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Sequestro da 150 milioni al "re della montagna"

REGGIO CALABRIA Villette, fabbricati, magazzini, appartamenti in Calabria come a Roma, centinaia e centinaia di ettari di terreni agricoli ma anche conti correnti, polizze, depositi titoli, per un …

Pubblicato il: 15/07/2015 – 5:59
Sequestro da 150 milioni al "re della montagna"

REGGIO CALABRIA Villette, fabbricati, magazzini, appartamenti in Calabria come a Roma, centinaia e centinaia di ettari di terreni agricoli ma anche conti correnti, polizze, depositi titoli, per un valore pari a “150 milioni di euro” approssimato per difetto. È questo il valore dell’impero di don Rocco Musolino passato oggi in mano allo stato grazie ad un provvedimento di confisca di prevenzione, che – spiega il procuratore capo della Dda di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho – “ha un grande significato non solo per la consistenza quantitativa dei beni, ma anche per la consistenza e il valore”.

 

IL RE SENZA CONDANNE Un obiettivo importante ma non semplice da raggiungere per la Dda reggina, che per decenni si è vista scivolare fra le dita il “re della montagna”. Coinvolto in procedimenti penali fin dai tempi di Olimpia – che lo ha visto condannato in primo grado e assolto in secondo- don Rocco Musolino è morto nel giugno scorso senza che nessuna condanna in via definitiva fosse mai riuscito a raggiungerlo. Sebbene le sue gesta siano state cantate persino nelle ballate di ‘ndrangheta – in primis quella composta per lui dal suo autista Stefano Morena, genero del boss Araniti – e i pentiti abbiano parlato di lui fin dagli anni Novanta, quando il “re della montagna” è morto nel suo letto, l’unica cosa che risultasse a suo carico era un rinvio a giudizio per esercizio abusivo del credito. Eppure in tanti, soprattutto dall’interno del mondo delle ‘ndrine, avevano spiegato in dettaglio quanto importante fosse stato il suo ruolo e quanto esteso il potere del “re della montagna”, rimasto tale nonostante la morte dei suoi “co-reggenti” – Francesco Serraino e Francesco Gioffrè, gli altri “saggi” che comandavano incontrastati tutto l’Aspromonte, dal versante jonico a quello tirrenico, e senza il cui consenso nessuna decisione importante poteva essere assunta – e il riassetto seguito alla seconda guerra di ‘ndrangheta.

 

STORIA DI UN “SAGGIO” SANGUINARIO Espressione delle ‘ndrine storiche che poco tolleravano l’atteggiamento rampante ed espansionista degli arcoti, all’epoca vincitori assoluti della prima guerra fra ‘ndrine e protagonisti della scena criminale reggina e non solo, Musolino è riuscito a sopravvivere anche all’accusa di aver permesso l’omicidio di Giorgio De Stefano, fratello di don Paolino, freddato in un agguato in contrada Acqua del Gallo, dove era previsto un summit – ha rivelato il pentito Giacomo Ubaldo Lauro – per «stabilire la spartizione dei lavori subentrati con la fine della prima guerra di mafia, in poche parole, dopo la morte di Antonio Macrì e Domenico Tripodo, bisognava verificare le alleanze e gli interessi dei locali usciti vincitori. I suddetti lavori consistevano nella realizzazione del quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, del raddoppio del binario Villa San Giovanni-Reggio Calabria, la Liquilchimica e le grandi officine meccaniche delle ferrovie». Un omicidio eccellente consumato sul territorio di don Rocco, che il re della montagna non ha pagato – secondo quanto racconta il pentito Paolo Iannò – grazie alla decisione di sacrificare il cognato, Giuseppe Surace, la cui testa sarebbe stata consegnata ai De Stefano a testimonianza dell’avvenuta esecuzione ordinata dallo stesso Musolino.

