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La Calabria sanitaria non conosce la vergogna

Un tempo la vergogna era un’emozione nobile. Quasi una auto-censura. Un sentimento qualificante che distingueva spesso, dagli altri, la persona perbene che sbagliava. Consisteva in uno stato emozio…

Pubblicato il: 22/04/2016 – 13:45
La Calabria sanitaria non conosce la vergogna

Un tempo la vergogna era un’emozione nobile. Quasi una auto-censura. Un sentimento qualificante che distingueva spesso, dagli altri, la persona perbene che sbagliava. Consisteva in uno stato emozionale puro, un senso di colpa che seguiva l’obiettiva valutazione di un proprio fallimento. Meglio, dell’avvenuta manifesta contravvenzione alle regole e ai modelli del vivere civile. Era insomma un modo improprio di chiedere implicitamente scusa evitando ogni manifestazione specifica in tal senso. Rappresentava, comunque, una sorta di umano veicolo attraverso il quale fare ammenda della propria inadeguatezza.Dunque, la vergogna quale prodotto di un comportamento tenuto fuori le righe, capace di generare danni a se stessi e agli altri. Una condizione ovviamente caratterizzata dalla accidentalità e non già dalla continuità. Una caratteristica, quest’ultima, propria invece della reiterata e consapevole colpevolezza finalizzata a determinare volutamente forti condizioni di disagio sociale.Un po’ quello che accade dolosamente nella Calabria sanitaria, ove non c’è limite alla vergogna, tanto da renderla location di crudeltà di una irresponsabilità politica che non trova residenza altrove e che ha prodotto negli anni lo stato quo ante all’intervenuto commissariamento e a determinare lo status quo commissariale.
Un dato di crudeltà sociale, ove a pagarlo è soprattutto la povera ma brava gente che abbonda da queste parti, conosciuto nel Paese e nel mondo intero nei confronti del quale però «nisciuno se mette scuorno». Che, poi, sarebbe il minimo dovuto.
Stragi perpetrate nei reparti ospedalieri, che invero non rappresentano una novità se non per la serialità dei reati consumati recentemente e accertati dalla Dda nella unità operativa complessa dei Riuniti di Reggio Calabria. Truffe continuate perpetrate nei confronti del Servizio sanitario nazionale da dipendenti pubblici, come quelle scoperte a Rossano negli uffici periferici dell’Asp di Cosenza, venute fuori solo perché una attenta magistratura ha voluto vederci chiaro. Rappresentano il prodotto giornalistico di un solo giorno che fa vergognare i calabresi considerati indiscutibilmente rei di tollerare l’intollerabile e di scegliere tra quelli che altrove sarebbero comunemente incandidabili. Non solo. Di sopportare passivamente le scelte rovinose che una certa politica sta effettuando da tempo, imponendo in Calabria presenze sostitutive inutili e dannose, assumendosi con questo una chiara culpa in eligendo, salvo poi meravigliarsi incredibilmente dei vergognosi accaduti dei quali i medesimi suoi preposti sono quantomeno responsabili per culpa in vigilando. E ancora. Di tollerare che ci siano aziende sanitarie, l’Asp di Reggio Calabria, ove tutto è possibile: dai ritardi nei pagamenti, ai bilanci fantascientifici, agli incarichi che valgono una fortuna, ai commissariamenti – di diversa tipologia – che si incrociano da oltre un settennio e alla legalità che trova ivi dimora a fatica.
Insomma, nella Calabria della (non) salute si moltiplicano, in progressione geometrica, inosservanze seriali alle regole, del tipo quelle che si auto-generano in quasi tutta la pubblica amministrazione, ove si registrano di frequente nella più totale omertà strane connivenze, sulle quali si farebbe bene a dedicare una maggiore attenzione. Certamente non è ovunque così. Esistono siti assistenziali e professionisti di pregio che fanno onore alla Calabria e ai calabresi.
Il dovere della politica è quello di discriminare gli uni dagli altri, pretendendo dal governo centrale una maggiore tutela e una minore invadenza nelle scelte che via via si renderanno indispensabili.

* docente Unical

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