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Servizi deviati, massoneria ed eversione nera, così è nata la “Cosa Nuova”

REGGIO CALABRIA C’è stato un anno zero della Cosa Nuova. C’è stato un periodo in cui l’organismo collegiale che impasta i vertici delle mafie e della massoneria coperta ha preso forma e ha iniziato…

Pubblicato il: 02/08/2016 – 16:56
Servizi deviati, massoneria ed eversione nera, così è nata la “Cosa Nuova”

REGGIO CALABRIA C’è stato un anno zero della Cosa Nuova. C’è stato un periodo in cui l’organismo collegiale che impasta i vertici delle mafie e della massoneria coperta ha preso forma e ha iniziato ad ingerire nella vita istituzionale, politica, economica e sociale della Repubblica, anche grazie a pezzi deviati dei servizi. Il pm Giuseppe Lombardo lo ha ricostruito a partire dalle parole di pentiti diversi, di diversa caratura e diversa estrazione criminale. Ma tutti in grado di riferire sui primi passi della Cosa Nuova, mossi quando veniva comunemente indicata come “consorzio” e aveva sede a Milano. Anzi, la Dda reggina è stata in grado di fare di più. Ha ricostruito i vagiti dell’organizzazione.

LE RIVELAZIONI DI BARRECA Già ai magistrati impegnati nell’operazione Olimpia, Filippo Barreca aveva spiegato che proprio nel periodo della latitanza del terrorista nero e leader di Ordine Nuovo, Franco Freda, a Reggio Calabria era stata fondata una superloggia, inizialmente diretta dall’ideologo ordinovista, quindi dagli avvocati Giorgio De Stefano e Paolo Romeo. E che Freda avesse a che fare con la massoneria Barreca lo ha confermato anche di recente. «Fu Freda – ha messo a verbale – che per primo mi parlò della Massoneria mi diede anche copia dei rituali di affiliazione passaggio di grado. Esibisco tali rituali». Documenti che ha consegnato alla Dda, cui ha specificato dettagli sui rapporti fra i De Stefano e il mondo dell’eversione nera che per molto tempo ha tenuto per sé. «I rapporti fra i De Stefano e Concutelli, di cui ho riferito nei verbali resi a suo tempo – ha rivelato in un recentissimo interrogatorio – si originano dai rapporti strettissimi fra i De Stefano e i servizi segreti che, non a caso avevano originato anche i rapporti fra Freda e De Stefano – Romeo. Io Concutelli non l’ho mai conosciuto ma dei rapporti fra quest’ultimo e i De Stefano e della loro genesi ho saputo direttamente da Paolo De Stefano». I dettagli di tale rapporto, recentemente rivelati da Barreca non sono stati – ancora – resi noti. Iniziano invece ad emergere i primi dettagli sulla nascita della Cosa Nuova che Barreca è stato in grado di rivelare.

IL RUOLO DI PAOLO ROMEO Sarebbe stato Romeo – spiega Barreca – a rinsaldare il legami fra Calabria e Sicilia. Era lui – dice il pentito – «il deputato, eletto con i nostri voti, gladiatore e che rappresentava l’anello di congiunzione fra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta» che nel ’93 aveva definito il Lima Reggino, collante fra la struttura mafiosa e la politica. Rapporti, quelli fra le due mafie, che si sono sviluppati su più piazze contemporaneamente, a Milano, come a Reggio Calabria. Sotto la Madonnina, «grazie ai Papalia -mi riferisco a Rocco e Domenico che ho personalmente conosciuto – si rinsaldarono i rapporti fra Cosa Nostra e ‘ndrangheta. Ciò – mette a verbale Barreca – avvenne sulla base di comuni interessi nel settore del traffico di sostanze stupefacenti. Su questa base di rapporti oramai saldi e pienamente operativi si innestò il cosiddetto progetto “separatista” voluto e sponsorizzato da Cosa Nostra e dalla ‘ndrangheta. I collegamenti fra cosa nostra e ‘ndrangheta si intrecciavano in modo coordinato a Milano grazie ai Papalia e a Reggio Calabria grazie a Paolo Romeo. Insomma Paolo Romeo e i Papalia agivano, in questo ambito, come un’unica persona, in esecuzione di un unico disegno».

