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Il contributo di idee e di lotta politica di Roberto Mirabelli

Domenica prossima, all’hotel Mediterraneo di Amantea, con inizio alle 19, il professor Silvio Gambino sarà fra i discussant di un libro di Alfonso Lorelli su Roberto Mirabelli, un leader repubblica…

Pubblicato il: 21/07/2016 – 16:55
Il contributo di idee e di lotta politica di Roberto Mirabelli

Domenica prossima, all’hotel Mediterraneo di Amantea, con inizio alle 19, il professor Silvio Gambino sarà fra i discussant di un libro di Alfonso Lorelli su Roberto Mirabelli, un leader repubblicano dell’Ottocento molto lungimirante, Pubblichiamo un estratto del testo che il docente dell’Unical presenterà in occasione di quella iniziativa.

1. Brevi premesse biografiche e socio-economiche della Calabria di fine Ottocento
Lo scenario della battaglie elettorali di fine Ottocento e di inizio Novecento e l’analisi della dialettica politica e culturale da una prospettiva costituita dalle strategie culturali e politiche del Partito Repubblicano Italiano (ma anche del Partito Socialista) fanno del libro di Alfonso Lorelli un apporto utile e quanto mai efficace per la conoscenza della storia delle idee poltiche. Ciò soprattutto nel quadro di transizione dallo Stato liberale a quello sociale contemporaneo e avendo com cornice una regione, quella calabrese, che ha registrato condizioni politiche e culturali di particolare arretratezza storico-economico-politica. Una regione con una borghesia agraria connotata da una storia sociale incentrata sulla centralità economica e sociale del latifondo e sulla stratificazione sociale che ne deriva, accompagnata da una borghesia intellettuale che, se pure progressista, appare scarsamente capace di offrire supporti culturali idonei alle lotte politiche per il superamento delle condizioni di arretratezza economica e politica.
Un dato socio-economico descrive bene tale scenario nelle prime pagine del Volume, quando Alfonso Lorelli ricorda come la Calabria nella quale vivrà e opererà Roberto Morelli, l’importante leader del Partito Repubblicano Italiano (nato ad Amantea il 7/1/1854), si connotava socialmente per la presenza di una trentina di “grandi feudatari” che risultavano proprietari del 60% delle terre, in parte coltivate ad oliveti e ad agricoltura tradizionale ed in parte a pascolo e a coltivazione del legname. I contadini erano poverissimi e alla completa mercé dei padroni (i ‘baroni’) i quali, per lo più, vivevano a Napoli e visitavano le loro terre alcune sole volte all’anno. Si trattava di persone del tutto prive di ogni difesa giuridica che non fosse quella dello stesso ‘padrone’, dal quale dipendevano pienamente per immaginarsi possibili forme di coscientizzazione politica dello sfruttamento al quale risultavano assoggettate tanto meno l’organizzazione di forme di lotta politica.
Roberto Mirabelli nasce da una famiglia appartenente ad un ceto sociale che non è quello dei grandi feudatari bensì quello delle burocrazie militari e amministrative, la categoria socio-professionale dei ‘gentiluomini’ che partecipano comunque alla gestione dell’agricultura – soprattutto dei vigneti – appoggiandosi sul ricorso al credito bancario, cui potevano avere accesso in qualche modo facilitato. Alcuni storici dell’economica calabrese hanno spiegato come la geo-morfologia della costa calabrese ha messo, in qualche modo, i contadini di queste terre al riparo delle forme di gestione dell’agricultura e dei contadini presenti nei grandi feudi, con la conseguenza che su questi territori la persistenza di contratti agrari (sostanzialmente ancora) feudali si fanno, come spiega Lorelli, “meno esosi e jugulatori” di quanto non lo fossero in altre parti del meridione, ove il feudalesimo connoterà i rapporti sociali fino alla fine del fascismo.
