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La Calabria “alla porta” di Gratteri

CATANZARO «Se alla vostra porta non bussa nessuno per chiedere giustizia, allora non state facendo bene il vostro lavoro». Questo è il termometro per valutare la caratura e il valore di un ufficio …

Pubblicato il: 06/11/2016 – 13:52
La Calabria “alla porta” di Gratteri

CATANZARO «Se alla vostra porta non bussa nessuno per chiedere giustizia, allora non state facendo bene il vostro lavoro». Questo è il termometro per valutare la caratura e il valore di un ufficio secondo il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri che sabato sera ha presentato, insieme allo studioso e giornalista Antonio Nicaso, il loro ultimo libro “Padrini e Padroni. Come la ‘ndrangheta è diventata classe dirigente”, in una affollatissima sala del Parco Scolacium di Roccelletta. Per quanto riguarda gli uffici della Procura di Catanzaro, di cui Gratteri è a capo dallo scorso 16 maggio, la fila di persone che chiede giustizia c’è, ed è lunga, davanti alla sua porta. «La mia segretaria sta impazzendo per organizzare gli appuntamenti», ha detto scherzando Gratteri. «Ogni lunedì, dalle 10 alle 13, ricevo una persona ogni dieci minuti. Parlo con tutti, a partire dalla vecchietta, emozionata e speranzosa, vessata dal mafiosetto di turno. Anzi, a lei concedo 15 minuti». Ma andare a Catanzaro – chiede il direttore del Corriere della Calabria Paolo Pollichieni – è stato un ripiego? Le orecchie dei catanzaresi presenti si drizzano, il silenzio in sala, e anche fuori dove c’è gente che non è riuscita a entrare, è assoluto. Gratteri si concede un secondo. «Quattro anni fa – spiega – aveva fatto domanda come procuratore capo di Reggio Calabria. Sinceramente pensavo di meritarlo grazie al mio lavoro e alle indagini che avevo condotto. Ma non è andata così». Quattro anni dopo c’erano sei sedi nella quali Gratteri poteva approdare. «La mia sede naturale era Catanzaro – dice il magistrato – conosco il territorio, conosco la ‘ndrangheta di Vibo e Crotone che ha dinamiche simili a quella reggina». Poi, con gli occhi stretti e il sorriso sornione, confessa: «Ho fatto domanda per Milano più che altro per vedere l’effetto che fa». Per mettere, insomma, un po’ di pepe e qualche ansietta in certi ambienti.
Però con Catanzaro non sono state rose e fiori. Qualche tempo prima di prendere possesso della sua nuova sede, il procuratore è andato a visitarla. «Vi dico la verità – racconta – per come sono fatto io non c’era una sedia che mi piacesse come era messa». Il capitale umano, però, «al 99 per cento», è di valore. «Mi ha confortato avere conosciuto colleghi giovani e con entusiasmo. Sono grato del livello qualitativo che ho trovato anche tra gli investigatori che mi affiancano». E questi, tolta qualche difficoltà sparsa a macchia di leopardo, per Gratteri sono i buoni presupposti per «costruire una grande Procura».

«LO AMMETTO, SONO UN REAZIONARIO» Alla fine lo dice, con ironia: «Lo ammetto, sono un reazionario». È la chiosa di una lunga discussione su quali esempi ricevano oggi i ragazzi calabresi, sullo spreco di denaro della comunità europea, sui soldi sprecati per le associazioni antimafia, sull’importanza di investire nella scuola, nel tempo pieno, sul meglio di ieri, della nostra cultura, che si sta perdendo, fagocitato dalla nuova cultura del consumo. «I genitori di oggi hanno altri parametri nella ricetta per il futuro dei propri figli. In 25 anni siamo stati omologati verso una cultura del consumo». Impossibile non fare un paragone con quei valori con i quali è cresciuto il procuratore. «Mia madre – ricorda Nicola Gratteri – controllava i miei quaderni di scuola e si assicurava, sopra ogni altra cosa, che fossi educato. Per gli insegnanti c’era rispetto. Non era piaggeria ma ammirazione perché persone di cultura». Sembrano tempi lontani dalle aggressioni, dalla scarsa tutela, che i docenti di oggi subiscono quotidianamente. «Vietate ai genitori di andare a rompere le scatole agli insegnanti», è l’appello che fa scattare un applauso liberatorio in sala. Il magistrato si rivolge alla classe dirigente, a coloro che governano il nostro Paese – che si trova al 156° posto al mondo per istruzione – e la nostra regione. «Non date soldi alle associazioni antimafia – dice – possono nascere anche gratis. Investite nella scuola, in un tempo pieno come si deve, perché i figli degli ‘ndranghetisti non tornino a casa a nutrirsi di cultura mafiosa, perché i ragazzi non tornino a casa per chiudersi in camera davanti a internet». L’esempio viene dall’Est, dalla Bulgaria dove di recente Gratteri e Nicaso hanno ricevuto il premio “Heart and Speech Against Drugs Award 2016”. Qui si spendono i soldi della Comunità Europea, si investe nell’istruzione. Quell’Est, forse, ricorda al magistrato i valori della sua giovinezza, quando d’estate si andava a bottega a imparare un mestiere. «Da ragazzo ho fatto di tutto – racconta – il barbiere, il sarto, il muratore, il falegname, il meccanico». In Bulgaria oggi ci sono giovani, 30enni, che vanno veloce incontro al proprio futuro, anche grazie ai fondi dell’Ue.
«Perché questo in Italia non avviene?», domanda Gratteri. «È avvilente – aggiunge – vedere una politica che fa progetti a un anno, un anno e mezzo, perché poi ci sono campagne elettorali a cui dare conto. Non esiste una progettazione seria, a lungo periodo».

