcheggio» e di una tettoia, con tutti i rischi connessi all’opera di realizzazione, è tutt’altra storia.
Su questo, cioè sul progetto “Spa 2.4 Capocolonna”, hanno manifestato forti perplessità i parlamentari pentastellati Paolo Parentela, Nicola Morra, Dalila Nesci e la parlamentare europea Laura Ferrara, che hanno sollecitato l’intervento del ministro per i Beni e le attività culturali Dario Franceschini, chiedendo un sopralluogo e, eventualmente, lo stop immediato dei lavori in attesa di verifiche più approfondite.
Dopo l’appello, finora inascoltato, sono arrivate, nell’ordine, l’interrogazione parlamentare di Paolo Parentela e di Dalila Nesci di venerdì scorso e, sabato, il sopralluogo sul sito, dove sarebbero stati già appurati «danni concreti», ha riferito Parentela, ad almeno una parte del sito archeologico.
Da Franceschini, però, nessuna risposta e nessuna presa di posizione ufficiale. A sollecitarne una sarebbe arrivata anche la telefonata del ministro agli Affari regionali Maria Carmela Lanzetta e, solo dopo, una dell’interessato, che avrebbe tentato un timido contatto con la direttrice del sito archeologico che però, almeno finora, non ha avuto ripercussioni visibili sulla vicenda.
Le colate di cemento, intanto, avanzano inesorabili, e per fermarle non basta il presidio fisso di attivisti del Movimento cinque stelle, associazioni ( “Gettini di Vitalba” e “Sette soli”) e cittadini, che non vogliono vedersi portare via la bellezza dell’area cara a Hera Lacinia.

 

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Il PROGETTO DI “RECUPERO”
Il progetto avviato lo scorso luglio, in particolare, è inserito nell’ambito dell’intervento denominato “Spa 2.4 Capocolonna” volto, almeno negli intenti, a far conoscere ulteriormente la realtà archeologica, e a metterne in sicurezza le strutture riportate alla luce. Il costo, sostenuto per mezzo di fondi Fas, è di 2 milioni e mezzo di euro. Il parcheggio che nascerebbe nell’area antistante la chiesa di Santa Maria di Capo Colonna, insomma, potrebbe fungere da copertura, e preservare nel tempo i reperti cui non è stata trovata collocazione. Una soluzione, questa, spesso adottata in ambito conservativo, ma che in genere prevede la copertura con strati di terra e terriccio al fine di preservare le scoperte in attesi di tempi migliori, che coincidono con quelli in cui c’è maggiore disponibilità di fondi e, dunque, di “speranze” di una degna collocazione in musei dotati di teche climatizzate e di tutta la strumentazione tecnica. Anche in questo caso, però, Parentela solleva dei dubbi: «Le scoperte fatte di recente nell’area – ha specificato – anziché essere segnalate a chi di competenza e destinate a interventi conservativi, sono stati esposti ai pericoli connessi al progetto», che sono soprattutto quelli relativi alle «trivellazioni – ha detto ancora il deputato – che già hanno arrecato seri danni al sito». A “cadere” per prima sarebbe stata la zona adiacente alla casa termale, dove sono state, ha detto Parentela reduce dal sopralluogo, «perforazioni di ben otto metri, che hanno causato e stanno per causare ulteriori danni ai mosaici, e che servono a favorire la costruzione di una tettoia che, a conti fatti, è anche squallida da vedere».
Difficile pensare, poi, a una futura opera di “distruzione” del parcheggio per permettere di recuperare i reperti, soprattutto quando, per foraggiarlo, sono stati spesi vari milioni.

