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Roma boccia il "codice Pignanelli"

Niente da fare, il “codice Pignanelli” piacerà molto alla nomenklatura regionale calabrese e resta nel cuore e nei desiderata del disinvolto governatore Mario Gerardo Oliverio, ma a Roma preferisco…

Pubblicato il: 24/03/2017 – 6:46
Roma boccia il "codice Pignanelli"

Niente da fare, il “codice Pignanelli” piacerà molto alla nomenklatura regionale calabrese e resta nel cuore e nei desiderata del disinvolto governatore Mario Gerardo Oliverio, ma a Roma preferiscono applicare le leggi dello Stato. Torna a casa con questa ferale notizia Bruno Zito, direttore generale del personale in trasferta presso l’ufficio legislativo della Funzione Pubblica. Scopo della trasferta, ovviamente in conto ai contribuenti calabresi, incassare un parere favorevole a supporto di una proroga dell’attuale direttore generale alla Presidenza della giunta, Tommaso Loiero, nonostante dal primo di marzo questi sia stato collocato in pensione per avere raggiunto il limite massimo d’età.
A Zito, che per ben figurare a Catanzaro ha dovuto rimediare una figuraccia a Roma, è stato spiegato quello che già sapeva: le leggi non si interpretano ma si applicano. La legge Madia fissa paletti insormontabili, stabilisce quando si ha obbligo di andare in pensione e non consente deroghe. Se ne sono dovuti fare una ragione anche i magistrati figuriamoci se poteva andare diversamente ai burocrati calabresi.
Pignanelli aveva liquidato la cosa applicando il suo personalissimo codice: intanto proroghiamo poi si vede. Il problema è sorto quando bisognava trovare chi firmasse il decreto di proroga. Zito è uomo di mondo ma più che a Pignanelli ha preferito dar retta al mitico Ricucci e siccome qui in ballo, sotto il profilo dell’abuso d’ufficio e del danno erariale, c’era qualcosa di intimamente suo, ha posto la questione ai vertici della Funzione pubblica. Risultato, Tommaso Loerio deve consegnare tessera e distintivo e lasciare l’incarico dopo appena tre mesi dalla data della sua nomina.  Lo avevamo detto e scritto, ci dissero che eravamo marziani. I marziani sono loro, e questa è sola la prima puntata.
Resta adesso da fare i conti con quello che una accorta dirigente regionale (non la citiamo per evitare di stroncarle la carriera) ha sintetizzato come «un disastro annunciato». La direzione generale della presidenza è in pratica il cuore di tutta la burocrazia regionale. Dal primo marzo è paralizzata, si pensi solo al dato che la Pec (posta elettronica certificata) non viene aperta e ha accumulato oltre 500 notifiche inevase. È stata aperta solo un giorno, l’otto di marzo, perché c’era da scaricare la nota inviata dal Mef e si rischiava grosso a non farlo. Poi l’accumulo è ripreso. Ci sono circa 200 decreti fermi dal 28 di febbraio, molti di questi riguardano il delicato settore della protezione civile, altri non meno urgenti attengono al settore ricerca e innovazione nonché al sistema informativo.
Seppelliti tra le Pec inevase anche i bandi per i master 2016, i giovani calabresi interessati avrebbe già potuto incassare il rimborso della prima rata. Paralizzata pure la necessaria rettifica della graduatoria, in mancanza della quale non si possono firmare le convenzioni con i rettori. Altra Pec bloccata è quella relativa alla nomina della Commissione per i progetti di ricerca e sviluppo. Analoga sorte per due decreti urgenti (sic!) afferenti liquidazioni del Por 2007-2013, interessano tutti i settori della Presidenza che producono spesa sul Por. E poi le note dell’avvocatura, la richiesta atti della Guardia di finanza, un elenco capace di stendere un toro. Tutto fermo in attesa che la bella addormentata si svegli e con lei tutto il reame.
E adesso andrà anche peggio, in quanto ai ritardi, per via delle settimane perse appresso al “codice Pignanelli”, si andranno ad aggiungere quelli per le settimane necessarie a trovare chi dovrà assumere la direzione generale in sostituzione di Tommaso Loiero.
Piccolo danno aggiuntivo: Lorenzo Catizone, fratello di Evelina ma fedele scudiero di Mario Gerardo Oliverio e suo segretario particolarissimo, dovrà rimettere in ghiacciaia la bottiglia di champagne che aveva annunciato intendeva stappare. In verità trattavasi, per come spiegava ridacchiando, di una seconda bottiglia «la prima l’abbiamo aperta quando abbiamo fatto fuori Iacucci». Ma questa è un’altra storia. La racconteremo a parte.

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