LA RIFORMA Il 30 luglio del 2014 il governo Renzi mette Nicola Gratteri a capo della “Commissione per l’elaborazione di proposte normative in tema di lotta, anche patrimoniale, alla criminalità”. La commissione ha formulato un articolato di legge. Hanno modificato 150 articoli tra tutti i codici. È stato un lavoro di partenza, è stato modificato l’ovvio, come la farraginosità di quattro articoli del codice di procedura penale che impediscono ai processi di spedire veloci. Oggi questo articolato di legge è sulle scrivanie di tutti i parlamentari, maggioranza e opposizione. «Ce l’hanno tutti – dice Gratteri – chi ha la libertà può presentarlo». Alla domanda su che fine abbiano fatto le proposte normative, Nicola Gratteri rimanda: «Tra poco arriveranno in Calabria politici di ogni schieramento, chiedetelo a loro».

PADRINI E PADRONI Il libro di Gratteri e Nicaso parte da lontano, dall’Italia appena unita. Perché ha una genesi la storia della ‘ndrangheta che si fa classe dirigente. La Calabri ha una storia che spesso dimentica. «Siamo bravi a rimuovere il nostro passato», dice il direttore Paolo Pollichieni, che considera “Padrini e Padroni” il libro più importante di Gratteri e Nicaso, un libro dal valore «darwiniano perché si occupa dell’evoluzione della specie ‘ndranghetista». Perché non è un caso che a fine ‘800 troviamo gli stessi cognomi che troviamo oggi, arrivati potenti e solidi alla quarta generazione. Gratteri e Nicaso scrivono la nostra storia e, anzi, ce la sbattono in faccia. La cristallizzano in poco più di 200 pagine perché finalmente i calabresi abbandonino quell’oblio dietro al quale troppo facilmente si nascondono, forti di una capacità di “digerire la propria storia con una velocità incredibile”. Perché non bisogna dimenticare il lavorio costante che la ‘ndrangheta è riuscita a operare nei secoli. Lo dice anche Antonio Nicaso, reggino trapiantato in Canada, che racconta della «forte capacità relazionale della criminalità calabrese, presente negli Usa fin dall’800». Neanche un mese fa il vice capo dell’Fbi ha ammesso – racconta Nicaso – di avere sottovalutato il fenomeno. La conseguenza è stata avere perso terreno nei confronti della ‘ndrangheta che oggi conta su esponenti ricchissimi e potenti capaci di finanziare la politica e influenzare l’economia americana. Un ndrangheta che è cresciuta senza clamori stragisti, strisciando in un sottobosco fertile alla corruzione. E che oggi rappresenta la più potente organizzazione criminale al mondo. «Ma la ndrangheta non è diventata potente dal giorno alla notte o solo per colpa della “distrazione” della politica», detto Pollichieni. Dalla Calabria sono stati spesso espulsi i migliori magistrati, gli ufficiali più valorosi. Anche oggi, quando Gratteri è arrivato a Catanzaro «molti hanno tremato, molti hanno tramato e non hanno smesso». La ‘ndrangheta è cresciuta per due ordini di motivi:
il mondo dell’informazione che non ha fatto il proprio dovere e poi «la nostra storia non l’abbiamo scritta noi». Ma oggi, almeno, la conosciamo. Esiste una letteratura che la racconta. «Usate questo libro – dice Pollichieni – ricordatevi che quello che descrive è accaduto. E oggi non ci sono più alibi».

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it