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Condanne per gli esponenti del clan Tegano

REGGIO CALABRIA Nonostante alcune assoluzioni, passa il vaglio del primo grado l’impianto accusatorio del processo “Il Padrino”, che ha scompaginato la rete di reggenti, affiliati e fiancheggiatori…

Pubblicato il: 19/07/2016 – 18:43
Condanne per gli esponenti del clan Tegano

REGGIO CALABRIA Nonostante alcune assoluzioni, passa il vaglio del primo grado l’impianto accusatorio del processo “Il Padrino”, che ha scompaginato la rete di reggenti, affiliati e fiancheggiatori del clan Tegano, a vario titolo responsabili della latitanza del boss Giovanni.

CONDANNE E ASSOLUZIONI È di 17 anni in continuazione la condanna decisa per Vincenzino Zappia, reso capo dal capocrimine Giuseppe De Stefano, e in quanto tale condannato. Non è stato riconosciuto come capo promotore, ma come semplice affiliato Antonio Lavilla, genero del boss Tegano, condannato a 8 anni. Nove anni sono andati invece a Giovanni Pellicano, insospettabile professionista ma per gli inquirenti «soggetto a disposizione della ‘ndrina per organizzare gli incontri tra i sodali e tra questi e terzi». Sarà proprio lui a curare i rapporti fra i Tegano e il potente clan Pelle-Giorgi del mandamento jonico, come pure la raccolta delle preferenze su mandato degli arcoti per l’allora aspirante consigliere regionale Nino De Gaetano. È di 6 anni e 8 mesi la pena decisa per Domenico Malara. Incassano una condanna a 6 anni e 4 mesi Antonino Malara e Francesco Caponera, mentre è di 6 anni la pena decisa per Stefano Costantino, Giovanni Malara e Paolo Malara. Escono invece assolti da tutte le accuse Francesco Giunta, Francesco Marino, Sergio Malara, Giorgio Saraceno, Domenico Paolo Saraceno, Emilio Eugenio Tiara e Francesco Pellicano.

FOTOGRAFIE DI CLAN Al netto delle assoluzioni, rimane agli atti un’istantanea del clan Tegano, fotografato a partire da uno dei momenti più delicati della sua storia: il riassestamento all’indomani della “scomparsa” del reggente Paolo Schimizzi. Secondo alcune ipotesi investigative, confortate dalle parole di diversi pentiti, il rampollo degli arcoti sarebbe stato sacrificato dalla sua stessa famiglia, con l’assenso del boss Giovanni Tegano. Un’esecuzione che sarebbe alla base delle fratture – tutte interne al clan – fotografate dal procedimento Il Padrino.

LE GUERRE INTESTINE Da una parte si arroccheranno dunque Giuseppe Tegano e i suoi familiari, dall’altra il resto della famiglia accusata di essere all’origine della scomparsa di Schimizzi. Un’ulteriore spaccatura si creerà fra i generi del latitante, Crudo, Polimeni e Branca ed i nipoti del boss Antonio Polimeni, Angelo e Franco Benestare. Tutti conflitti monitorati – e spesso ricomposti – da Giovanni Tegano in persona, che stando a quanto emerge dal fermo, nonostante la latitanza non ha mai smesso di seguire da vicino le sorti e le evoluzioni della famiglia. O almeno, questo è quanto si evince da intercettazioni, pedinamenti, attività di videosorveglianza che negli ultimi dieci anni sono stati disposti nei confronti degli esponenti del clan Tegano. Attività grazie alle quali i pm sono stati in grado di tracciare un quadro preciso dei ruoli e dei rapporti interni agli arcoti. Se il centro decisionale della famiglia è rimasto saldamente in mano ai quattro generi del boss, che si sono avvicendati tanto nella direzione operativa come nella gestione della latitanza dell’importante suocero, attorno a loro l’indagine ha tracciato un organigramma ramificato di soggetti con diverso ruolo e peso.

a. c.

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