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Uniti nella lotta

Gli sviluppi della vasta indagine denominata “Roma Capitale”, o “Mondo di sotto”, consentono di ritenere ormai pacifico il collegamento tra gli ex-appartenenti alla destra eversiva e criminale, e i…

Pubblicato il: 30/01/2015 – 12:28

Gli sviluppi della vasta indagine denominata “Roma Capitale”, o “Mondo di sotto”, consentono di ritenere ormai pacifico il collegamento tra gli ex-appartenenti alla destra eversiva e criminale, e i loro sodali nell’attività di accaparramento delle risorse comunali di quella città, con gli esponenti della ‘ndrangheta presenti a Roma sin dagli anni 70. I dubbi e le ironie circa l’assenza di caratteristica mafiosa di quella vasta e articolata associazione criminale, espressi da numerosi commentatori giornalistici e televisivi, devono arrendersi di fronte alla realtà. L’errore di valutazione, quando non vi sia la preordinata intenzione di leggere in chiave pregiudizialmente critica ogni iniziativa giudiziaria, è dovuto all’idea che vi sia un modello mafioso unico, standardizzato, e immutabile, a prescindere dalla realtà geografica, dal contesto ambientale, in cui opera.
Errore gravissimo, se si pone mente alla particolarissima varietà territoriale, economica, culturale, sociale, del nostro Paese, varietà che, se da una parte lo rende attraente per la molteplicità della sua offerta culturale e artistica, dall’altra impone di adottare moduli di intervento flessibili, rapportati alle singolarità di ciascuna evidenza criminale di tipo mafioso. Così come il contrasto alla camorra richiede tipologie di intervento diverse da quelle storicamente applicate in Sicilia o in Calabria, così deve dirsi per i diversi e sempre più numerosi contesti territoriali caratterizzati ormai da presenze mafiose di vario genere, nazionali ed extranazionali. Per tornare al punto di partenza, è interessante ricordare come la particolare e stretta sinergia tra ’ndrangheta e destra eversiva, risalente come agli anni della strategia della tensione, aveva come collante non solo e non tanto interessi di tipo criminale in senso stretto, ma, almeno in quella fase, la comune ideologia eversiva. Potrà sembrare strano che si attribuisca a una consorteria mafiosa un’ideologia e una scelta politica, quando ci siamo sempre sentiti ripetere che le mafie non hanno preferenze partitiche e ideologiche essendo pronte e disponibili a trattare con chiunque detenga il potere a livello nazionale o locale, pur di raggiungere i propri scopi di profitto economico.
La verità è che i due aspetti non sono incompatibili tra loro, dal momento che i rapporti con la politica, imprescindibili per ogni organizzazione mafiosa, non escludono che le mafie possano avere, anzi abbiano, una propria ideologia, una propria visione politica e che, nei limiti delle possibilità, cerchino di realizzarla. Nella saggistica sulle mafie è raro rinvenire una ricerca su questo aspetto, che assume invece particolare importanza per comprendere la dimensione non solo criminale in senso stretto delle mafie, ma anche quella eversiva, latente ma non assente, come la recente storia del nostro Paese ci ha tristemente dimostrato. Quando infatti il progetto eversivo è divenuto programma politico, le mafie, e la ’ndrangheta per prima tra di esse, hanno di buon grado partecipato. Si fa riferimento al decennio degli anni di piombo, gli anni 70 del secolo scorso, quelli della strategia della tensione, dei ripetuti tentativi di colpo di stato e dell’omicidio di Aldo Moro, e ai primi anni degli anni 90, quelli delle stragi del 1992-93, delle leghe separatiste. In estrema sintesi, si può affermare che i progetti politici delle mafie sono stati quelli (lo sono ancora?) dell’eversione dell’ordine democratico e del separatismo delle regioni meridionali dal resto del Paese.
Quando poi il potere politico e amministrativo con il quale si dialoga ha i medesimi connotati ideologici allora il rapporto diviene, da ambo i lati, privilegiato e particolarmente intenso. È quello che è avvenuto nella Capitale e, in maniera analoga, nella nostra città, certo con le dovute differenze di metodo, ma con analoghi risultati se è vero che il consiglio comunale di Reggio è stato sciolto per infiltrazioni mafiose e quello di Roma corre analogo rischio, anche se, come ho già avuto modo di anticipare, una misura di tal genere non sarà mai adottata per gli enormi risvolti politici e di immagine che essa produrrebbe anche a livello internazionale. L’operazione condotta dalla Procura dell’Aquila, a carico di una ventina di personaggi della destra eversiva, che, disponendo di armi, progettavano omicidi e attentati, deve fare riflettere che i pericoli di pulsioni eversive, a prescindere dalla loro effettiva pericolosità, sono sempre dietro l’angolo e ancora di più possono emergere in un contesto temporale come quello odierno, caratterizzato, all’esterno da un’ondata senza precedenti di terrorismo di matrice islamica, che investe l’Europa, e, all’interno, da incertezze politiche proprio sul tema della sicurezza e della giustizia. Occorre dire con forza che così come non deve essere consentito alcun cedimento ai principi della democrazia e dello stato di diritto nel contrasto a mafie e terrorismo, deve tuttavia essere recuperata piena efficienza alla repressione giudiziaria attraverso la effettività della pena e la celerità del processo. La mancata riforma della prescrizione non va certo in tale direzione, dal momento che equivale a una depenalizzazione non dichiarata e mai votata, di intere categorie di reati, tra i quali si citano evasione fiscale, falso in bilancio e corruzione come esempi emblematici del contrasto tra la politica degli annunci e quella reale.
L’estensione dei benefici penitenziari a reati puniti sino a quattro anni di reclusione annulla l’effettività della pena a categorie di reati non privi di gravità, tanto da rendere condivisibile l’affermazione di «inizio pena mai», che sembra caratterizzare l’attuale politica della giustizia. Il ricorrente ritornello «ce lo chiede l’Europa» è in realtà un comodo pretesto, invocato senza fondamento, per coprire scelte politiche altrimenti improponibili (per esempio in tema di responsabilità civile dei giudici o di svuotamento delle carceri), mentre analogo richiamo, questo sì concreto, sembra non giungere alle orecchie di parlamento e di governo proprio in materie come prescrizione, corruzione, evasione fiscale. L’anno che si apre dovrà dare dunque risposte concrete ai temi di mafia e terrorismo, pericoli reali per il Paese e la democrazia, rispetto ai quali non possono essere invocate né compatibilità con oscuri patti riformatori, né convenienze elettorali. L’unico motivo ispiratore dovrà essere la difesa della democrazia nel rispetto della Costituzione. Ed è questo il compito al quale sarà chiamato il nuovo Capo dello Stato.

 

*Magistrato

 

 

 

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