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Ucciso per sbaglio, Ciccio Vinci rivive a teatro

CITTANOVA Quarant’anni fa moriva il 18enne Ciccio Vinci, ucciso dalla ‘ndrangheta per errore. Oggi quella vicenda rivive in tutta la sua drammaticità grazie a un al progetto teatrale “C’era un raga…

Pubblicato il: 01/12/2016 – 21:08
Ucciso per sbaglio, Ciccio Vinci rivive a teatro

CITTANOVA Quarant’anni fa moriva il 18enne Ciccio Vinci, ucciso dalla ‘ndrangheta per errore. Oggi quella vicenda rivive in tutta la sua drammaticità grazie a un al progetto teatrale “C’era un ragazzo che come noi…”, per la regia di Antonio Salines. Era il 10 dicembre 1976 quando le cronache registrarono l’ennesimo fatto di sangue a Cittanova.
Sul palcoscenico, a raccontare e ricordare questa vicenda ci sono quattro personaggi: Francesco Vinci soprannominato Ciccio, la madre, il coro fatto di giovani ragazzi e una ragazza misteriosa (gli interpreti sono Walter Cordopatri e Cristina Sarti, affiancata da un coro di giovani.
«Francesco racconta quel che è stato e quel che non è potuto diventare: le sue lotte, l’impegno nella Fgci, la scuola; e insieme i suoi sogni, a partire da quello di una Calabria senza ‘ndrangheta e di un territorio, il suo, che in qualche modo vorrebbe vedere libero dalla tela intessuta dal ragno più velenoso», spiega Barbara Baroni, curatrice della drammaturgia dell’opera.
«Il monologo di Ciccio – continua – viene, di volta in volta, interrotto dal coro che chiede, incalza, stimola, avverte in una sorta di dialettica, anche accesa, che rappresenta i dubbi, le paure di una giovinezza che si può ogni giorno infrangere nelle derive della violenza e della vendetta. Quello dei ragazzi del coro è, in fondo, il ritratto dei giovani di allora e di oggi che si ritrovano naturalmente dentro la ragnatela, quasi come se non avesse alternative di sorta. Tra i due si genera, talvolta, anche un contrasto che non deve essere semplicemente la solita lotta fra il bene e il male ma deve far toccare con mano come, attraverso la quotidianità, la criminalità organizzata sia un problema di tutti, nella misura in cui può annidarsi dentro ciascuno di noi. Un po’ come diceva Giovanni Falcone a proposito della mafia: “La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione”.
«La madre, in questo altalenante dialogo – aggiunge ancora Baroni –, si intrometterà, rispettando il suo ruolo, quello di una donna del sud dalla mente semplice ma saggia. Essa intercede con l’unico obiettivo di salvare la sua famiglia e i suoi figli da un mondo che pensa non la riguardi. Il personaggio della madre acquisterà tutta la sua levatura drammatica quando sarà chiaro che suo figlio è stato ucciso, così avrà inizio il monologo del dolore, della consapevolezza, della rabbia cieca. Si attaccherà a una giacca, la giacca che Ciccio indossava sempre. Sarà la misteriosa donna, però, a condurre Ciccio lontano, per sempre. Con poche parole, pochi gesti e il fascino di un sogno proibito, lo prenderà per mano facendogli guadagnare la vita (o la morte?). Fuori scena, però, si comincerà a sentire il rumore delle migliaia di persone accorse al suo funerale e, dal fondo del palco, la madre si avvicinerà ai ragazzi del coro ai quali passerà la giacca di suo figlio come un cimelio, un ricordo e un passaggio di testimone affinché sia chiaro che la morte di Ciccio è servita, almeno, a risvegliare le coscienze».

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