 

NUOVE INDAGINI DAL 2008 Anche per questo – secondo gli inquirenti – don Rocco negli anni si è guadagnato il ruolo di “saggio” che gli ha consentito di avere rapporti con i più potenti clan della provincia di Reggio: dai Serraino ai Nirta, dai Libri ai Condello, passando per gli Italiano, i De Stefano, i Tegano, gli Araniti, gli Imerti e gli Alvaro, dei quali è diventato «interlocutore illustre e privilegiato e sovente punto di riferimento per la risoluzione di delicate questioni». Tutti elementi messi insieme con precisione certosina dagli uomini dei Carabinieri e della Dia, che hanno ricostruito dal punto di vista criminale e patrimoniale la fortuna di Musolino, dimostrando inequivocabilmente come il suo impero non potesse che essere frutto di attività illecite. A dare slancio alle nuove indagini sul “re della montagna” è stato il tentato omicidio di cui è stato vittima nel 2008, quando è stato raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco mentre era in auto in compagnia dell’autista. Sebbene l’inchiesta non sia mai arrivata ad individuare i responsabili di quell’attentato, spiega il colonnello Michele Miulli, comandante del reparto operativo, «abbiamo scoperto che Musolino girava abitualmente armato», nonché i suoi personalissimi tentativi di identificare chi gli avesse sparato contro. «È in questa circostanza che si registra una visita a Mico Alvaro – aggiunge il capocentro della Dia, Scillia – durante la quale si ascolta Musolino dire “l’importante è che lo sappia tu”».

 

IMPRESA MAFIOSA E BEN “AMMANICATA” Un dettaglio che rivela molto della struttura e dei rapporti più segreti della ndrangheta reggina ma spiega anche come mai i giudici non abbiano potuto che considerare quella di Musolino come un’impresa mafiosa fin dalla nascita. «I dati acquisiti – si legge nel provvedimento del Tribunale – consentono, dunque, di affermare che l’intera storia imprenditoriale del Musolino, si è svolta grazie ai rapporti stabili e reciprocamente vantaggiosi dallo stesso cercati e abilmente coltivati con la locale criminalità organizzata, dando luogo ad una forma di contiguità stabile, pregnante ed altamente allarmante, che da un lato, ha determinato la fortuna imprenditoriale del Musolino, dall’altro ha consentito alla ‘ndrangheta di esercitare il controllo sulle attività economiche della zona e di lucrare attraverso le stesse». Ma a permettere a Musolino di costruire ed espandere per decenni il suo impero – spiega il procuratore capo Federico Cafiero de Raho – sono stati anche e soprattutto i suoi «rapporti con le istituzioni. La sua parabola ascendente inizia nell’86-’88 – sottolinea al riguardo il procuratore – quando riesce a ottenere oltre 3 miliardi dalla Regione Calabria».

 

IL CAPITALE SOCIALE DI DON ROCCO Indicato da più di un pentito come appartenente a un’importante loggia massonica, ex vicesindaco di Santo Stefano d’Aspromonte, in rapporti con personaggi del calibro del notaio Marrapodi e dell’onorevole Lodovico Ligato, ex potentissimo presidente delle Ferrovie dello Stato, ritenuto vicino al clan De Stefano, i cui castelli societari che negli anni Settanta rastrellano appalti e commesse e per questo ucciso. E poi medici, amministratori giudiziari, commercialisti, politici. Ma – hanno svelato i pentiti – proprio in virtù dei suoi contatti istituzionali, il “re della montagna” era anche l’uomo cui rivolgersi per “aggiustare processi”. «Personaggi come il Musolino Rocco, proprio perché presenti a un tempo nel vertice malavitoso ed in quello della massoneria coperta – sintetizzano gli inquirenti – hanno pilotato per decenni l’evoluzione criminale nella provincia reggina, avendo carisma necessario per affiancare Serraino Francesco in redditizie attività commerciali e prepotenti scalate delinquenziali e ancora per saldare stabili contiguità con uomini delle istituzioni attraverso i canali privilegiati che “fratelli” come il Marrapodi potevano loro impunemente assicurare». Tutti elementi che mai si è riusciti a convogliare in un giudizio penale contro Musolino, ma oggi pesano nel provvedimento che dispone la confisca del suo intero patrimonio. «La vicenda di Rocco Musolino costituisce l’esempio dell’aggressione ai patrimoni illecitamente acquisiti. Nonostante non ci sia un giudicato penale, il sistema normativo consente l’aggressione al patrimonio illecito, nella misura in cui gli strumenti di indagine permettono di ricostruirne la storia, anche risalente nel tempo, andando a olpire quella fascia di persone che riescono a sfuggire al processo penale». Un destino – annuncia Paci – che oggi potrebbe tocca
re a tanti che hanno flirtato più o meno assiduamente con i clan, ma sono comunque riusciti a sfuggire alle maglie della legge. «Questa vicenda non è l’unica su cui la Procura sta lavorando e dimostra come il modello di repressione penale e prevenzione patrimoniale sia lo strumento vincente nella lotta alle organizzazioni mafiose».

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

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