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I furbetti di Oppido timbravano e poi andavano al mercato

REGGIO CALABRIA Il loro badge ne attestava la presenza in ufficio. Ma nel frattempo erano al mercato, a casa a far le pulizie, in studi professionali, nei bar o per strada impegnati in intermi…

Pubblicato il: 06/07/2016 – 10:10
I furbetti di Oppido timbravano e poi andavano al mercato

REGGIO CALABRIA Il loro badge ne attestava la presenza in ufficio. Ma nel frattempo erano al mercato, a casa a far le pulizie, in studi professionali, nei bar o per strada impegnati in interminabili conversazioni. Per questo motivo quattro dipendenti del Comune di Oppido Mamertina sono finiti ai domiciliari, mentre altri venti sono stati destinatari di un provvedimento di obbligo a presentarsi alla polizia giudiziaria. È circa il 50% dei dipendenti dell’amministrazione. Per i magistrati della procura di Palmi, sono tutti a vario titolo responsabili di concorso in false attestazioni, con modalità fraudolenta, della presenza in servizio e truffa aggravata e continuata in danno di Ente pubblico. A testimoniarlo ci sono i filmati delle telecamere, piazzate nel novembre scorso dai carabinieri, “incuriositi” dall’inspiegabile presenza di alcuni dipendenti comunali che si aggiravano per le vie cittadine in orario di ufficio. Ore e ore di video, che raccontano come in tanti timbrassero per poi allontanarsi dall’ufficio, ma anche come alcuni in Comune non ci mettessero neanche piede, delegando a un collega il compito di strisciare il badge, attestando un’inesistente presenza. In due, invece, non si dovevano neanche preoccupare di affidare a qualcuno il proprio tesserino. Semplicemente, a fine mese, entravano nel sistema informatico di registrazione delle presenze, regalandosi ore di lavoro inesistenti. Metà dei dipendenti del Comune di Oppido – e i carabinieri lo sanno, perché per lungo tempo li hanno osservati  – in orario di ufficio si dedicavano alle faccende domestiche, agli acquisti, alla spesa o alle pubbliche relazioni, con amici e conoscenti. Tutte attività finite nei verbali dei militari, in seguito incrociati per ordine del pm Valentina Giammaria  e del procuratore capo di Palmi, Ottavio Sferlazza, con l’elenco delle timbrature, dei certificati di malattia e dei permessi presentati dai dipendenti. Ad emergere è stato un quadro sconfortante di illegalità reiterate, occultate grazie ad un sistema di complicità e silenzi, di cui faceva parte la metà dei dipendenti comunali. Un sistema ben noto, ma che nessuno – né nell’amministrazione, né tra i politici locali – si è preoccupato di contrastare o smantellare. «In mancanza di tali anticorpi – afferma il procuratore –  tocca alla magistratura e alle forze dell’ordine supplire alle funzioni di controllo che altri dimenticano di esercitare». E soprattutto in Calabria – spiega – è importante che lo si faccia. «In una terra complicata come la Calabria, schiacciata dalla criminalità organizzata, non bisogna far l’errore di pensare che queste forme di illecito non siano meritevoli di attenzione, perché costituiscono l’humus dell’omertà e della sopraffazione». Anche per questo motivo, la procura – anticipa – ha intenzione di andare in fretta. Appena conclusi gli accertamenti sul danno erariale procurato all’Ente dai dipendenti infedeli, tutto passerà al giudice. La rapidità degli accertamenti, come delle indagini che ne sono seguite – «i fatti sono recentissimi» specifica il procuratore – permettono di evitare – quanto meno per un bel po’ – che tutto si infranga sullo scoglio della prescrizione «nonostante le gravissime carenze di organico, contro cui da tempo – dice quasi sconsolato il procuratore – ci ritroviamo a combattere».

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

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