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L'Affruntata, storia di un «mirabile artificio»

VIBO VALENTIA L’andatura incerta, il passo che tradisce l’incredulità. Poi quello sporgersi in avanti, quasi come in un saluto diffidente, uno strano inchino, seguito da una repentina marcia indiet…

Pubblicato il: 27/03/2016 – 7:55
L'Affruntata, storia di un «mirabile artificio»

VIBO VALENTIA L’andatura incerta, il passo che tradisce l’incredulità. Poi quello sporgersi in avanti, quasi come in un saluto diffidente, uno strano inchino, seguito da una repentina marcia indietro. E ancora, di nuovo, la stessa scena, la stessa snervante ritrosia, lo stesso confronto mancato, ma cercato con incedere sempre più incalzante. Ansia contagiosa, esitazione, tentennamenti che trasmettono un timore crescente e, infine, l’incontro tanto sospirato: la madre, ormai sazia di disperazione, si trova di fronte il figlio che credeva morto, lascia andare via il suo lutto, il manto nero le viene quasi strappato di dosso e così, finalmente, la gioia scaccia il dolore, la vita sconfigge la morte. 
Più di tre secoli fa tutto ciò veniva descritto come un «mirabile artificio», un rito dalle radici antiche, carico di pathos ed emotività, attraverso cui mettere in scena la narrazione drammatizzata dell’incontro tra la Madonna e il Cristo risorto. Uno dei più noti e accreditati storici della Calabria seicentesca racconta con stupore di come, la domenica di Pasqua, «si accresce la festa nella città di Gerace con una processione di mattina col concorso di quasi tutta la città, e l’uno e l’altro clero secolare e regolare, nella quale con mirabile artificio s’incontrano insieme la Vergine da lutto con Cristo Sagramentato: al cui incontro svestita la Madre de’ suoi lutti, adora il suo carissimo Figliuolo: incontro qual riempie di molta tenerezza d’affetto i circostanti». Sono parole di Fiore da Cropani che, nel suo “Della Calabria Illustrata”, già alla fine del XVII secolo descriveva questa suggestiva rappresentazione sacra che oggi, per ragioni molto diverse, spesso molto distanti dalla natura intrinseca del rito, continua a suscitare curiosità e meraviglia.

LE PROCESSIONI COMMISSARIATE L’Affruntata è tradizionalmente molto sentita, per esempio, a Sant’Onofrio e Stefanaconi, due piccoli centri alle porte di Vibo Valentia finiti nel 2014 sulle prime pagine dei quotidiani nazionali perché le autorità civili decisero, a causa della presenza di presunti affiliati alle ‘ndrine tra i portatori delle statue, di affidare questo compito ai volontari della Protezione civile, decisione accettata, malvolentieri, dai fedeli di Stefanaconi e rigettata invece con sdegno dalla comunità di Sant’Onofrio che, d’accordo con il vescovo e il parroco, preferì – circostanza mai avvenuta prima – annullare del tutto la processione. Da qui ai fiumi d’inchiostro versati per avvalorare l’una o l’altra posizione il passo fu brevissimo. Proprio come era già avvenuto nel 2010 – quando l’Affruntata di Sant’Onofrio fu rinviata di una settimana dopo che la porta di casa del priore dell’arciconfraternita che organizza la cerimonia era stata presa a pistolettate –, si è detto di tutto. Ma in pochi – tra questi il noto antropologo e scrittore Vito Teti, che ne ha scritto nei volumi “Il senso dei luoghi” e “Le navi che volano”, quest’ultimo realizzato assieme al fotografo Salvatore Piermarini – hanno raccontato questi riti spiegandone l’origine storica e interpretandoli dal punto di vista antropologico.

I VANGELI APOCRIFI L’Affruntata – Cumprunta, Cunfruntata, Svilata – è una tradizione consolidata in molti centri del Vibonese, del Catanzarese e del Reggino. Con varianti a volte notevoli, si celebra sia a Vibo città che nella frazione Marina, ma anche a Filadelfia, Briatico, San Gregorio d’Ippona, Rombiolo, Maierato, Arena (il lunedì dopo Pasqua), Dasà (il martedì, con il nome di ‘Ncrinata), Soriano, Polistena, Cinquefrondi, Bagnara, Gioiosa Jonica, Caulonia, Roccella, Siderno, Caraffa del Bianco, Badolato, Sant’Andrea apostolo, Satriano, Soverato superiore, Stalettì, San Vito sullo Jonio, Borgia, Chiaravalle centrale. In molte delle località citate i protagonisti del rito sono i simulacri della Madonna addolorata, di San Giovanni evangelista e del Cristo risorto, anche se in alcuni paesi vi è la presenza di altre figure evangeliche, come la Maddalena o gli angeli.
Il nome deriva proprio dall’incontro, preannunciato da San Giovanni, tra la Madonna e il Cristo risorto, ma c’è anche una forte componente simbolica: la rappresentazione del parallelismo tra ordine divino e umano e, soprattutto, della lotta tra morte e vita. Il rito è probabilmente collegabile alle “sacre rappresentazioni” del Medioevo e del Cinquecento – anche se in molti centri è arrivato nella seconda metà dell’Ottocento – e vi si riscontrano alcune analogie con le liturgie della Settimana Santa rappresentate in forme teatrali anche in Sicilia, a Malta e in alcune regioni della Spagna.
Un tentativo di ricostruzione storica è stato realizzato da Maffeo Pretto nel volume “La pietà popolare in Calabria”. Impresa difficile, avverte Pretto, a causa dell’impossibilità «di tracciare una storia documentata» dell’Affruntata. Innanzitutto, i vangeli canonici non fanno riferimento all’incontro di Cristo risorto con la Madre: sono i vangeli apocrifi – Pretto cita, in particolare, il Vangelo di Gamaliele – a trasmettercene testimonianza. Poi c’è la liturgia pasquale bizantina, in cui ricorrono ritornelli che parlano, appunto, della seconda annunciazione. Infine, l’autore de “La pietà popolare in Calabria” ricorda l’uso dei gesuiti di tenere delle recite nelle piazze durante le processioni, chiedendosi se l’Affruntata non sia sorta in tale contesto.