 

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«INTERVENTI ADATTI A UN CENTRO COMMERCIALE»
Sarebbe poi già iniziato lo scavo, secondo l’interrogazione presentata da Parentela e Nesci «meccanico e mediante trivellazione profonda», degli “scassi” che serviranno al posizionamento di sei plinti di calcestruzzo su pali metallici, che serviranno ad ancorare al suolo la copertura in acciaio, lunga circa 21 metri e larga circa 10, con cui dovrebbero essere “protette” le due stanze dell’edificio delle terme romane del I secolo avanti Cristo dotate di pavimento a mosaico. «Tale soluzione tecnica – scrivono ancora i due deputati pentastellati – appare sovradimensionata, invasiva e potenzialmente dannosa, sia in considerazione delle dimensioni dei sei plinti, sia perché impone l’esecuzione di trivellazioni della roccia spinte sino a -8,30 metri dalla superficie, svolte a Est a pochi centimetri dal muro perimetrale corrispondente dei due vani (già realizzate) e a Ovest dentro l’edificio stesso (da realizzare). A questo si aggiungerebbe, poi che la copertura, rilevano ancora Parentela e Nesci, «ancorata a plinti inutilmente possenti, è appena sufficiente a sovrapporsi alle due stanze con pavimentazione musiva, al punto da potersi già figurare che sul versante Nord, il più esposto alle intemperie invernali, il cosiddetto mosaico di Paolo Orsi, prezioso e delicatissimo, scoperto nel 1910 e «ritrovato» solo nel 2003, sarà raggiunto agevolmente da pioggia e vento nonostante la prevista protezione». In parole povere, la copertura non avrebbe per gli interessati nessun effetto di sorta sulla pavimentazione e sui mosaici, esposti – esattamente come prima dell’intervento – alle intemperie climatiche. «Al momento, inoltre, il progetto SPA 2.4 non prevede interventi di consolidamento e restauro degli intonaci di rivestimento delle pareti e delle pavimentazioni del balneum, deteriorati da dieci anni di esposizione all’aria aperta e mancata manutenzione, oltre che, si teme, dalle trivellazioni suddette, pertanto è molto probabile che l’installazione della contestata copertura, non sarà seguita immediatamente dalla restituzione dei mosaici alla fruibilità pubblica – l’obiettivo dichiarato – mentre la copertura stessa deturperà da subito l’edificio termale, sposandosi tuttavia alla perfezione con la pavimentazione del vicino piazzale, perché entrambe sono concepite come strutture di servizio adatte, ad esempio, ad un centro commerciale, ma non certo a un parco archeologico».

 

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A RISCHIO I RESTI DELL’ABITATO ROMANO E IL “FORO”
In conclusione, i deputati pentastellati hanno chiesto quindi al ministro interrogato se sia «a conoscenza dei fatti esposti in premessa; se reputi congruo che l’area antistante la chiesa di Capo Colonna, nel cuore dell’abitato romano superstite, venga occupata da un parcheggio, e se sia in grado di riferire circa la effettiva ricopertura dei resti di costruzioni monumentali attribuibili a uno spazio pubblico, forse il foro della colonia romana, emerse durante gli scavi preliminari condotti tra settembre e dicembre 2014. Se, soprattutto, non ritenga doveroso porre in essere le opportune iniziative anche ispettive di propria competenza, volte a vigilare, verificare ed eventualmente impedire ogni evidenza di deterioramento eventualmente causato da vibrazioni e da interventi maldestri svolti all’interno dell’edificio termale del parco archeologico di Capo Colonna. Se non reputi opportuno, a seguito di tali iniziative, provvedere affinché si pervenga ad una rimodul
azione del progetto, che tenga conto della tutela e della valorizzazione dell’area archeologica, dell’integrità del paesaggio, anche attraverso il superamento dell’utilizzo di scelte tecniche obsolete e inadeguate quali quelle attuali». Quesiti che, almeno formalmente, non hanno trovato risposta, sena contare che, nonostante i danni che sarebbero stati rilevati in sede del sopralluogo dei parlamentari pentastellati, «allo stato attuale i tecnici coinvolti non intendono rimodulare la progettazione in modo – riportano, concludendo, gli interessati – da tenere conto dei dati emersi, e valorizzando le importanti novità che sono venute alla luce». 

 

Zaira Bartucca
z.bartucca@corrierecal.it

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