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I beni confiscati e le proposte di Gratteri

L’occasione è ghiotta: la commissione parlamentare Antimafia convoca esperti e addetti ai lavori per un seminario di studi sulla “Riforma del codice antimafia”. La presidente, Rosi Bindi, per un’in…

Pubblicato il: 19/02/2015 – 10:32
I beni confiscati e le proposte di Gratteri

L’occasione è ghiotta: la commissione parlamentare Antimafia convoca esperti e addetti ai lavori per un seminario di studi sulla “Riforma del codice antimafia”. La presidente, Rosi Bindi, per un’intera giornata mette a confronto politici (Donatella Ferranti, presidente commissione giustizia della Camera; Felice Casson, vicepresidente commissione giustizia del Senato; Luigi Casero, viceministro dell’economia); magistrati, docenti universitari e rappresentanti del mondo sindacale, bancario e confindustriale.

L’intera sessione pomeridiana è dedicata al lavoro che la “Commissione Gratteri”, incaricata dal governo Renzi di «elaborare proposte normative in tema di lotta,anche patrimoniale alla criminalità mafiosa», ha appena avviato a conclusione con la consegna di una articolata relazione a Matteo Renzi.
Occasione ghiotta, dunque, per affrontare un nodo sul quale molte anticipazioni, in gran parte inesatte, sono corse in queste settimane. Il riferimento è alla modifica della norma sul lavoro dell’Agenzia per i beni sequestrati e il loro riutilizzo.
Nicola Gratteri non le manda a dire: «solo di recente si è compresa l’importanza – esordisce – di rimettere in un circuito legale i proventi di origine illegale una volta che lo Stato se ne sia appropriato definitivamente. Si tratta di capitali che non solo devono concorrere alla ripresa economica del Paese, ma soprattutto devono favorire la rinascita di un sistema imprenditoriale legale. Ad oggi risulta che in Italia sono in attesa di destinazione definitiva beni per un valore pari a 2-3 miliardi di euro. Tuttavia l’Agenzia nazionale preposta all’amministrazione diretta di tali beni e alla programmazione della loro futura destinazione, pur atteggiandosi come la frontiera più avanzata di un modello organizzativo, presenta non poche criticità che, di fatto, hanno frustrato l’obiettivo della sua istituzione».
Se non è una stroncatura poco ci manca ma fonda su basi solide: «Basti pensare all’azzeramento – per lo più “automatico” – del valore economico delle aziende e dei beni immobili all’indomani dei provvedimenti di sequestro». Servono, dunque, «modifiche incidenti per lo più sulla gestione e destinazione di tali beni, al fine di renderne possibile una reale ed effettiva utilizzazione, stroncando gli effetti negativi che la prassi ha registrato».
Ed ancora: «Il fallimento –sottolinea Gratteri – è sotto gli occhi di tutti. Dai dati acquisiti ed esaminati emerge che il numero dei beni sequestrati e confiscati è pari a 12.944 di cui 1.707 aziende. Ebbene, solo per fare un esempio, è stato stimato che ad oggi falliscono (o sono poste in liquidazione ovvero sono cancellate perché prive di beni) più del novanta per cento delle attività produttive interessate da provvedimento di sequestro seguito da confisca definitiva, in ragione di diverse criticità riscontrabili dal momento in cui l’azienda è sottratta all’organizzazione criminale. In definitiva la disciplina vigente, di fatto, riesce solo a sottrarre i beni alle associazioni criminali, non consente invece di arrivare al loro riutilizzo a fini istituzionali o sociali».
Allo stato, «l’applicazione della misura patrimoniale comporta criticità sul piano dei rapporti con gli istituti di credito, con i fornitori dell’azienda, con i clienti, con i dipendenti, che si trovano a doversi relazionare con un soggetto diverso, individuato nell’autorità statuale chiamata a garantire la prosecuzione dell’attività economica riportando l’azienda sul terreno della legalità. Lo Stato appare, agli occhi della collettività, come incapace non solo di garantire un proficuo utilizzo dei beni ma, addirittura, di provvedere anche solo la loro conservazione».
Colpa della norma, certo, ma anche dei protagonisti, a cominciare dagli amministratori giudiziari dei quali la “Commissione Gratteri” propone un diverso reclutamento insieme alla modifica delle attuali regole per «la nomina e alla revoca dell’amministratore giudiziario, al fine di fissare criteri generali in ordine alla scelta dello stesso, stabilendo che della loro concreta applicazione nei singoli casi si debba dar conto nel provvedimento motivato del Tribunale che conferisce l’incarico».
E qui siamo alla seconda modifica proposta dalla Commissione per «evitare criteri e meccanismi di selezione rigidi e inadeguati alle specifiche esigenze di ciascuna procedura e rendere al contempo trasparenti e verificabili le scelte degli uffici giudiziari. Al fine di consentire un vaglio su possibili profili d’ incompatibilità, sia per la natura sia per la mole degli incarichi in corso di esecuzione». A seguire una serie di obblighi per l’amministratore giudiziario chiamato a depositare, entro 30 giorni, un primo documento «per prospettare, nella immediatezza, la possibilità di prosecuzione o sospensione della attività economica. All’ amministratore si fa carico anche di verificare se e quali organizzazioni sindacali siano presenti nell’azienda e ne sente il parere sul programma di prosecuzione da proporre al Tribunale. Anche in tal caso, il mancato rispetto dei termini di deposito, comporta la possibilità di revoca dall’incarico».
Anche l’Agenzia, secondo Gratteri, deve rivedere il suo ruolo arrivando a «un maggior coinvolgimento sin dalla fase del sequestro, nella valutazione dello stato dei beni e nell’elaborazione di strategie per la loro ottimale amministrazione e destinazione». E sempre l’Agenzia dovrà garantire «un’efficiente sistema di pubblicizzazione dei beni – sin dalla fase del sequestro – che ne agevoli l’effettiva verifica della possibilità di utilizzo a fini istituzionali o sociali». Anche attraverso «messaggi d’ interesse pubblico nel palinsesto dei programmi della società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo». Anche per questo, la riforma proposta dalla “Commissione Gratteri”, nel ridisegnare ruoli e compiti dell’Agenzia stessa «venga posta sotto la vigilanza della presidenza del Consiglio al fine di rendere più efficace il coordinamento delle attività che coinvolgono la partecipazione di più istituzioni e che riguardano tutto il territorio nazionale».
Infine si propone di modificare il profilo del direttore dell’Agenzia e la composizione del consiglio direttivo. Non più prefetti, ma manager. Prescrivendo che il direttore sia scelto tra esperti nella gestione di beni/aziende private o di settori pubblici complessi». Mentre nel direttivo andranno solo «esperti in materia di gestioni aziendali e patrimoniali, nonché in materia di progetti di finanziamento europei e nazionali, designati di concerto dal ministro dello Sviluppo economico e dal ministro dell’Economia». Alta specializzazione che viene introdotta anche con riferimento all’apparato giudiziario, prevedendo che l’autorità giudiziaria deputata a decidere sia individuata in «sezioni specializzate, esclusivamente presso i Tribunali del capoluogo del distretto di corte di appello». E giusto per non smentire la sua fama di pessimo diplomatico, Nicola Gratteri sottolinea, nell’illustrare in commissione Antimafia le proposte della sua Commissione in materia di beni sequestrati, che «quanto rappresentato costituisce la risposta all’esperienza maturata in questi anni che ha reso evidente come, in determinati casi, il porre al vertice della gestione un solo giudice, sprovvisto di specifiche competenze, abbia di fatto lasciato campo aperto alla gestione, a volte mala gestio, degli amministratori».

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