IL CONSORZIO DELLE MAFIE Maggiori dettagli sulla fase milanese della Cosa Nuova li ha rivelati Nino Fiume. Fidanzato storico della figlia di don Paolino, considerato un fratello acquisito dal capocrimine Giuseppe e da Carmine De Stefano, il pentito Fiume ha vissuto per anni fra gli arcoti e ne conosce i più intimi segreti. Ecco perché in rappresentanza della sua famiglia acquisita, ha partecipato alle riunioni del “consorzio”. Per il collaboratore, era «un organismo collegiale di vertice composto da più soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta, alla camorra, alla sacra corona unita ed a una parte di cosa nostra, che in tale organismo era rappresentata da Jimmy Miano e Turi Cappello. Se non sbaglio vi erano anche componenti riferibili ai Madonia». Questa – spiega – era la componente riferibile a Totò Riina. In più, c’erano anche «Angelo “il pazzo” di Catania, un certo Caldarera di Catania e Pierino Liandri. La componente campana di camorra faceva capo al gruppo Ascione, nelle persone di Raffaele Ascione e dei soggetti a lui legati da apporti di parentela». Per la Sacra Corona Unita – aggiunge il collaboratore – c’era anche «Salvatore Annacondia, molto legato a Vincenzino Zappia, con il quale aveva consumato una rapina, oltre che a Pasquale Gatto e Ciccio Stilo». Ma dell’organismo facevano parte anche gli “ambasciatori” del clan De Stefano in Nord Italia e in Francia. Rivela infatti Fiume che «Vittorio Canale, essendo molto legato ad Antonio Papalia, faceva parte del “consorzio” con il ruolo di consigliori, pur vivendo in Francia: anche Paolo Martino aveva fatto parte del “consorzio” e nei primi tempi era legato a Rocco Papalia ed a Natino Valle».

IL GOVERNO DELLE ‘NDRINE CON IL PLACET DEI SERVIZI Folta era invece la rappresentanza della ‘ndrangheta, che all’epoca governava la struttura – racconta il collaboratore – con Franco Coco Trovato, Antonio Papalia e alcuni nomi ancora coperti da omissis. Un dato confermato anche da un altro pentito, Antonio Cuzzola, che svela «i Papalia diventarono i responsabili della ‘ndrangheta per la Lombardia con l’avallo di tutta la ‘ndrangheta calabrese. Si sapeva che i Papalia e, in particolare, Domenico Papalia era in rapporti con i servizi segreti. Pino Piromalli me lo disse in carcere a Cuneo nel 2000. Mi spiegò che la sua cosca era entrata in possesso di documenti che comprovavano questo rapporto. Tuttavia nessuno contestò, all’epoca, questa circostanza al Papalia. Posso presumere che la cosa fosse gradita ai vertici della ‘ndrangheta». Cuzzola non era ammesso alle riunioni del consorzio. Al pari di tanti soldati, anche di alto rango, gli era stata negata la conoscenza di un livello superiore. Ma da pedone attento, ha osservato i movimenti sulla scacchiera. E qualcosa al riguardo l’ha riferita «quando nel 1995 ero a San Vittore al 41 bis, Antonio Papalia “impose”alle guardie che alcuni appartenenti di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta fossero allocati vicino alla sua cella. Se non sbaglio erano Carollo, Barbaro ed altri». Lo stesso Carollo che cederà alle ‘ndrine la gestione della droga su Milano.

LA DELEGAZIONE Fiume invece sa. A quelle riunioni era ammesso. E può testimoniare per averlo visto che del consorzio facevano parte anche Rocco Papalia, Mico Paviglianiti, (e Giovanni Puntorieri del gruppo Ficara -Latella), Mimmo Branca, Pepè Flachi, Cataldo Marincola, Peppe Farao e altri di cui ora non ricordo il nome». In più, aggiunge Fiume «facevano parte di tale struttura, con ruoli di livello inferiore, anche Salvatore Pace, Salvatore Marinaro, un tale Parisi di origine napoletana o siciliana, Pino Mancuso di Limbadi, Nicola Arena di Isola Capo Rizzuto, Giovanni Trapasso di Cutro, tale Ferrazzo di Mesoraca, Pasquale Liotta e Vincenzo Comberiati di Petilia Policastro, Vincenzo Scandale, detto “maggiuni” e Vincenzo Carvelli sempre di Petilia, il cognato di Coco Trovato che si chiama Palmerino di Marcedusa, Pasquale Nicoscia di Isola Capo Rizzuto».