La socializzazione culturale e politica per Roberto Mirabelli come più in generale per la classe sociale abbiente avviene a Napoli dove, a partire dall’unità d’Italia, la città si presenta come uno dei centri più attivi culturalmente dell’Europa del tempo, con una forte presenza di mazziniani, di socialisti e di gruppi anarchici. Questo consentirà, come ci ricorda Lorelli, un importante interscambio di idee anche con la città di Cosenza e con i più importanti centri urbani calabresi. Un interscambio cultuturale, tuttavia che, se farà di Cosenza un importante “isola di repubblicanesimo”, lo farà nel quadro di un “mezzogiorno”, in ogni caso, poco penetrato dalle idee mazziniane e meno ancora da idee socialiste.
Alfonso Lorelli sottolinea una importante nota distintiva relativa al giovane Mirabelli, allorché, ricordandone l’impegno negli studi nell’ateneo napoletano, sottolinea come già nel seguire le lezioni universitarie, Egli era stato capace di non farsi affascinare più del necessario dall’approccio metodologico prevalente nella filosofia del tempo – quella hegeliana propria della cultura tedesca – a favore della filosofia francese ma soprattutto di quella positivista inglese, considerate come migliore apporto metodologico per la interpretazione (e la trasformazione) della realtà meridionale.
Sostenuto da tale inquadramento teorico – ispirato alle lezioni di Francesco De Sanctis e di Giovanni Bovio – il repubblicanesimo di Roberto Mirabelli si nutre di quell’indirizzo culturale che legge nella storia dell’umanità un percorso – pressocché deterministico – verso la razionalità che si fa realtà politica. Di questa razionalità fa parte organica l’opzione per la forma repubblicana dello Stato e la concezione di quest’ultima come forma superiore di razionalità rispetto allo Stato monarchico. Concezione – queste ultime – che diverranno patrimonio di una intensa attività pubblicistica, prima, e dell’apporto alla formazione politico-programmatica del Partito Repubblicano, in seguito. Di tale forza politica, fin da giovane, Morelli diviene uno dei leader più apprezzati, e ciò, come scrive Lorelli, “per forza di ideali, di competenza, di tenacia e di intelligenza nella comprensione dei problemi più importanti del Paese fra la fine dell’ottocento e i prini decenni del novecento”.
Di qui le sue battaglie sul suffragio universale e sul voto delle donne, sul sistema proporzionale, sulla libertà di associazione e di riunione, sul problema del latifondo, sulla laicità dello Stato e della scuola publbica. Vi farò qualche rapido cenno in seguito per dare conto dell’attenta ricostruzione che ne ha fatto Alfonso Lorelli nel suo bel libro. Nel farlo avremo modo di sottolineare come l’importante e originale apporto del leader politico di Amantea si apprezzi per la lettura delle problematiche della transizione dallo Stato liberale a quello repubblicano. In tale ottica, nel libro di Lorelli si contengono utili indicazioni per comprendere, unitamente a quella di Mirabelli e di un consistente gruppo di repubblicani, la stessa (iniziale) simpatia di quest’area politica per il movimento fascista (che pur senza trasformarsi in espressa adesione non si fece mai aperta ostilità con esso).
Ed anche questa ricostruzione appare quanto mai utile ai fini della comprensione dell’adesione italiana alla “rivoluzione dall’alto” che gli offriva il Movimento dei fasci. Una parte della intellighèntzia repubblicana, con Roberto Mirabelli, infatti, leggerà il fascismo come una chance concreta di integrazione delle masse popolari nello Stato nazionale. Una lettura più che parziale del pensiero di Mazzini sosterrà un simile orientamento. Al momento del voto di fiducia al suo Governo richiesto da parte di Benito Mussolini, nel 1922, i deputati repubblicani non ebbero dubbi da che parte collocarsi. E con essi non ebbero dubbi, naturalmente, i comunisti e i socialisti. Una polemica parlamentare sanzionò la diversità di vedute fra Mirabelli e Mussolini, ancorché la lettura del fascismo da parte del brillante uomo politico di Amantea aveva a che fare con il sostegno del moto rinnovatore della coscienza italiana di derivazione essenzialmente mazziniana, cui si aggiungerà la sua netta avversione al bolscevismo. Questo percorso si interormpe con la sua morte a Napoli, il 26 agosto del 1930, a 68 anni, dopo aver abbandonato la politica attiva. Il fascismo avrebbe voluto cooptarlo ma egli seppe resistere alle sue lusinghe. Rimangono i suoi scritti, i suoi (molti e approfonditi) interventi parlamentari e il suo impegno politico militante su tematiche centrali per la c
omprensione dello Stato liberale del tardo ottocento. Molte sue idee, certamente lungimiranti, avranno modo di trovare attuazione solo nella Costituzione repubblicana del ’48.
