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Operazione Underground, le mani dei clan su Milano

MILANO Non ci sono accuse di ‘ndrangheta, niente reati appesantiti dall’articolo 7 che indica l’aggravante mafiosa, ma sono nomi noti delle ‘ndrine della Locride, come della Piana di Gioia Tauro qu…

Pubblicato il: 04/10/2016 – 18:12
Operazione Underground, le mani dei clan su Milano

MILANO Non ci sono accuse di ‘ndrangheta, niente reati appesantiti dall’articolo 7 che indica l’aggravante mafiosa, ma sono nomi noti delle ‘ndrine della Locride, come della Piana di Gioia Tauro quelli dei calabresi coinvolti nell’operazione Underground della procura di Milano. A far più rumore, è quello di Antonio Stefano, inquadrato come socio occulto e finanziatore di alcune delle aziende dietro cui Pierino Zanga si era nascosto per sfuggire a creditori, finanzieri e agenzia delle Entrate, come della Infrasit, cartiera che ha fagocitato più di un ramo d’azienda un tempo gestito dall’imprenditore bergamasco. Ma Stefano non è semplicemente un affarista spregiudicato che dalla natia Locri è andato a investire il proprio gruzzolo personale a Milano. Per la Dda di Reggio Calabria, che gli sta alle costole fin dai primi anni 2000, quando è finito in carcere con l’operazione Nostromo, di soldi suoi non ne ha mai gestiti. Ha sempre e solo fatto girare i soldi dei clan.

IL LUOGOTENENTE Antonio Stefano è infatti il luogotenente dei potentissimi fratelli Coluccio, boss che insieme agli Aquino sono divenuti la massima autorità fra i clan calabresi che si occupano di narcotraffico, senza rinunciare a governare il territorio che va da Siderno a Gioiosa Jonica. È a lui che Giuseppe Coluccio, appena liberato dopo 4 anni e mezzo di 41 bis, chiede conto di affari e investimenti, dicendogli chiaramente «quando manchiamo noi sei tu il riferimento nostro». È il perno dei giganteschi traffici di droga con testa nella Locride e tentacoli in tutto il mondo, ma anche la mente del reinvestimento dei giganteschi guadagni illeciti che quei traffici generano. Per questo motivo, Stefano è stato arrestato nel settembre 2015 e il prossimo 26 ottobre dovrà presentarsi di fronte al gup per l’udienza preliminare del procedimento Acero Krupy, coordinato dal pm Antonio De Bernardo, nell’ambito del quale risponde di associazione mafiosa e traffico internazionale di stupefacenti.

L’OMBRA DEI CLAN «Se avesse fatto quegli affari a Milano da solo, lo avrebbero già ammazzato in carcere» commenta un investigatore di lungo corso, che fin dal principio ha seguito la “carriera” del luogotenente dei Coluccio. D’altra parte, ragiona, se proprio avesse voluto fare uno sgarbo ai clan non avrebbe collocato nei posti chiave delle aziende della galassia Zanga, parenti e fedelissimi, tutti provenienti dai “vivai” della ‘ndrangheta della jonica, come della tirrenica. Sposato con Francesca Macrì, figlia del boss Vincenzo “U Baruni” e nipote di Antonio Macrì, capo dell’omonimo clan, legato a doppio filo con i Commisso di Siderno, Stefano non ha esitato un momento a inserire in azienda Graziano Macrì, cugino della moglie assunto come operaio full time, ma ospitato a Milano a spese della società, e in breve associato alla gestione della Infrasit. Per gli imprenditori lombardi che con loro si troveranno in società erano loro – si legge nell’ordinanza milanese – i rappresentanti di «quelli in Calabria». E sotto la Madonnina hanno portato tutti i loro uomini.

IL GREGARIO Il loro primo e diretto referente è Salvatore Piccoli, uomo di fiducia di Stefano tanto da indurre gli inquirenti a definirlo il suo “gregario”. Insieme al luogotenente dei Coluccio, Piccoli si era già fatto pizzicare nell’inchiesta “Oro Nero”, indagine coordinata dal pm Roberto Di Palma che ha scoperchiato una gigantesca truffa basata sul contrabbando di gasolio, con base a Gioia Tauro. Questo non gli ha impedito però di assumere la direzione di fatto della Collimiti, una delle società che i “calabresi” hanno progressivamente cannibalizzato. La sua amministrazione però non è stata delle più oculate.

