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GIUSTIZIA NEL MIRINO | La sicurezza latita nei tribunali calabresi

Biiiiiiiiip, il metal detector messo a guardia di uno degli accessi al palazzo di giustizia suona. La macchina segna due stelline, che equivalgono a un cellulare, un orologio o un’arma bianca. Il v…

Pubblicato il: 10/04/2015 – 8:33
GIUSTIZIA NEL MIRINO | La sicurezza latita nei tribunali calabresi

Biiiiiiiiip, il metal detector messo a guardia di uno degli accessi al palazzo di giustizia suona. La macchina segna due stelline, che equivalgono a un cellulare, un orologio o un’arma bianca. Il vigilante alza gli occhi e riconosce uno dei tanti legali che quotidianamente frequenta il Cedir. «Per oggi passate, avvocato. Ma da domani, qui sicuro cambia tutto».

L’INCUBO DI MILANO FA PAURA ANCHE A REGGIO
Sono da poco passate le undici al palazzo di giustizia di Reggio Calabria. Nelle torri del centro direzionale che lo ospitano da tempo immemore, il via vai è quello di sempre di un giorno feriale. Avvocati, praticanti, imputati, pm, cancellieri, scorte. In pochi, approfittando del week end di Pasqua, sono partiti. I più affollano i corridoi e le aule in attesa che la propri udienza venga chiamata, qualcuno legge gli atti, altri si dividono fra i vari capannelli di umanità che si consuma fra i corridoi sporchi del Cedir. Poi da Milano arriva la notizia che lascia tutti gelati e come di rado accade vede pm, legali e giudici unanimemente sconcertati. «Hanno sparato a un giudice al tribunale di Milano». «È morto anche un avvocato». «E un imputato pure». Le voci si rincorrono, inizialmente i contorni della notizia non sono chiari. Nel giro di poco però si viene a sapere che l’immobiliarista Claudio Giardiello, imputato per bancarotta fraudolenta, ha scaricato la sua rabbia e la sua frustrazione a colpi di 7.65 contro il giudice Ferdinando Ciampi, il suo coimputato Giorgio Erba e il suo ex avvocato, Lorenzo Alberto Claris Appiani che contro di lui era stato chiamato a testimoniare. E questo basta a far venire a tutti i brividi. Perché se è vero che Giardiello è riuscito a entrare armato presentandosi all’ingresso riservato a magistrati, avvocati e forze dell’ordine presentando un falso tesserino, a Reggio forse questa premura non sarebbe stata nemmeno necessaria.

UN SUQ INCONTROLLABILE
Se le aule del gup sono rigidamente controllate, tanto da interdirne l’accesso – salvo espresso ordine – anche alla stampa, a presidiare i due ingressi alle aule di civile, del Tribunale collegiale e del giudice monocratico, ci sono due metal detector, controllati dai vigilantes di una compagnia di sicurezza privata, la Fullservice. Da qualche tempo, sono affiancati dai colleghi di un’altra compagnia, ma ugualmente i turni sono infiniti come le persone da controllare. Ogni giorno, a centinaia passano da quei metal detector per dirigersi alle aule o alla torre che ospita gli uffici. Avvocati, imputati, parenti di imputati, per non parlare dei detenuti ammanettati, che scortati dalla penitenziaria si dirigono alle aule o alle camere di sicurezza ai piani inferiori. Nelle ore di punta, il piano terra della torre 4 è un suq impossibile da controllare per le tre- quattro guardie giurate cui è delegato l’ingrato compito. Certo, i più sono facce note, ma di nessuno – neanche di quelli che entrano dalla torre 4 per dirigersi ai piani superiori, che ospitano gli uffici più diversi, dal gup, alla Procura al tribunale fallimentare – viene annotato il nome. Ogni piano, ovviamente, dispone – almeno in teoria – di un proprio servizio di vigilanza, ma già in passato qualcosa non ha funzionato.