Dal cap. VIII al cap. XI Alfonso Lorelli analizza con puntualità e con approccio critico quattro principali tematiche destinate a segnare importanti discontinuità fra lo Stato liberale e quello democratico-repubblicano: a) la proprietà privata (al contempo individuale e in parte sociale); b) la libertà di associazione, di riunione e di stampa; c) la laicità dello Stato e della scuola publbica; d) il suffragio universale e il voto alle donne.

2. Roberto Mirabelli e le evoluzioni politico-culturali in tema di proprietà privata
Quanto alla proprietà privata, essa costituisce un terreno elettivo per la comprensione delle tensioni oppositive presenti nella società del tardo ottocento, caratterizzate da una sociologia e da una economia ma soprattutto da partiti operai di ispirazione marxista. Per una parte di quest’area culturale e politica, essa deve essere abolita se si vuole realizzare un progetto di eguaglianza effettiva fra gli individui. Per Mirabelli e per un’ampia corrente di pensiero evoluzionista, al contrario, essa deve evolvere unitamente alle trasformazioni complessive della società.
Mirabelli naturalmente non sfugge a tale centrale dibattito filosofico e politico; le sue idee critiche verso il collettivismo e a favore della proprietà privata diventano oggetto delle tesi che il Partito repubblicano attraverso la sua voce andrà costruendo e strutturando nel corso dei suoi congressi di quegli anni. A dimostrazione della non incompatibilità fra tale orientamento e quello socialista, in tale ottica, Mirabelli richiama il pensiero mazziniano, che tuttavia non deve – a suo dire – essere confuso con il comunismo. La rivoluzione francese è richiamata a suggello di tale orientamento. Ma, come Egli scriveva nel 1901, “certo è che la proprietà non deve essere egoista e deve più compitamente ordinarsi a fini sociali con un sistema di limitazioni razionali e conformi alle nuove condizioni storiche” (così nel Discorso agli elettori del collegio di Ravenna).
E’ possibile leggere in queste parole una profetica anticipazione dell’art. 4 della Costituzione repubblicana, come osserva anche Lorelli, che così chiosa tale passaggio argomentativo: “la proprietà è sì un diritto individuale e sacro perché ha fondamento nella personalità umana, nell’essere dell’io, ma esso deve sempre armonizzare il principio personale con il valore e la funzione sociale” (p. 171).

3. Mirabelli e la lotta per l’affermazione delle libertà pubbliche
E’ tuttavia in tema di libertà pubbliche – di libertà associazione, di riunione e di stampa – che occorre maggiormente concentrarsi per poter cogliere l’originalità e la stessa progressività del pensiero dell’importante leader politico repubblicano di Amantea. Ancora una volta sarà il pensiero di Mazzini in tema di associazionismo come costruzione della democrazia e di “uno sviluppo favorevole alle classi subalterne” a fare da guida all’apporto di Mirabelli (ma anche di tutta la Sinistra) alle lotte parlamentari ed extraparlamentari in favore del diritto di associazione e di riunione. Contrariamente alle limitate previsioni dello Statuto albertino in materia (art. 32) e ai limiti della legge francese Le Chapellier (14 giugno 1791), per Mirabelli e per i progressisti/rivoluzionari suoi compagni di strada politici “le libertà di associazione e di riunione sono consustanziali alla persona nei suoi rapporti con gli altri”; in altri termini sono da cogliersi come diritti naturali, al pari degli altri diritti gius-naturali.
A un diverso orientamento si conformeranno i governi del tempo, sia di destra sia di sinistra (al potere nel 1876). Lo scioglimento delle associazioni in ragione del loro essere ritenute pericolose per l’ordine pubblico costituisce una tecnica abituale seguita dai governi del tempo. L’attentato al Re Umberto I, il 17 novembre 1878, costituisce una buona occasione per legittimare l’introduzione di limiti a tali libertà; ciò durerà fino all’adozione del nuovo codice penale (codice Zanardelli), nel quale restano penalmente vietate tutte le associazioni formate da 5 o più persone con il fine di compiere delitti contro l’autorità dello Stato o contro la pubblica incolumità.
