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Paolo Romeo scrive dal carcere: «Non sono un massone»

Riceviamo e pubblichiamo una lettera che l’ex parlamentare Paolo Romeo ci ha inviato dal carcere di Tolmezzo (Udine), dove si trova recluso dopo l’arresto nelle recenti operazioni antimafia della D…

Pubblicato il: 05/10/2016 – 13:45
Paolo Romeo scrive dal carcere: «Non sono un massone»

Riceviamo e pubblichiamo una lettera che l’ex parlamentare Paolo Romeo ci ha inviato dal carcere di Tolmezzo (Udine), dove si trova recluso dopo l’arresto nelle recenti operazioni antimafia della Dda di Reggio Calabria “Fata Morgana” e “Mammasantissima”.

 

Ho esitato molto prima di assumere l’iniziativa di rivolgermi a voi, coscienza collettiva della mia comunità, che immagino tormentati da un malessere antico che ci affligge, dopo gli eventi giudiziari che hanno assicurato alla giustizia la cupola di invisibili che avrebbe governato e diretto la ‘ndrangheta e il suo malaffare nella provincia di Reggio.
Mi sono determinato a farlo perché ritengo di dovere riferire a voi quanto ho proclamato, recentemente, in alcune aule giudiziarie dove mi affannavo a introdurre spunti di riflessione sui temi di accusa. Anche a voi desidero dichiarare che:
Non sono stato mai iscritto ad alcuna loggia massonica, in nessuna forma possibile. Non ho avuto relazioni con tali gruppi, regolari o deviati. Sono geneticamente e culturalmente orientato verso altre forme di essere e vivere nella società.
Non sono stato mai un estremista di destra o di sinistra. Non ho mai aderito ad organizzazioni estremistiche. Non ho mai avuto simpatie o sintonie con le loro ideologie e con le loro strategie. Non sono per temperamento estremista. Ho sempre operato con equilibrio. 
Non sono un mafioso. Avverso la cultura e l’agire mafioso. Non ho mai agevolato o assecondato l’azienda criminale nel privato e/o nell’esercizio delle mie pubbliche funzioni. Non ho mai avuto debolezze o cedimenti verso i loro interessi. 
Ho sempre vissuto secondo le modalità dell’essere e non dell’avere. E, come osserva Erich Fromm, la modalità dell’essere ha come prerequisiti l’indipendenza, la libertà e la presenza della ragione critica. La sua caratteristica fondamentale consiste nell’essere attivo ovvero rinnovarsi, crescere, espandersi, amare, essere interessato, prestare attenzione, dare. Ho vissuto per essere solo detentore di pensiero vivente e produttivo. Il percorso giudiziario avviato si farà carico di rassegnare ai posteri una verità giudiziaria sulle questioni poste. 
Per quel che mi riguarda accetto il ruolo di indagato, presunto innocente, subisco la carcerazione preventiva ai confini del Paese, patisco la tortura mediatica alimentata da solerti investigatori.
Credo di potere richiedere alle componenti del processo penale un altrettanto corretto esercizio delle funzioni nel rispetto delle norme e dell’etica professionale invitandoli a rifuggire dalla tentazione di fare i predicatori, i moralisti e i sociologi. 
Non posso non rilevare che se è vero, come è vero, ciò che ho dichiarato devo ritenere che ci sia qualcosa, nel sistema penale, che non funziona. Circostanza che desta preoccupazione per due motivi: il primo perché il messaggio di sicurezza veicolato dall’azione penale è falso e depositante; il secondo perché vengono indicati al pubblico ludibrio persone non responsabili dei fatti addebitatigli. 

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(L’ex deputato Paolo Romeo)

Quali sono i meccanismi che generano simili situazioni?
Nella dottrina tedesca dei primi anni del secolo scorso si è delineata, accanto alla comune concezione di colpa, la cosiddetta colpa d’autore o colpa per il modo di essere. Il modo di essere dell’agente è l’oggetto dell’indagine e in secondo piano passa il fatto commesso. Si risponde penalmente per «quello che si è» e non per «quello che si fa». Si parla di diritto penale del nemico o di diritto penale d’autore, formule equivalenti che evocato il fatto che ciò che è punibile non è più il reato ma il reo. Il leit motiv è dato dall’appartenenza del nemico ad un gruppo identitario. 
Lo schema teorico di diritto di sicurezza, teorizzato dallo studioso tedesco Jakobs, è fondato sulla contrapposizione tra l’esigenza di proteggere i cittadini onesti e quella di estromettere dal sistema di garanzie coloro che si sottraggono all’osservanza del patto sociale. Per questa ragione, questi ultimi, devono essere trattati non come persone, ma come antagonisti da combattere, siano essi nemici veri o presunti.
I bisogni di sicurezza finiscono, quindi, per giustificare la selezione dei comportamenti criminosi, e la conseguente classificazione dei nemici.  Dal punto di vista operativo, si concepiscono appositi piani di sicurezza della società dei delinquenti per principio, fondati su convegni normativi che guardano al futuro, per neutralizzare pericoli, e non al passato, per riaffermare la vigenza della norma violata.
Sul tema, la dottrina più attenta ha affermato che quando l’autore di un qualunque, per quanto grave, tipo di reato diventa improvvisamente un bersaglio della stampa o della opinione pubblica per ragioni contingenti, che non dipendono dalle sue anomalie tipologiche di autore, ma da una estemporanea recrudescenza punitiva verso un certo tipo di fatti, in quell’istante il diritto penale è strumentalizzato in funzione della lotta contro un nemico, per esprimere la riaffermazione dei valori offesi e la lotto contro chi li aggredisce. 

