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GOTHA | Gli agganci calabresi di Lucky Luciano

REGGIO CALABRIA Nel 2008, quando il colonnello Valerio Giardina, all’epoca a capo dei Ros, ha stretto le manette ai polsi di Pasquale Condello, dalla bocca del superboss è uscita un’unica frase: «A…

Pubblicato il: 03/03/2017 – 15:24
GOTHA | Gli agganci calabresi di Lucky Luciano

REGGIO CALABRIA Nel 2008, quando il colonnello Valerio Giardina, all’epoca a capo dei Ros, ha stretto le manette ai polsi di Pasquale Condello, dalla bocca del superboss è uscita un’unica frase: «Adesso sono cazzi vostri perché si sono rotti gli equilibri. Chiamatela ‘ndrangheta, chiamatela come volete, in Svezia si chiama in un altro modo. Questa è una cosa mondiale». Una frase, pronunciata anche di fronte al pm Giuseppe Lombardo, che a Reggio Calabria ha segnato l’inizio delle indagini su quella commissione mondiale delle mafie, affiorata nei verbali di diversi collaboratori calabresi e soprattutto siciliani.

LE INVOLONTARIE RIVELAZIONI DI D’ELIA Parole che negli anni hanno contribuito a costruire un mosaico su cui ancora si indaga. E che oggi si arricchisce di un nuovo tassello. Arriva dall’indagine Provvidenza, recentemente eseguita nei confronti di capi e gregari del clan Piromalli, per bocca dello storico “ambasciatore” della famiglia, Paolo D’Elia. Incaricato di gestire rapporti e controversie con i clan della Piana, come del Vibonese, D’Elia – spiegano gli inquirenti – è anche uno degli uomini che per il clan ha gestito rapporti e trame massoniche. Ma negli ultimi anni non è stato prudente ed ha parlato senza temere di essere intercettato. Per questo oggi inquirenti e investigatori possono iniziare a ricostruire la ragnatela nazionale e internazionale dei contatti del clan, che vanno da Lucky Luciano a Licio Gelli.

IL NOSTRO AMICO LUCKY LUCIANO «E voi sapete? – dice D’Elia intercettato – e “Luc luciano”… sono cose che non si credono, ma sono vere… io lo so che sono vere… all’epoca l’ho ricevuto io quando è venuto». Non in visita di cortesia. Correva l’anno 1958, il noto boss italoamericano, considerato capo della famiglia Genovese di New York e fondatore della “Commissione americana”, finalizzata alla disciplina e l’organizzazione del crimine nord-americano e delle attività imprenditoriali connesse, era da tempo costretto a rimanere in Italia. Un esilio dorato, trascorso in larga parte a Napoli. Nel ’58, però, anche Lucky Luciano scivola su un’inchiesta giudiziaria. Viene accusato da un piccolo commerciante di Gioia Tauro di contrabbando e di aver organizzato il rapimento dell’ex sindaco di Gioia Tauro. «All’epoca gli abbiamo messo Lombardo e Marazzita, gliel’ho messi io», dice D’Elia vantandosi di aver provveduto all’assistenza legale del boss. Ma non è stato in aula che Lucky Luciano ha vinto il processo.

«STATEVI TRANQUILLI» La competenza, continua a raccontare D’Elia, mentre Teodoro Mazzaferro lo prega inutilmente di chiudere la bocca, spettava a Palmi perché «questo fatto è successo alla stazione di Palmi, quindi il processo l’hanno fatto a Palmi». E gli uomini dei clan della Piana e i loro accoliti hanno iniziato a muoversi. «Caratozzolo – presumibilmente l’ex sindaco di Scilla – ha chiamato Riccobono… da Riccobono è arrivata a me “l’imbasciata”… “statevi tranquilli”».

PROCESSO IN DISCESA Forse anche per questo, quando il boss si è presentato per il processo «è arrivato fresco come… una balla di ghiaccio». Come preannunciato, Lucky Luciano esce indenne dal processo e per di più denuncia l’imprenditore per calunnia, che negli anni successivi viene anche condannato a 2 anni e sei mesi. Alla lettura del dispositivo è presente anche il boss italoamericano, che nonostante non si sia mai costituito parte civile ha seguito regolarmente il processo contro il suo accusatore.