La puntuale ricostruzione del dibattito parlamentare ed extraparlamentare circa l’esigenza di pervenire al riconoscimento di tali libertà risulta, per come già si osservava, di grande utilità nella comprensione del processo di maturazione di idee evolutive più consone al processo di cambiamento nella società che, pur lento, andava nella direzione del superamento di risalenti concezioni autoritative, prima e autoritarie in seguito dello Stato liberale e di quello fascista, rispettivamente.
Tale processo può ben cogliersi se letto nell’ottica della lenta ma decisa azione di lotta politica che il proletariato andava gradualmente mettendo in campo nelle leghe operaie e nei ‘partiti di combattimento’, a partire dal Partito Socialista che ne è l’archetipo storico-politico nella storia del Paese. La risposta dei governi (di destra ma anche di sinistra) non si fa attendere con ricorso ad arresti a tappeto, scioglimento di associazioni, divieti preventivi di riunioni, associazioni, comizi, incontri sindacali.
La critica di questo indirizzo politico del Governo del tempo vede Roberto Mirabelli mettere a punto orientamenti critici fondati su logiche garantiste ancora oggi invocate nella lotta politica: la riserva di legge e la riserva di giurisdizione contro ogni abuso del Governo e della Polizia.
Secondo tale critica la valutazione del reato da sanzionare deve rispettare la previsione legislativa, come anche, nella sua sanzione, il Giudice deve tenere in debita considerazione la concreta fattispecie delittuosa.
Richiamando il miglior pensiero italiano ed europeo (Spaventa, Villari, De Sanctis), Mirabelli spiega in tal senso come le idee debbano “combattersi con le idee, con la dottrina, con l’educazione; non si combattono con i Carabinieri e con le restrizioni” (1891).
L’intensificarsi della lotta politica, a partire dai primi anni del 1890, porterà all’adozione di leggi eccezionali (in funzione antianarchica, antisocialista e antirepubblicana) nelle quali si farà ricorso ad un istituto come quello del domicilio coatto (fino a 5 anni) sulla scorta del mero sospetto. Una legislazione – quest’ultima – che durerà molto tempo e che sarà intensamente utilizzata successivamente anche dal fascismo (che si avvarrà in tale strategia criminale dell’invio coatto nelle isole).
L’applicazione anche ai deputati di tale legislazione di emergenza consentirà a Mirabelli di farne una critica molto dura, fondandosi sullo stesso Statuto albertino (art. 45), che fa divieto di arresto per i deputati nell’esercizio del loro mandato. La critica non scoraggerà certo il Governo dal procedere nella repressione dei partiti e delle associazioni di sinistra, fattivamente aiutato in tale opera dai Procuratori del Re, di nomina regia, e dagli apparati di polizia.
Nella ricostruzione di questa dialettica oppositiva fra Governo e società che si andava nel tempo vieppiù articolando in fazioni politiche organizzate e combattive appaiono di rilievo (nella stessa prospettiva di valutazione dell’odierna attualità costituzionale) le questioni poste dalle prassi seguite nel sequestro della stampa da parte dei Procuratori del Re (e non invece da parte del Giudice requirente). Mirabelli chiarisce in Parlamento come tutto ciò risultasse contrario alla stessa legislazione italiana vigente e a quella europea, nonché pericoloso per l’ordine sociale e lo sviluppo democratico del Paese.
Una ritrosia culturale sul rischio di attrazione del Pubblico Ministero nell’orbita dell’Esecutivo costituisce, tuttora, una positiva eredità di tale dibattito nella cultura costituzionale contemporanea.