TRA HAREM E SPESE PAZZE Con i soldi destinati al pagamento degli stipendi degli operai e alla gestione della società – spiega Austoni, uno degli ex soci di Zanga – Piccoli ha acquistato due auto di lusso «una macchina di 35 mila, un’altra di 25 mila» e si è tolto più di uno sfizio: una villa di lusso, con tanto di spaziosi box per i cani e una squadra di operai addetti alla loro gestione. In più, nel giro di poco, Piccoli ha assunto un vero e proprio esercito di parenti, amanti e amici. Trovano posto alla Collimiti il padre, Francesco Piccoli, nonostante non abbia mai lasciato la Calabria, la moglie del “gregario”, Elisabetta Leone, pagata regolarmente nonostante non si sia mai allontanata da Carlopoli e le due amanti di Piccoli, Genni Orsola Gerani, assunta prima come operaia part-time, quindi come dipendente full-time, ma presentatasi solo sporadicamente “a lavoro”, e Sara Kanziz, formalmente dipendente full time della Collimiti, ma in realtà «totalmente estranea ad ogni attività aziendale». Anche i congiunti di amici e soci non sono stati lasciati a piedi. Trovano lavoro in azienda anche Amerigo Colelli, figlio di quel Giuseppe che in seguito verrà scelto per amministrare di fatto la società e Erika Marenzi, compagna di Pierluigi Antonioli, uno dei soci di Zanga e dei calabresi. Piccoli però non dimentica neanche le compagne degli amici, come Cristina Alitei, legata a Roberto Pizzoni, gravato da precedenti per associazione a delinquere, usura ed estorsione, o Ewa Zrkoskawa, legata a Luciano Ghirlandi, uno degli uomini di fiducia di Piccoli, noto a investigatori e magistrati per percosse, minacce, detenzione di armi ed estorsione. A libro paga della Collimiti Piccoli ha iscritto anche il suo uomo di fatica, Ediri Mamela, i calabresi Nicola Romano, assunto a tempo indeterminati ed effettivamente impiegato sul cantiere Expo fino all’aprile 2014, Antonio Salvatore, cugino di Graziano Macrì, Rocco Cannatà e suo cognato di Marcello Domenico Fortugno.

GENTE DI FIDUCIA Il gregario però non è stato l’unico uomo di fiducia mandato a “supervisionare” le nuove aziende. Fin dal 2013 è stato chiamato da Piccoli alla Collimiti, ma per i magistrati rispondeva direttamente ad Antonio Stefano Giuseppe Collelli, assunto come operaio, ma fin dal principio retribuito con 5mila euro al mese e di fatto delegato alla gestione dell’azienda. Fin dal 2011 socio del “gregario” Piccoli nella Emmepitre, società inattiva e che mai ha presentato dichiarazioni fiscali, Colelli ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione della cartiera dei clan. È lui a pochi giorni dall’assunzione in Lombardia a procedee all’acquisizione del 100% delle quote sociali della Metal Energy, poi denominata Infrasit. Qualche mese dopo, è questa l’azienda che permette ai “calabresi” di «inserirsi nel settore delle grandi opere quali aggiudicatari di lavori appaltati da Ferrovie Nord spa, o da società facenti parte del medesimo gruppo, ad Itinera spa. In più, sottolinea il gip,poco dopo la sua costituzione la Infrasit diventa «destinataria di importanti lavori pubblici quali il cantiere di Arese avente ad oggetto la costruzione del Centro Commerciale “Il Centro”, il cantiere di Turbigo per il potenziamento della tratta ferroviaria Castano- Turbigo, il cantiere di Cormano per i lavori relativi ad una nuova stazione unificata e opere complementari, il cantiere Bereguardo per lavori relativi alla messa in sicurezza della A7/Milano – Genova, i lavori per la realizzazione della piastra Expo spa da parte del gruppo Mantovani».

IL SECONDO UOMO Non meno importante di Colelli nella gestione della Infrasit è Giuseppe Gentile, socio e gestore di fatto della società insieme a Colelli dal febbraio 2015. Originario di Gioia Tauro, di lui il gip milanese riporta solo che è «inquadrato in una compagine criminale dedita all’usura e all’estorsione», ma di certo gode della fiducia di Stefano e del suo gruppo. E non solo perché ancor prima di mettere piede in azienda è stato in grado di far assumere più di un amico o parente. Di lui parla il cugino di Stefano, Graziano Macrì, che intercettato racconta di una riunione durante la quale Colelli e gli altri si sarebbero tirati fuori da un a
ffare in Romania, indicando Giuseppe Gentile quale cessionario della quota parte. «”Vuoi che ti diamo il 50% della ditta.. te la diamo in gestione a te.. così non vi diamo soldi a voi.. Pino ed altri” questo qua gli ha detto» racconta il giovane Macrì, per poi puntualizzare al suo interlocutore «hai capito sì?». Parole che anche per gli investigatori sembrano indicare che Gentile non fosse altro che il rappresentante di un gruppo in grado di pretendere una parte dell’affare. Come solo la ‘ndrangheta può fare.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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