ARCHIVI VIOLATI ED EFFRAZIONI
Non ci sono state vittime, ma a farne le spese potrebbero essere state – e al riguardo ancora la situazione non è chiara – delicatissime indagini. Nel marzo del 2013, poco prima che il procuratore capo Federico Cafiero de Raho si insediasse, al quinto piano di quella torre è stato violato l’archivio atti relativi. Pur di accedere, cercare e forse trovare atti e fascicoli bollenti, qualcuno ha forzato la porta di quella – almeno formalmente – blindatissima stanza in cui è custodito l’archivio dell’ex procuratore capo, Giuseppe Pignatone, per poi andare via senza curarsi di coprire le proprie tracce. E a due anni di distanza, di quell’effrazione non si sa ancora nulla. Non è chiaro se qualcuno abbia sottratto carte, o ancor peggio, se abbia adulterato il contenuto dei fascicoli, sostituendo pagine protocollate, con copie identiche e archiviate con i medesimi numeri, ma addolcite, mutilate, omissate. Non si sa se qualcuno, magari incaricato della sorveglianza di quel piano o quella stanza, sia o sia stato indagato.

QUEL PLICO INTERCETTATO
D’altra parte però, è vero anche che quando è messa nelle condizioni di farlo – al netto di tagli di organici, turni sfiancati e stipendi arretrati – la vigilanza ha dimostrato di saper fare il proprio lavoro. Proprio grazie al controllo attento delle guardie giurate, addette allo scanner dei pacchi postali indirizzati a giudici e magistrati, sempre nel marzo del 2013 è stato intercettato il plico contenente un proiettile di kalashnikov e due oggetti dal medesimo significato intimidatorio, indirizzato al pm Antonio De Bernardo e all’allora pg della Corte d’Appello di Reggio, oggi nel medesimo ruolo a Roma, Francesco Mollace.

FERREI CONTROLLI AL FORNO BUNKER
Qualche mese dopo, non tutto è andato liscio invece in aula bunker, dove un folle si è avvicinato in bicicletta, lasciando a una delle guardie giurate in servizio un cd-rom e un messaggio per il procuratore Lombardo: «Digli che glielo mandano gli amici degli amici», per poi dileguarsi subito dopo, senza che nessuno lo fermasse. Si trattava solo di uno squilibrato, non ha messo neanche un piede in aula bunker – dove i controlli sono ferrei, nessuno entra se non identificato e ai minori non viene consentito l’accesso neanche in occasione delle sentenze che riguardano i familiari – e grazie alle precise testimonianze e alle telecamere di sicurezza è stato subito identificato e acciuffato. Ma all’epoca aveva fatto discutere che si fosse allontanato indisturbato. Allo stesso modo, più volte hanno fatto discutere le condizioni strutturali dell’aula bunker che tale non è, se è vero che d’inverno ci piove dentro – una delle tre aule proprio per questo è inutilizzabile – e d’estate si trasforma in un vero e proprio forno, tanto da obbligare i Collegi a sospendere le udienze per le temperature africane. Caldo o freddo, gli uomini della polizia, cui spetta il coordinamento delle attività di vigilanza, carabinieri, chiamati a controllare le aule, e guardie giurate, stanno lì fin quando le udienze non terminano. E spesso si apre alle sette del mattino per finire solo a tarda sera.

CATANZARO, CRAVATTA PASSPARTOUT
La situazione non è certo migliore a Catanzaro, né al tribunale vecchio né a quello nuovo. «Basta una cravatta», dice chi lo frequenta,«e nessuno ti fa troppe domande all’ingresso. I metal detector ci sono, ma nonostante piangano di continuo segnalando la presenza di oggetti metallici, nessuno viene fermato, a nessuno viene chiesto di svuotare le tasche e tornare indietro, nessuno viene identificato all’ingresso. Certo, giudici e magistrati hanno un ingresso di servizio che permette loro di accedere all’edificio direttamente dal garage, ma per il resto le norme di sicurezza sembrano tutto fuorchè stringenti. Più severi sono i controlli in aula bunker, anche se l’edificio destinato alla celebrazione dei più importanti processi di mafia sembra tutto fuorché blindato. Nonostante si trovi all’interno del perimetro del carcere minorile, era ed è solo una vecchia palestra ricondizionata – a terra si apprezzano ancora le linee del campo di pallavolo – con porte di legno e pareti che reclamano manutenzione.

POCHI CONTROLLI ANCHE A COSENZA 
A Cosenza invece, ad uno degli ingressi il metal detector neanche c’è. Si tratta di quello formalmente riservato ad avvocati e forze dell’ordine,  ma nessuno dei vigilantes chiamati a presidiarlo chiede mai nulla. Certo, il tribunale di Cosenza è piccolo, si occupa solo di reati di ordinaria e mai – dicono i più – si sono verificati episodi che abbiano destato particolare all
arme. Almeno per adesso.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

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