COMPITI E OBIETTIVI Si trattava dunque di un organismo ampio, con un proprio vertice, ma – spiega Fiume – riconosciuto dai massimi vertici della ‘ndrangheta militare, riuniti nel Crimine «nella persona di Antonio Pelle (e dallo stesso Mico Alvaro)». Il consorzio – aggiunge il collaboratore – «serviva a coordinare tutte le attività illecite che si svolgevano sul territorio nazionale» e «veniva convocato e prendeva le decisioni che riguardavano le azioni criminose più delicate, tra le quali le operazioni ai danni di appartenenti all’organizzazione di tipo ma
fioso o relative a soggetti che avevano rapporti con la stessa organizzazione. Per consumare gli omicidi eccellenti si verificavano anche scambi di killer tra le varie strutture criminali consorziate». Un particolare in passato già riferito dal collaboratore Giacomo Ubaldo Lauro, come dal collaboratore pugliese Salvatore Annacondia.

LA MAMMA DELLE MAFIE Ancora più preciso è il collaboratore pugliese Salvatore Annacondia, che del consorzio dice «si tratta di una entità che ha ramificazioni in tutta Italia ed anche all’estero che, almeno fino al 1990, aveva il suo vertice nella famiglia De Stefano/Tegano il cui vertice, a sua volta, era rappresentato da Mimmo Tegano, buonanima». Cerca le parole Annacondia, ma per spiegarsi fa ricorso a un’immagine ancestrale nel pantheon delle mafie. «Il consorzio – dice ai pm –  era la mamma di tutti i gruppi. Era una realtà che andava oltre la ‘ndrangheta e ricomprendeva ‘ndrangheta, pugliesi, siciliani, campani. Milano e la Lombardia erano la terra di elezione di questo Consorzio, erano i territori dove andavamo tutti, dove convergevamo tutti. La Lombardia era la succursale della Calabria». E l’organismo aveva compiti e baricentro precisi. «Per fare capire cosa significa Consorzio le dico che, ad esempio, per decidere dell’omicidio delicato quello di …omissis…, ci riunimmo a Reggio Calabria a casa dell’avv.to Giorgio De Stefano, non presente alla riunione. Eravamo io, Domenico Tegano, Franco Coco Trovato e Jimmi Miano catanese. …omissis…. Insomma quando parliamo del Consorzio, parliamo di una specie di ‘ndrangheta allargata a pugliesi, siciliani (non tutti, ovviamente) e campani (non tutti, ovviamente). Dico questo perché il ruolo preponderante lo aveva la ‘ndrangheta che era l’organizzazione  più potente ed aveva i personaggi più di peso».

DAL FIGLIO DI CUTOLO AI TRAFFICI DI DROGA Personaggi con cui il pentito Antonio Fiume è stato a stretto contatto e da cui ha appreso molti dettagli segreti ai più. È stato il consorzio spiega ad autorizzare l’omicidio del figlio di Cutolo, mentre il medesimo organismo è stato riunito con urgenza e ha detto no all’omicidio di Franco Coco Trovato, uomo dei De Stefano a Milano e re dell’area nord della città, cresciuto in rango e peso dopo il matrimonio della figlia con Carmine De Stefano. Ma non solo gli omicidi venivano pianificati di comune accordo. Lo stesso Fiume racconta che gli arsenali delle mafie erano comuni, come collettiva era la gestione del traffico di droga. Lo svela il pentito Antonio Cuzzola, secondo cui «fra i Papalia e Cosa Nostra vi era un rapporto molto stretto. Posso dire, ad esempio, che con i Madonia ed i Fidanzati i rapporti erano molto stretti. Dopo l’omicidio di Carollo, eseguito su mandato di Riina o comunque di Cosa Nostra – Carollo era uno che gestiva per Cosa Nostra il traffico di stupefacenti in Lombardia – tutto il traffico di stupefacenti che veniva gestito dal predetto Carollo venne affidato ai Sergi per richiesta di Cosa Nostra stessa. Ciò a dimostrazione della particolare vicinanza fra ‘ndrangheta e Cosa Nostra».

