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Traffico di reperti archeologici: colpo al clan Mancuso

VIBO VALENTIA I carabinieri del nucleo “Tutela del patrimonio culturale” di Cosenza e del Ros di Catanzaro hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di diversi…

Pubblicato il: 20/07/2015 – 6:02
Traffico di reperti archeologici: colpo al clan Mancuso

VIBO VALENTIA I carabinieri del nucleo “Tutela del patrimonio culturale” di Cosenza e del Ros di Catanzaro hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di diversi appartenenti ad un’organizzazione criminale – diretta espressione della cosca di ‘ndrangheta del boss Pantaleone Mancuso, 68 anni, di Limbadi, detto “Vetrinetta” – dedita al traffico illecito di reperti archeologici trafugati dalle più importanti aree archeologiche della Calabria. In particolare l’operazione odierna, nata da un filone dell’inchiesta “Purgatorio”, vede la città di Vibo Valentia al centro delle indagini con i reperti archeologici che negli anni sarebbero stati trafugati dall’antica Hipponion di epoca greca, con veri tunnel sotterranei, profondi anche 30 metri, scavati dai “tombaroli” nel cuore della città. I reperti archeologici trafugati sarebbero stati piazzati sul mercato illegale, anche all’estero. Fra i finanziatori ed i partecipanti all’organizzazione, pure diversi vibonesi insospettabili e “colletti bianchi”. Numerose perquisizioni sono in corso nelle province di Vibo Valentia, Catanzaro, Reggio Calabria, Napoli, Avellino, Roma e Asti.
Nell’inchiesta è coinvolta anche una persona di nazionalità svizzera nota per essere, a sua volta, un trafficante internazionale di reperti archeologici. L’uomo, nel caso specifico, si sarebbe interessato a ritrovamenti effettuati in Calabria. Nel corso delle indagini è stata effettuata anche una rogatoria internazionale con la Procura di Thun (Berna) che ha portato ad una perquisizione nell’abitazione del trafficante svizzero. I reperti trovati nell’abitazione dell’uomo, che gli erano stati inviati direttamente dalla Calabria, sono stati sequestrati e riportati in Calabria. Durante le perquisizioni, che hanno riguardato diverse province italiane, sono stati trovati anche metal detector e altro materiale utilizzato dall’organizzazione criminale per la ricerca di reperti archeologici. L’inchiesta della Dda di Catanzaro nell’ambito della quale sono stati effettuati gli arresti è stata coordinata dai due procuratori aggiunti, Vincenzo Luberto e Giovanni Bombardieri, e dal sostituto Camillo Falvo.

 

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«UNA VERA E PROPRIA RAZZIA» Il materiale archeologico illecitamente trafugato dal territorio calabrese veniva commercializzato tra l’Italia e la Svizzera. «Una vera e propria razzia di reperti archeologici provenienti prevalentemente dagli scavi di “Scrimbia”, nel vibonese», ha detto a margine della conferenza stampa il procuratore aggiunto di Catanzaro Giovanni Bombardieri.  L’attività d’indagine, nata nel settembre 2010, ha permesso di identificare i componenti di un ramificato sodalizio criminale legato al clan vibonese dei Mancuso, con a capo Pantaleone Mancuso, e operante tra il territorio interregionale e la Svizzera. Sono state emesse sette ordinanze di custodia cautelare di cui una in carcere, tre arresti domiciliari, e tre divieti di dimora nel territorio di Vibo Valentia. Trenta sono di decreti di perquisizione locale e personale che sono stati operati a carico di 11 indagati e 19 a carico di persone la cui posizione è ancora al vaglio degli inquirenti. Sono oltre 10mila i frammenti trafugati che sono stati venduti oltre regione e in Svizzera in particolare, dove il gruppo aveva un ricettatore di riferimento indicato dagli inquirenti in Luigi Fabiano.

 

IL CUNICOLO CLANDESTINO Un cunicolo lungo 40 metri partiva dal centro di Vibo Valentia e percorreva il sottosuolo della città in direzione del centro storico. Lo scavo clandestino venne individuato nel 2010 dai carabinieri del Tpc di Cosenza e del Ros di Catanzaro. Il lavoro era stato fatto a regola d’arte: puntellato, dotato di prese di areazione e di una pompa idrovora. Il tunnel partiva dal garage di un’abitazione privata e conduceva verso lo scavo archeologico di “Scrimbia”. Nella galleria sono stati rinvenuti migliaia di reperti fittili e varie attrezzature per le operazioni di scavo. Secondo gli investigatori l’organizzazione criminale è da considerarsi vicina e sodale alla cosca Mancuso, riconducibile a Pantaleone Mancuso, classe ’47. L’attività dedita a depredare e vendere i reperti archeologici non era finanziata dalla cosca. Questa non era direttamente partecipe dell’illecito. Il clan, però, che controlla ogni attività del territorio vibonese, aveva dato al gruppo criminale il suo placet per condurre senza interferenze gli scavi e il commercio dei reperti. Per questo “consenso” i Mancuso avrebbero ricevuto lauti compensi. La cosca, inoltre, veniva spesso interpellata per redimere diatribe interne al gruppo criminale al cui vertice vi era Giuseppe Braghò, considerato l’esperto archeologo del gruppo all’interno della cui abitazione, nel 2010, i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale, trovarono delle statuette ancora sporche di terra. Da qui – da un segmento investigativo dell’indagine “Purgatorio” dei Ros  – presero piede le indagini coordinate dalla Dda di Catanzaro, seguite dal sostituto procuratore Camillo Falvo.

 
NIENTE ASSOCIAZIONE MAFIOSA Il gip Abigale Mellace non ha ritenuto di riconoscere il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e l’aggravante dell’articolo sette, dato il ruolo ambiguo che legava l’organizzazione criminale alla cosca Mancuso ma la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e’ pronta a fare appello su tale decisione, visto che l’attività criminale sarebbe riconducibile alle attività economiche di appannaggio dei Mancuso. Dopo il traffico di droga e armi, infatti, il commercio illecito di beni artistici e archeologici e’l da considerarsi la terza attività a foraggiare la criminalità organizzata.

 

I NOMI DELLE PERSONE COINVOLTE

In carcere: Pantaleone Mancuso, nato a Limbadi il 30 marzo 1947.

Agli arresti domiciliari: Giuseppe Braghò, Limbadi, 30 settembre 1947;

Francesco Staropoli, Vibo Valentia, 6 febbraio 1959;

Giuseppe Tavella, Vibo Valentia, 1 aprile 1961.

Divieto di dimora nel Comune di Vibo Valentia: Orazio Cicerone, Vibo Valentia, 16 maggio 1973;

Luigi Fabiano, Berna (Svizzera), 8 ottobre 1968;

Pietro Proto, Vibo Valentia, 29 novembre 1962.

Indagati a piede libero: Gaetano Sacalamogna, nato a Vibo l’11 marzo 1960;
Alberto Di Bella, nato a Vibo il 23 settembre 1971;
Francesco Agnini, nato a Vibo l’1 novembre 1955;
Carmelo Pardea, nato a Vibo il 3 maggio 1969;
Rosario Pardea, nato a Vibo il 7 ottobre 1961.

 

Alessia Truzzolillo

a.truzzolillo@corrierecal.it

 

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