IL RUOLO DEI PORTANTINI Al di là delle origini storiche, dei nomi e delle modalità di realizzazione, ciò che resta immutato nel tempo e nei diversi luoghi in cui il rito si rinnova annualmente è il ruolo da protagonisti svolto dai portantini: sono loro, infatti, a dover “raccontare” il messaggio della Resurrezione. È solo con la loro gestualità che si comunica la narrazione dell’Evangelista che porta il messaggio, dell’iniziale incredulità di Maria e della “pasqua” che esplode quando viene “svelata” dal nero e appare, finalmente, nel suo splendore bianco o azzurro. L’incontro avviene quasi sempre la domenica di Pasqua, intorno a mezzogiorno, in un punto centrale del paese. Spesso il momento dell’Affruntata viene ritardato, se ne rallenta volutamente l’esecuzione, e nei fedeli cresce l’aspettativa per la riuscita del rito. Se qualcosa non va per il verso giusto, se le statue cadono o il velo rimane impigliato, si fa strada il presagio di sciagure tremende per l’intera comunità.

LA TEATRALITÀ La particolarità di questa rappresentazione è che si svolge senza alcuna parola, ma solo attraverso una serie di azioni studiate, semplificate e, come scrive ancora Pretto, «portate a livello di rito» nel momento in cui ogni movimento delle statue è accompagnato «da un’intensa partecipazione corale». Forse è per questa carica simbolica, per la teatralità e per il legame quasi empatico tra il portantino e la comunità che la ‘ndrangheta si è infiltrata in questi riti fino ad arrivare, in alcuni casi, ad appropriarsene. E se è noto – poiché emerso da diverse inchieste – che i Bonavota a Sant’Onofrio e i Patania a Stefanaconi facevano la parte del leone nell’assegnazione dei portantini, è altrettanto risaputo come questi due paesi non siano gli unici in cui l’arroganza delle ‘ndrine si concretizza inquinando le tradizioni della religiosità popolare. Essere in prima fila per portare a spalla i santi non è solo un modo per onorare tradizioni in cui pure i malacarne vedono le loro radici identitarie. È quasi banale, infatti, richiamare quanto simili circostanze possano risultare funzionali ad acquisire consenso popolare e ad affermare la supremazia sul territorio di una “famiglia” rispetto alle altre. Le processioni, a volte, servono anche a far sapere alla comunità che la cosca ha un nuovo reggente, oppure a rendere nota a tutti l’identità delle giovani leve criminali, con i picciotti freschi di “battesimo” a portare la statua di San Giovanni. Ma non è tutto qui.

RELIGIONE E POTERE A voler uscire dalla retorica, e a voler analizzare la questione in maniera più profonda senza cadere nell’accademia, si potrebbe dire che quello di Sant’Onofrio e Stefanaconi è un epifenomeno, termine filosofico usato per definire un fenomeno accessorio, secondario, la cui assenza non inciderebbe sull’esplicazione dell’avvenimento principale. Il fenomeno, invece, non è per nulla nuovo, sebbene la pervasività della ‘ndrangheta sia emersa nella sua forza solo nella seconda metà del secolo scorso. Si tratta, in generale, della valenza simbolica e culturale delle manifestazioni religiose pubbliche che, storicamente, sono sempre state occasione per definire e ribadire rapporti di potere reali. In altre parole: la presenza delle cosche in questi riti non è che il riflesso del loro dominio reale sul territorio. Com’è facilmente intuibile, manifestazioni di profonda e sentita spiritualità come le Affruntate detengono un potenziale “propagandistico” che il potente di turno sarà sempre intenzionato a sfruttare per manifestare il proprio prestigio e la propria superiorità, in una sorta di moderno machiavellismo che vede la spiritualità e le sue manifestazioni folkloriche e culturali come un vero e proprio instrumentum regni

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it

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