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La «cura di ferro» di Delrio

Che il ministro delle infrastrutture e dei trasporti abbia firmato il decreto di riparto di 1,397 miliardi per le linee metropolitane, filoviarie e del trasporto rapido di massa, è certamente una b…

Pubblicato il: 05/01/2018 – 7:49
La «cura di ferro» di Delrio

Che il ministro delle infrastrutture e dei trasporti abbia firmato il decreto di riparto di 1,397 miliardi per le linee metropolitane, filoviarie e del trasporto rapido di massa, è certamente una buona notizia. La «cura di ferro» interesserà anche Reggio Calabria. E questo rallegra ancora di più la nostra Città Metropolitana, che di mobilità ha assoluto bisogno.
La mobilità è tema apparentemente solo di nicchia. Se ben riflettiamo, rappresenta una dimensione fondamentale della nostra libertà di circolazione. Libertà costituzionale, prevista, com’è noto, tra i principi fondamentali della nostra Carta (art. 16).
Un tema, quello della mobilità, che ha variamente attraversato la storia degli uomini. Sappiamo tutti, e ne abbiamo ancora tracce visibili, dell’importanza che le avevano dato gli antichi romani. Grande livello di civiltà mostrava, inoltre, la «lex iulia municipalis», che vietava ai carri-merce l’accesso a Roma durante le ore diurne.
Venendo a noi, è certo che la mobilità occupa un posto assolutamente centrale nelle politiche di sviluppo. E svolge un ruolo che ha immediate ricadute economiche, sociali, ambientali. Economiche perché una mobilità intelligente rende la città più attrattiva per le imprese, oltre che dal punto di vista turistico. Sociali perché, abbattendo barriere, incide sul modo di abitare la città, e di viverla. Ambientali perché, abbassando i livelli di inquinamento, migliora il benessere collettivo.
Attraverso progetti di mobilità sostenibile grandi e piccole città europee hanno ridisegnato il proprio volto, liberando interi spazi urbani dalle auto. Si tratta di progetti che prendono forma mediante interventi organici finalizzati a realizzare o completare il servizio ferroviario urbano, la filoviarizzazione delle linee portanti del traffico, il potenziamento del servizio di trasporto con autobus. Operazioni che si svolgono nell’ambito di politiche intese a rendere eco-sostenibile ed intermodale il trasporto urbano, e che intercettano il fenomeno della sharing mobility, la cosiddetta «mobilità condivisa». Cambiano, con questa, le tradizionali categorie del trasporto: dalla “proprietà” dell’auto all’ “accesso” all’auto. Un sistema, però, che presuppone una rete di trasporto pubblico efficiente, estesa, integrata, e che nei sistemi di gestione telematica trova oggi una potente e fondamentale base di supporto.
I numeri sono impietosi: rispetto agli altri Paesi europei l’Italia sconta un largo gap nella dotazione infrastrutturale delle aree urbane. E sono numeri che riguardano non solo le linee metropolitane e tramviarie, ma anche quelle ferroviarie suburbane, potenzialmente in grado, queste ultime, di assorbire un traffico giornaliero imponente che si muove dai centri minori verso le città. Vi sono città europee dove i cittadini hanno diritto, e la possibilità materiale, di portare sui treni pendolari o sulle metropolitane le biciclette. Sarebbe troppo facile parlare di Copenaghen dove il traffico delle biciclette sfiora il 50%, incentivato da percorsi sicuri e ben integrati in reti intermodali. Vi sono però – bisogna dirlo – buone pratiche anche nel nostro Paese. Si vada sul sito del Comune di Pesaro per vedere come sia stato diffuso e valorizzato l’uso della bicicletta (la cosiddetta «bicipolitana»).  
Ma al di là degli esempi virtuosi, che interessano pure città della stessa taglia di Reggio Calabria (proprio nelle città più piccole è più facile organizzare il trasporto pubblico, integrare le reti attraverso percorsi intermodali, garantire la più larga copertura del territorio, la puntualità, l’efficienza complessiva), non è facile che il sistema politico-amministrativo abbandoni logiche di intervento disordinate e disorganiche, quando non viziate da interessi opachi, per favorire e abbracciare invece progetti di sviluppo delle infrastrutture sorretti da solide analisi scientifiche, che ne studino gli aspetti tecnici, economici, sociali in rapporto ai concreti benefici attesi per la collettività. Fuori dai denti: non sono rare, purtroppo, le opere che servono solo a chi le fa.
Per invertire la rotta occorrono investimenti, accompagnati da efficaci meccanismi di accountability (chi impiega risorse pubbliche deve darne conto non solo sul piano della forma, ma anche della gestione e del risultato). E, prima ancora, è necessario che muti il paradigma culturale che ad oggi ha visto nel trasporto privato l’asse portante della mobilità urbana, e che ha disperso nel vasto mare degli interessi particolaristici il senso più profondo della definizione stessa di “infrastruttura”. Infrastruttura è insieme “organizzato” di elementi, dove l’“organizzazione” è funzionale al perseguimento di determinati scopi. È una definizione generale che racchiude in sé differenti specie infrastrutturali: le reti dei trasporti (stradali, ferroviarie, aeree, marittime), le reti dell’energia e delle utilities (elettricità, gas, acqua), le reti dell’informazione (telefonia, dati, cablaggi). Un insieme di reti infrastrutturali diverse, che vanno però “integrate” tra loro secondo una visione organica, ordinata, orientata. Se questa visione non c’è, è inutile dire che le infrastrutture sono volano di sviluppo. Se lo dicono nei convegni, i nostri politici spendono certo un buon argomento, e faranno anche bella figura. Ma occorre ben altro: visione, progetto, risorse, responsabilità.
Ben vengano, allora, le somme del Ministero. Non siano pioggia elettorale su terreno troppo arido, o, peggio, avido di interessi estranei a quelli della collettività. L’augurio è che siano espressione di un disegno unitario, organico, coerente che veda nell’infrastrutturazione del territorio un problema centrale della stessa democrazia.
In un bel libro, “La sinistra e la città” (Donzelli 2013), la riqualificazione degli spazi urbani si prospetta come possibile nuova frontiera della sinistra. Trasporto pubblico integrato, sharing mobility , innovazione sono un modo per tendere dignitosamente la mano a chi arranca. A chi è più debole.      
Stiamo probabilmente uscendo dalla retorica delle «grandi opere». Quella che un bel giorno ha portato un presidente del Consiglio davanti alle telecamere del nostro Paese a disegnare grandi opere sulla lavagna. Talmente grandi che per un ventennio, guardando troppo in alto, abbiamo finito per perdere di vista quei  «beni comuni» che ci stanno sotto i piedi, che radicano i diritti, che allargano la cittadinanza e la rendono effettiva: acquedotti, tubature, distribuzione, reti, cablaggio, trasporti.  

 

*Docente dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria

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