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Scandalo "Cosa mia", i boss in libertà e la politica in subbuglio

LAMEZIA TERME Undici mesi sono passati dalla sentenza d’Appello nel processo “Cosa mia” che ha stabilito 42 condanne nei confronti degli esponenti delle cosche della Piana di Gioia Tauro prota…

Pubblicato il: 15/06/2016 – 17:10
Scandalo "Cosa mia", i boss in libertà e la politica in subbuglio

LAMEZIA TERME Undici mesi sono passati dalla sentenza d’Appello nel processo “Cosa mia” che ha stabilito 42 condanne nei confronti degli esponenti delle cosche della Piana di Gioia Tauro protagoniste di una sanguinosa guerra di mafia tra gli anni ’80 e ’90 per il controllo del territorio e, in particolare, dei lavori sulla Salerno-Reggio Calabria attraverso tangenti imposte alle imprese che rubricavano questa “tassa” sotto il nome di “tassa ambientale” o “costo di sicurezza”. Undici mesi dopo la condanna di secondo grado non sono state ancora depositate le motivazioni della sentenza e i detenuti stanno lasciando il carcere per decorrenza dei termini.
I conti in tasca al sistema giustizia in Calabria li ha fatti Giuseppe Salvaggiulo in un articolo su La Stampa nel quale annota come siano stati sforati i termini della custodia cautelare, che sono di sei anni, da quando l’operazione “Cosa mia” ha mandato in galera gli esponenti delle famiglie della Piana. I boss furono arrestati a giugno 2010, la sentenza di primo grado è arrivata nel 2013 e quella d’Appello  – che manteneva sostanzialmente intatto l’impianto accusatorio – è stata pronunciata a luglio 2015. Le motivazioni della sentenza sarebbero dovute arrivare entro 90 giorni, ad ottobre 2015, ma il giudice Stefania Di Rienzo ha chiesto una proroga di altri tre mesi. Dopo 11 mesi niente da fare, delle motivazioni nemmeno l’ombra. Prima che si arrivi alla condanna definitiva in Cassazione, sono già trascorsi i sei anni della custodia cautelare.
Tutto poteva filare liscio: “La corte d’appello avrebbe dovuto depositare le motivazioni entro 90 giorni (quindi entro fine ottobre 2015), poi gli avvocati avrebbero avuto 45 giorni per presentare il ricorso in Cassazione. Ai supremi giudici sarebbero rimasti sei mesi, fino alla scadenza del termine della carcerazione preventiva, per chiudere il processo con la sentenza definitiva”, scrive La Stampa. Tre imputati, con una doppia condanna per associazione mafiosa, sono usciti dal carcere e altri dieci prima di loro. Un’emorragia in un sistema ingolfato e dai tempi biblici.

LE REAZIONI A questa notizia non sono mancate reazioni da parte degli organi di governo e non solo. “Ho chiesto agli ispettori del ministero di acquisire le notizie in merito a questa vicenda e verificare la veridicità delle notizie riportate dalla stampa ed eventualmente assumere le iniziative conseguenti”, ha affermato il ministro alla Giustizia Andrea Orlando, il quale, a dire il vero, era stato in visita in Calabria lo scorso ottobre per verificare lo stato del processo civile. E a chi gli chiedeva delle emergenze in capo al penale rispondeva: «Come ho già detto, la mafia si combatte con gli organici, si combatte col personale amministrativo nel penale ma si combatte anche facendo funzionare bene il civile. Siccome noi oggi abbiamo una mappatura del civile siamo partiti da qui, quando avremo quadro ampio, quantitativo e qualitativo del penale torneremo per una analoga ricognizione». Forse adesso ha una piccola idea del quadro che si prospetta.
Dal Pd è intervenuto il responsabile Giustizia, David Ermini, che ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia in merito “alla ‘drammatica’ situazione del sistema giudiziario della Calabria e, in particolare, rispetto a quanto accaduto nel processo denominato “Cosa Mia””.
C’è chi punta il dito contro il giudice che non ha depositato le motivazioni, come i componenti M5S della commissione Antimafia che chiedono un’audizione della Di Renzo: “Non riusciamo a comprendere i motivi di questo inaccettabile ritardo da parte del giudice Stefania Di Rienzo che non depositando le motivazioni della sentenza, ha permesso la scarcerazione degli imputati del processo “Cosa mia”. Un’inchiesta nata nel 2010 grazie a procuratore Pignatone, che aveva svelato anche gli affari connessi alla costruzione della Salerno Reggio Calabria. Un processo che l’anno scorso vede in corte di appello confermate le condanne per 42 imputati. Il tutto aveva bisogno solo del passaggio in Cassazione per avere la condanna definitiva, ma le motivazioni dopo undici mesi non sono arrivate e così sono decorsi i termini. Come si può avere fiducia di questa Giustizia?”.
E c’è chi parla di una sconfitta dello Stato. “E’ un ritardo irricevibile perché – ha detto Claudio Fava, presidente dell’Antimafia, alla trasmissione ‘Restate scomodi’ di Radio uno – si vanifica il lavoro di lustri. Una vicenda che regala un assist straordinario alle mafie, non soltanto agli imputati che se colpevoli si trovano in una condizione di straordinaria benevolenza, ma in genere nei confronti delle mafie. Una vicenda che ci pone di fronte ad un’enorme fragilità della macchina dello Stato alla quale va affiancata la denuncia che veniva fatta da molti magistrati calabresi l’ultima volta che siamo stati a Reggio Calabria, cioè la totale inadeguatezza sul piano dell’organico, delle risorse umane di quegli uffici che sono uffici di frontiera, forse la frontiera più esposta d’Italia. E’ anche vero che spesso un giudice ha bisogno in media di più di un anno per potersi pronunciare su una richiesta di ordine di custodia cautelare. Il fatto che per condizioni umane, cioè per la scarsa disponibilità di risorse umane, si sia costretti a mettere in previsione tempi così lunghi, anche questa è una sconfitta dello Stato”.
Renato Balduzzi, presidente della prima Commissione del Csm, ha annunciato l’apertura di una pratica sulla vicenda “al fine di acquisire gli atti relativi alla vicenda processuale e di valutarne i relativi profili”

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