PAROLA AI SOLDATI Alleanze e strategie di vertice che ricadevano a cascata su ufficiali e soldati. Vittorio Foschini era un capo a Milano. Ma anche lui non sufficientemente alto in grado da partecipare alle riunioni del consorzio, ma ne aveva sentito parlare. E ai magistrati racconta che «era proprio Salvatore Anacondia a utilizzare l’espressione “Consorzio” per intendere l’alleanza fra esponenti delle diverse mafie, quella calabrese, quella pugliese, quella campana e quella siciliana. Noi dei Papalia avevamo un rapporto molto stretto con Annacondia, fece omicidi per noi. Poi i Cappello e i Paviglianiti fecero nel suo interesse l’omicidio del Di Vitis a Milano. Questa alleanza era finalizzata ad uno scambio di favori e a consultarci reciprocamente per le questioni più delicate».

LE RIVELAZIONI DI COSTA Come lui, anche Salvatore Costa è un soldato. Non sospetta neanche l’esistenza della direzione strategica delle mafie, ma diligentemente ne vive le decisioni. Per questo può raccontare che «Catanzaresi, il mio gruppo, il gruppo palermitano di Crisafulli, quello di Annacondia, il gruppo di Jimmi Miano e quello di Turi Cappello, catanesi, i reggini (e cioè i Papalia i Barbaro, i Paviglianiti), Schettini che portava gli Ascione e parte della camorra, eravamo tutti insieme. Operavamo in Lombardia in modo coordinato ed unitario. Mi chiedete se eravamo un Consorzio. Questo termine non lo ricordo ma in effetti si, eravamo un consorzio di più gruppi criminali che operava in Lombardia ma aveva ramificazioni in tutta Italia. Vi era un mutuo soccorso fra le diverse organizzazioni che si incontravano anche in riunioni di vertice per pianificare questi scambi di favori». Solo grazie a confidenze di altri, sa che esistevano riunioni di vertice e che in una di queste è stato deciso l’omicidio di Cutolo jr. Per il resto, si limitava ad osservare. E da buon osservatore qualcosa ha notato. «I Fidanzati, legati ai Corleonesi, prima potentissimi a Milano, tanto da rifornire di stupefacenti il Flachi, dalla fine degli anni 80, iniziarono a sparire da Milano, in coincidenza con l’affermazione e la creazione di quella vasta alleanza di cui ho detto. Vi dico che i Fidanzati scomparvero perché sapevo chi, per ogni zona, vendeva la droga e da chi noi ci fornivamo, e fra costoro non vi erano i Fidanzati».

LE STRAGI Ma il consorzio non si limitava a discutere di affari o autorizzare omicidi di boss più o meno importanti. Negli anni Novanta, è all’interno di questa ormai rodata organizzazione strategica che i corleonesi hanno proposto alle mafie tutte di partecipare alla strategia stragista. Lo rivela il pentito Nino Fiume, che già in passato, anche in pubblica udienza, aveva accennato agli incontri durante i quali i siciliani avevano chiesto aiuto ai calabresi per le stragi. Non vi ha mai partecipato, ma qualcosa ha saputo da Giuseppe De Stefano, che proprio da Fiume aveva voluto essere scortato. Ma quelli – spiega oggi il pentito – non erano incontri occasionali. «Anche le riunioni con i siciliani svolte in Milano e Nicotera, di cui ho parlato nei precedenti verbali ed originate dalla richiesta di aderire alla strategia stragista dei primi anni novanta, sono riunioni organizzate proprio dalla struttura collegiale di vertice che ho fin qui definito “il consorzio”» racconta Fiume.

MATERIALE PER TRE PROCURE La ‘ndrangheta, con i De Stefano in testa, ha declinato l’invito. Ma qualcuno si era fatto tentare dal progetto. «L’unico che aveva manifestato l’intenzione di aderire alla strategia stragista era stato Franco Coco Trovato il quale – insieme ai Pesce, ai Mancuso, ai Piromalli ed a Giuseppe De Stefano – aveva partecipato, con ruolo di grande rilievo, alle predette riunioni». I suoi verbali, sull’argomento, sono costellati di omissis. Ma Fiume, già da più tribunali riconosciuto come pentito serio e attendibile, sulla questione potrebbe avere molto da dire. È stato per anni il braccio destro di Giuseppe De Stefano, che a lui ha fatto più di una confidenza. Incluse – emerge dalle carte – preziose rivelazioni sulle richieste dei siciliani, come sulla contro-offerta dei calabresi, che in quegli anni hanno scelto un più comodo appoggio logistico. I dettagli – tuttora coperti da omissis – sono materiale per le Dda di Reggio Calabria, Caltanissetta e Palermo, che da tempo lavorano all’inchiesta sulle stragi e sulla commissione nazionale che secondo le ultime ipotesi le ha decise.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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