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Case (im)popolari, i soldi dei lavoratori per la sede Aterp

VIBO VALENTIA A beneficiare dei fondi ex Gescal dovevano essere i cittadini in difficoltà. Quei soldi, detratti per decenni dalle buste paga dei lavoratori, dovevano servire a dare una casa a chi n…

Pubblicato il: 13/07/2017 – 16:10
Case (im)popolari, i soldi dei lavoratori per la sede Aterp

VIBO VALENTIA A beneficiare dei fondi ex Gescal dovevano essere i cittadini in difficoltà. Quei soldi, detratti per decenni dalle buste paga dei lavoratori, dovevano servire a dare una casa a chi non aveva un tetto, o al limite a finanziare interventi di recupero o ristrutturazione degli alloggi popolari già esistenti. Il destinatario finale di qualsiasi intervento finanziato con i fondi ex Gescal, insomma, doveva essere «il cittadino in difficoltà o comunque la collettività».
A confermarlo agli uomini della Guardia di finanza vibonese è anche l’attuale commissario straordinario dell’Aterp, Ambrogio Mascherpa, nominato dalla giunta Oliverio alla guida dell’Azienda regionale unica in cui sono confluiti i 5 ex enti provinciali che, fino all’accorpamento, hanno gestito l’edilizia popolare calabrese. A Vibo, invece, con i soldi destinati alla “Gestione case per i lavoratori” sarebbero state eseguite delle manovre che secondo la Procura guidata da Bruno Giordano sarebbero tutt’altro che lecite: i fondi ex Gescal sarebbero stati «illegittimamente dirottati» su interventi che si discostavano totalmente dagli scopi originari del finanziamento. Come, per esempio, l’acquisto della sede dell’ex Aterp di Vibo per 2,3 milioni di euro, avvenuto nel periodo in cui l’Azienda era guidata dall’ex commissario Tonino Daffinà (in quota Forza Italia) e l’assessorato ai Lavori pubblici era appannaggio di Pino Gentile (giunta Scopelliti). Entrambi, assieme al manager Mimmo Pallaria, all’ex dirigente Antonio Capristo e agli imprenditori Nazzareno Guastalegname e Antonino Stagno, sono stati destinatari di un decreto di sequestro per poco meno di 800mila euro emesso dal gip di Vibo Gabriella Lupoli.
A sollevare il caso dell’acquisto della sede vibonese dell’Aterp era stato il Corriere della Calabria che, già nel novembre 2014 (n. 175 del settimanale cartaceo), aveva pubblicato un’inchiesta dal titolo “Case impopolari” che metteva in luce, come diversi altri articoli successivi, l’uso allegro di questi finanziamenti citando, tra le altre cose, proprio il caso vibonese.

IL FONDO GESCAL Nel decreto vergato dal gip Lupoli viene ricostruita tutta la vicenda dei fondi ex Gescal, passati nel 2001 nella disponibilità delle Regioni attraverso la Cassa depositi e prestiti. Tutto inizia da quando, nel 2010, l’Aterp di Vibo era ancora guidata da Giuseppe Maria Romano. All’epoca viene emanato un bando finalizzato alla locazione e/o all’acquisto di un immobile da adibire a sede dell’azienda. Tra i requisiti viene previsto anche che l’edificio sia situato a Vibo «entro un raggio massimo di 1,5 km dal Municipio». Vengono presentate due offerte, e la vincente è proprio quella della DGS Srl, l’azienda di Guastalegname e Stagno. Una società che secondo la Guardia di finanza vibonese è stata costituita «ad hoc» a novembre del 2010 e «liquidata subito dopo la conclusione della vendita dell’immobile». Oltre a ciò la società non sarebbe stata nemmeno proprietaria dell’immobile: «Per tutto il periodo di durata della locazione stipulata con l’Aterp, non ha mai avuto la proprietà dell’immobile locato essendo stata acquisita solo qualche minuto prima che lo stesso fosse rivenduto all’Aterp in data 20 agosto 2014». Insomma tutto l’iter avviene con un’altra società, la DGM Immobiliare srl, mentre la gara viene aggiudicata in via definitiva alla DGS per un canone annuo di poco più di 45mila euro. Poi a giugno 2011 l’oggetto del contratto viene ampliato «in modo da ricomprendervi senza effettiva necessità un’ulteriore porzione dell’immobile», così il canone annuo arriva a 66mila euro prima e, successivamente, a 80mila euro tondi tondi. Quindi, a novembre del 2011, alla guida dell’Aterp vibonese viene nominato Daffinà, che però secondo i finanzieri già dal 2010 si sarebbe occupato «in proprio e comunque nell’interesse di società che di fatto rappresenta dell’acquisto dell’immobile da adibire a sede Aterp».