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Tali tecniche giudiziarie adottate per contrastare il fenomeno criminale richiamano alla mente la favola di Fedro: «Il lupo e l’agnello».
Nell’antica fiaba il lupo non dubita di potere divorare l’agnello. Deve però pagare un modesto prezzo: giustificare, cioè “rendere giusto” il proprio atto. Il dialogo tra le parti si sviluppa con il lupo che inizialmente dice all’agnello: «Mi intorbidisci l’acqua» – «Non è possibile, sto bevendo allo stesso ruscello, ma più a valle di te» – «Però un anno fa hai parlato male di me» – «No, signor lupo, un anno fa non ero ancora nato» – «Se non sei stato tu, è stato sicuramente tuo fratello».
Ed anche la storia di Cristoforo Colombo che aveva certezza di avere raggiunto l’Asia da occidente. Il dogma era tutto nella vita di Colombo. La sua mentalità dogmatica gli dava una verità rivelata a cui doveva rinunciare per accedere all’evidenza che gli stava imponendo (le scritture dicevano che i continenti potevano essere solo quelli già noti).
Considero, inoltre, che non esistono i fatti in sé, esistono solo interpretazioni della realtà, prospettive diverse da cui tentiamo inconsciamente di solidificare il divenire incessanti delle cose. La verità, la realtà, non stanno fuori di noi. Qualcuno ha scritto che «noi non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo noi».
ttribuisco a tali meccanismi interpretativi deviati la vicenda che mi riguarda. La paranoia lupesca, il costruttivismo sociale immaginario e il prospettivismo criminale sono gli ingredienti nel processo di interpretazione dei fatti che connotano l’azione giudiziaria. Essa costituisce, invero, lo sbocco obbligato ad una mancanza di antidoti sociali ai fenomeni degenerativi. L’azione giudiziaria si impone, in alcuni campi, investigativi, come attività surrogatoria dei poteri sociali esercitata con la supina ed interessata acquiescenza del potere politico e legislativo. Non è un caso che la politica non riesce a produrre riforme al sistema giudiziario.
L’inadempienza delle componenti sociali, coniugata ad una classe politica debole, porta il potere giudiziario a straripare sanzionando penalmente fenomeni sociali che andrebbero governati in tale sfera. Imbastiscono guerre contro nemici.
Alle forze intellettuali e alle classi dirigenti della città ho voglia di chiedere quale ruolo pensano di dovere esercitare in tale contesto.
L’acqua d
el ruscello, comunque, è certamente inquinata, a prescindere da ciò che afferma il lupo, e la sua depurazione spetta agli intellettuali, alla classe dirigente e alle forze sociali che hanno il compito di indicare i valori ed i principi che devono guidare azioni e comportamenti all’interno di un quadro legislativo. 
L’etica e la morale devono precedere, prevenire con i loro freni inibitori i fatti reato, atteso che l’azione giudiziaria è chiamata a reprimere fatti già avvenuti, a tagliare i rami secchi.
L’etica induce ad agire perché si considera giusto l’operato e non soltanto perché è legalmente giusto. Si agisce non per timore della pena ma per o causa delle intrinseca bontà dell’azione.
Le forze sociali, sino ad oggi, condizionati dai valori espressi da una società edonistica e consumistica, hanno rinunciato al ruolo di protagonismo sociale fatto di buone pratiche limitandosi a sbandierare codici etici. Hanno coltivato interessi privati, sono andati alla conquista del potere per il potere, limitandosi a fare da spettatori, talvolta da tifosi nell’arena sociale dominata da squilibrate dinamiche di potere.
Legittimano, così, un potere di supplenza giudiziario che con la sola azione repressiva, in uno Stato democratico, non riuscirà mai a bloccare e contenere il fenomeno criminale. 
I principi etici e morali condivisi dalla cultura cattolica e laica, sanciti dalla Costituzione italiana, esaltano il valore della persona e della vita cui si ispira il sistema sanzionatorio penale che prevede la repressione dei reati, la punizione dei responsabili e il recupero e il reinserimento sociale del condannato piuttosto che la sua espulsione dal contesto sociale. Un buon visionario si spende per una comunità fatta di uomini liberi, di sani principi e non popolata da lupi, agnelli e pecore.

Paolo Romeo

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