I RAPPORTI CON I CORLEONESI I Piromalli però non erano l’unico aggancio con le mafie italiane su cui Lucky Luciano potesse contare. Fra i suoi amici più stretti, ricorda Vincenzo Mammoliti, c’era anche Michele Navarra, “U patri nostru, storico medico boss della cosca di Corleone. Una vecchia conoscenza anche per i Piromalli, puntualizza Paolo D’Elia, tanto che «quando mi hanno sparato – racconta – Navarra… inc… subito, non ha perso tempo, gli ha detto “avvisate all’ospedale di Palmi di farmi il piacere che il signor D’Elia vado e lo opero io». Uno slancio frustrato – sembra di capire dalla conversazione – dalla necessità di mandare al più presto D’Elia in sala operatoria. «Caminiti era ad un convegno a Palermo e mi ha operato Gerardi, e mi ha salvato, era il migliore, Gerardi era il migliore chirurgo che c’è in Italia», conclude l’ambasciatore.

IL PADRONE DEL CARCERE Più volte in carcere, è lì che D’Elia ha stretto rapporti con i massimi vertici della ‘ndrangheta reggina e non solo. Ai suoi racconta di essere stato detenuto insieme a don Paolino De Stefano, cui a suo dire il direttore del penitenziario aveva persino affidato il compito di “garante” dell’ordine fra i detenuti. In cambio, il noto boss di Archi, avrebbe trascorso una detenzione dorata, costellata persino da feste a base di champagne, nonostante il carcere fosse in allarme per l’omicidio di Giuseppe Timpani, uomo della mafia messinese, massacrato con oltre cento coltellate da Gaetano Costa.

NIENTE ERGASTOLI PER GLI AMICI Storico componente della mafia messinese, tanto vicino alla ‘ndrangheta da essere investito della carica di santista per ordine del boss Pino Piromalli, in quell’occasione Costa ha potuto contare sull’aiuto del potentissimo casato mafioso di Gioia Tauro, già all’epoca in grado di condizionare indagini e processi. Una circostanza confermata dallo stesso Costa, poi divenuto collaboratore di giustizia. «Alla mia richiesta di essere aiutato in questo processo – ha messo a verbale da pentito – lo stesso Piromalli (Giuseppe cl. 21) e l’avvocato Foti (Giuseppe, oggi deceduto, ndr) mi assicurarono che l’ergastolo mi sarebbe stato tolto in quanto il presidente era tale Delfino». E in effetti – continua il collaboratore – «effettivamente quel processo terminò con una sentenza a me favorevole in quanto mi venne tolto l’ergastolo e venni condannato soltanto a 22 anni di reclusione in quanto, tra l’altro, mi vennero riconosciute le attentanti generiche». Circostanza quanto mai curiosa alla luce delle 104 coltellate che hanno portato alla morte di Timpani e della fedina penale di Costa.

LA PARENTESI LATINOAMERICANA DI GELLI Ma in carcere, D’Elia sembra aver fatto anche altre conoscenze. Fra loro ci sarebbe anche uno a Castelfranco Veneto, che è stato a Cuba (…)… quando è arrivato, quando hanno portato Licio Gelli a Cuba». Il riferimento è al periodo di latitanza trascorso da Gelli in Sud America, dove coltivava rapporti solidi con il presidente Juan Domingo Peron, il dittatore Roberto Eduardo Viola Prevedini, nonché l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera, braccio operativo del regime responsabile dell’omicidio di migliaia di cittadini argentini e iscritto alla loggia P2. La conversazione non è molto chiara, ma D’Elia sembra straordinariamente informato sui movimenti di Licio Gelli. E in più – dice in modo poco chiaro – «mi ha fatto reggente». Di cosa e perché, allo stato non è dato sapere.

Y EL CHAPO? Così come non si sa quali siano i rapporti di D’Elia con il Chapo Guzman, feroce capo del Cartel di Sinaloa, più volte arrestato e miracolosamente evaso dalle carceri messicane. Fughe su cui l’ambasciatore dei clan sembra sapere molto. Così come sui “rapporti commerciali” – ovviamente di import-export di coca – che il Chapo per lungo tempo ha intrattenuto con i clan calabresi.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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