LE TAPPE A questo punto, per provare a districarsi nella complessa attività investigativa degli inquirenti vibonesi, occorre fissare in serie alcune date decisive.
Luglio 2012: l’allora dg del dipartimento Lavori pubblici della Regione, Giovanni Laganà approva (delibera 347) l’atto di indirizzo per l’elaborazione di un “Programma operativo nel settore politiche della casa” finalizzato all’utilizzazione di poco meno di 150 milioni di euro di fondi ex Gescal. Il punto 3.5 di questo programma prevede, in particolare, l’impiego di 25 milioni di euro per il finanziamento dei programmi edilizi delle Aterp.
Ottobre 2012: l’Aterp di Vibo chiede alla Regione di poter acquistare l’immobile ma la proposta non supera «il vaglio regionale in quanto implicante un sostanziale rischio di distrazione delle risorse dal vincolo legale».
Settembre 2013: Laganà si dimette e al suo posto subentra Mimmo Pallaria.
Dicembre 2013 – gennaio 2014: l’Aterp di Vibo ripropone l’acquisto della sede chiedendo alla Regione un finanziamento di 2,4 milioni di euro attingendo proprio al “Programma operativo”. Marzo 2014: la giunta regionale (delibera 93) accogliendo la proposta dell’allora assessore Gentile, formulata sulla base dell’istruttoria compiuta da Pallaria, approva alcune modifiche alla delibera originaria per cui le risorse ex Gescal possono anche essere utilizzate per superare particolari criticità finanziarie nell’ambito di uno specifico “piano di rientro”. Di fatto, secondo gli inquirenti, con questo provvedimento si sarebbe dato il via libera all’utilizzo dei fondi ex Gescal per scopi diversi da quelli a cui erano destinati.
Maggio 2014: l’Aterp di Vibo invia alla Regione il proprio “piano di azione” che prevede al primo punto proprio l’acquisto della sede, acquisto su cui la Regione esprime parere favorevole per 2,3 milioni di euro.
Giugno 2014: l’Aterp di Vibo delibera di procedere all’acquisto dell’immobile per la sede e la Regione nei giorni successivi, nonostante una serie di richiami alla prudenza, provvede ad assegnare i fondi necessari.
20 agosto 2014: l’immobile viene comprato dall’Aterp di Vibo.

LA PROPRIETÀ L’edificio era di proprietà degli eredi Cannatelli. Il primo ottobre 2010 viene stipulata una scrittura privata tra i proprietari e Guastalegname, con cui la società di quest’ultimo manifesta la volontà di acquistare l’immobile e viene autorizzata ad avviare le pratiche per la ristrutturazione, specificando la possibilità per la società acquirente di partecipare a qualunque tipo di bando di natura pubblica o privata, utilizzando la scrittura privata per la richiesta di pubblici finanziamenti. Non è una data qualsiasi: sono passati appena 6 giorni dalla pubblicazione del bando riguardante la sede dell’Aterp. L’immobile viene venduto il 10 novembre 2011 dagli eredi Cannatelli alla M.P.S. Leasing e Factoring per 800mila euro. Nell’atto la società di Guastalegname, che stipula lo stesso giorno un contratto di leasing con la M.P.S., viene indicata come utilizzatore. I lavori di adeguamento della struttura alle esigenze prospettate dall’Aterp vengono affidati alla DGS. Ma i lavori, scrive il gip, sono inizati e conclusi «prima ancora che la DGS ne divenisse utilizzatore a seguito del contratto di leasing».
L’immobile ristrutturato, insomma, secondo gli inquirenti «è venduto come se ancora si trovasse allo stato originario ovvero come civile abitazione per una valore di 800mila euro».

IL CONFLITTO DI INTERESSI «Emerge dagli atti – si legge nel decreto del gip – che Daffinà Antonino si sia attivamente interessato alla trattativa prodromica alla vendita dell’immobile da parte degli eredi Cannatelli, ponendosi quale loro unico interlocutore e garante». Gli stessi eredi Cannatelli lo hanno confermato, per cui è evidente per gli inquirenti che, nel momento in cui viene nominato commissario dell’Aterp Daffinà si trova ad operare in «conflitto di interessi».

LE CONCLUSIONI DEL GIUDICE Secondo il gi
p Lupoli, dunque, in tutta la vicenda si delinea «una precisa, unitaria e preordinata strategia volta a far rientrare speculativamente l’immobile nel patrimonio dell’ente». Una strategia che sarebbe culminata proprio con l’acquisto dell’edificio con i fondi ex Gescal, che sarebbero stati «illegittimamente dirottati sul finanziamento di tale operazione con relativa distrazione dagli stringenti scopi istituzionali (sovvenzione edilizia economica popolare) come ribaditi costantemente dalla giurisprudenza costituzionale, in tal modo procurando un ingiusto e consistente danno all’ente e alle casse pubbliche» e «un ingiusto profitto economico» alla società di Guastalegname e Stagno per 798.026,69 euro.

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it

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