Mirabelli, inoltre sottolinea la nette
differenze fra reati a mezzo stampa e reati comuni, che non risultano confondibili fra loro. Il primi sono “delitti di opinione e di circostanze soggetti a tutte le oscillazioni che l’opinione pubblica imprime ai fenomeni politici. La libertà di stampa è figlia dello spirito nuovo della rivoluzione post-1789 che è irresistibile; “le nuove forze politiche e sociali in movimento rendono inestimabili servigi alla causa dell’umanità perché esercitano una critica spietata e vera ai vizi e alle iniquità presenti nell’attuale ordinamento sociale che va cambiato” (1897). Nel dibattito parlamentare (sulla repressione violenta dei moti popolari contro il carovita, duramente repressi da Bava Beccaris con più di 80 morti), a tale analisi, Mirabelli aggiunge: “se ci sono vizi e iniquità, la colpa o il crimine è che questi vizi e iniquità ci siano e non del partito politico che li flagella e li denuncia davanti al tribunale della pubblica opinione”.
La durezza degli scontri nel febbraio 1889 portano il Governo (del Generale Pelloux) a indurire la legislazione sull’ordine pubblico con la comminazione del domicilio coatto ai recidivi, con l’attribuzione alle autorità di polizia del potere di procedere al divieto di riunioni pubbliche e di scioglimento di associazioni dirette a sovvertire l’ordinamento dello Stato. Perfino il canto dell’inno dei lavoratori, come ricorda Lorelli nel suo libro, costituiva motivo per procedere allo scioglimento di una associazione politica. Ma fu un passo errato per il Governo in quanto contro tale legislazione si registrò un duro ostruzionismo parlamentare che portò fino a ottotenere le dimissioni di Pelloux da Presidente del Consiglio. Anche in questa occasione Mirabelli fu uno strenuo difensore della libertà di stampa e del libero pensiero. Come egli scriveva in un suo lucido intervento alla Camera (1899), “Non toccate la stampa perché è regina e all’ombra del suo trono popolare nascono e fioriscono tutti i diritti della civiltà”.
Le conclusioni cui approda in tale materia di Mirabelli lo portano ad assumere che il diritto di associazione costituisce un diritto costituzionale e che, pertanto all’Esecutivo non può riconoscersi la competenza discrezionale di vietare, con propri atti normativi, il libero esercizio di associarsi, di riunirsi, di dibattere, perché ogni regime costituzionale moderno è inconcepibile senza tali libertà. Simili idee costituiscono vere e proprie premesse anticipatrici di ciò che la Costituzione repubblicana accoglierà nell’art. 21 Cost. Il valore aggiunto di tali premesse è che, nel quadro dello scontro politico, e ideale di fine ottocento, esse si pongono al servizio dei soggetti più deboli e più poveri nonché degli operai, la cui difesa costituisce “un dovere morale prima che politico e non può essere impedita da stupidi interventi dell’autorità di polizia che spesso sospende comizi, riunioni e convegni dove questa difesa viene esaltata e ribadita” (Mirabelli, 1901).
Un intervento – quest’ultimo – che riecheggia nelle aule parlamentari allorché lo stesso Giolitti, allora Presidente del Consiglio, era costretto ad ammettere, in risposta all’intervento parlamentare di Mirabelli, che egli riconosceva il diritto di riunione come diritto assoluto, “ma non come un dogma … perché in politica dogmi non ce ne sono”.
Come si può cogliere, una risposta piuttosto elusiva – quella di Giolitti – che, nella prospettiva storica, ha comunque il merito di riconoscere al diritto di riunione la natura di diritto assoluto. Un diritto che il movimento operaio e contadino potè utilizzare nei primi anni del 900 fino a che l’intervento sulla scena politica di Mussolini e del Movimento dei fasci non cambiò drammaticamente la scena politica.
Come chiosa in modo lucido l’autore del Volume, tale battaglia campale evidenzia la lungimiranza politica e culturale di Mirabelli nel suo aver ben compreso come il conflitto sociale e politico costituisca “l’essenza stessa del progresso in una società moderna” (Lorelli, 202). Ancora una volta una lucida anticipazione delle opzioni del costituente del 1947 con le sue disposizioni costituzionali in tema di libertà sindacali e di diritto di sciopero.
Due altri ambiti dell’azione politica e culturale del Morelli sono quelli della difesa della laicità dello Stato e della scuola pubblica nonché l’azione in difesa del suffragio universale e del voto alle donne.

* docente Unical

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