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Gratteri, Minniti e la Calabria da liberare

Allora, vediamo se abbiamo capito: nel dire alcune cose non occorre badare se queste sono vere o meno. Occorre valutare che effetti queste verità possono dispiegare o l’uso politicamente strumental…

Pubblicato il: 15/01/2018 – 16:04
Gratteri, Minniti e la Calabria da liberare

Allora, vediamo se abbiamo capito: nel dire alcune cose non occorre badare se queste sono vere o meno. Occorre valutare che effetti queste verità possono dispiegare o l’uso politicamente strumentale che se ne può fare.
Partiamo da qui perché è attorno a questo punto che si snoda la polemica di queste ore, seguita alle risposte che Nicola Gratteri ha dato a Giovanni Minoli, mantenendo inalterata (piaccia o meno è una sua caratteristica) la sua disarmante franchezza anche quando le domande riguardavano Marco Minniti, potente ministro dell’Interno in carica e quadrumviro del Pd renziano incaricato di stendere le liste per le prossime elezioni politiche. 
Rivediamo alla moviola questo segmento del “faccia a faccia” con Minoli prima di andare oltre nel commento. 
Estrapolare, infatti, le risposte di Gratteri alle domande su Minniti senza contestualizzarle può essere fuorviante. In realtà a quelle risposte si arriva per gradi. Apre le danze il conduttore: «Tra gli arrestati ci sono tre sindaci, un presidente di Provincia, altri pezzi di istituzioni e politica…. non si tratta più di controllo del territorio ma di totale gestione del territorio…».
Gratteri: «È solo l’inizio della guerra».
Minoli: «Ma non ha paura?».
Gratteri: «Certo che ho paura, quando ho paura mi diventa la lingua amara. Tuttavia dalla vita ho avuto tantissimo sia nella  vita privata che nel lavoro… ho avuto soddisfazioni inimmaginabili».
Poi Minoli torna a bomba: «Personalmente sono stato colpito dal silenzio assordante delle istituzioni, ma è normale?».
Gratteri: «Sono abituato»
Minoli: «Si è tentato di farla passare sotto traccia…».
Gratteri: «Mah, forse c’erano troppi politici coinvolti».
Minoli: «Minniti, che è ministro degli Interni, calabrese, in una intervista all’Espresso ha fatto una proposta, ha chiesto di scrivere un patto antimafia prima delle elezioni. Lei la trova una buona idea?».
Gratteri: «Mi pare un’idea molto superata, oggi non abbiamo bisogno di protocolli antimafia, né di firme, c’è bisogno di coerenza».
Minoli: «Ma il ministero dell’Interno sapeva della vostra operazione?».
Gratteri: «Io non ho rapporti con il ministro dell’interno… ho rapporti con i vertici delle forze di polizia…».
Minoli: «Beh lei con Minniti non ha rapporti?».
Gratteri: «Non ho rapporti».
Minoli: «Non ha rapporti, quindi è un silenzio che non fa rumore…».
Gratteri, insomma, risponde a domande precise, secche e incalzanti e lo fa alla sua maniera: con estrema schiettezza. 
Gli si chiede se ha rapporti con il ministro dell’Interno. No che non li ha e non ne deve avere, in un Paese dove non molto tempo fa il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria andò, in piena campagna elettorale, a informare il ministro dell’Interno del governo Berlusconi che tale Miccichè in America Latina sostituiva le schede elettorali per favorire Forza Italia.
Gli si chiede perché avverte un forte isolamento istituzionale. Certo che lo avverte in una realtà, anche giudiziaria, dove Gratteri è una anomalia da rimuovere piuttosto che una risorsa da emulare. Si meraviglia del silenzio dei partiti? E perché mai se dalle sue indagini fin qui sono scaturiti gli scioglimenti di una decina di comuni? 
È un insulto a Marco Minniti dirgli che considera superata l’idea di un nuovo protocollo antimafia da firmare in vista delle elezioni e della scelta dei candidati? Ma mettiamola da parte questa ipocrisia: i protocolli di legalità, i patti territoriali, i documenti programmatici sono stracolmi di impegni antimafia e recano le firme di decine di politicanti corrotti o collusi con la ’ndrangheta. 
In Calabria si sta giocando una partita delicatissima quanto pericolosa. Lo avvertono quanti hanno voglia e intenzione di mettere l’orecchio sul terreno e sentire danze e tamburi di guerra. Gratteri ha un osservatorio privilegiato, chiedergli di non essere condizionato dalla gravità dello scenario che arriva a prendere corpo sul suo tavolo è disumano. In manette non stanno finendo solo sindaci, politicanti e burocrati. Ci sono processi che riguardano altri magistrati, ci sono poliziotti e carabinieri arrestati, ci sono guardie forestali corrotte. Talpe nei tribunali, questori che non ritengono disdicevole presenziare a un convegno sulla massoneria nella sede del Consiglio regionale proprio nei giorni in cui del problema si discute in Commissione antimafia.
Ci sono persone capaci e perbene (sempre più poche) che la politica tenta di espellere dopo averle delegittimate, derise, ostacolate in ogni modo. E ci sono avventurieri che ancora decidono su appalti e servizi, su promozioni e carriere, su candidature e organigrammi di partito.
E c’è Gratteri e con Gratteri tre aggiunti, Luberto, Capomolla e Bombardieri, e con loro un manipolo di magistrati che pensano di non doversi arrendere. «Ci proviamo», ripete Gratteri in ogni intervista. Tentano di ripulire la casa comune, si può fare. Ma occorre che la Politica impedisca che i nuovi inquilini siano più sporchi di quelli mandati via. E questo non sta succedendo. 
Minniti è una persona per bene. Gratteri è una persona per bene. Ultimamente pare di cogliere una differenza tra i due. Minniti ritiene di dover convivere con gli apparati, pensa di dover concedere qualcosa alla prassi. Gratteri sul punto ha la stessa elasticità di un traliccio d’acciaio: «Se dobbiamo vincere per fare quello che facevano gli altri, allora tanto vale lasciarlo fare a loro».
È tutta qui la partita. Semmai, tornando all’intervista, c’è da evidenziare che la battuta più perfida non è arrivata dall’intervistato Gratteri, bensì dall’intervistatore Minoli. Buttata lì come se nulla fosse, devastante nella sua essenza: «Minniti, che è ministro degli Interni, calabrese…».
Ecco, Minniti è “calabrese”. Lo è anche Gratteri. Entrambi conoscono uomini, cose e circostanze. Gratteri fa il magistrato, per liberare le istituzioni da mafiosi e gaglioffi ha bisogno di prove. Minniti è il leader di un partito importante e dalle robuste radici democratiche, per liberare i circoli, le assemblee e le liste gli basta molto meno. Non siamo ingenui, sappiamo bene che il prezzo potrebbe essere alto in termini di consenso, ma visto che oramai quasi il 60% di calabresi non va a votare e che il Pd in Calabria è in caduta libera, forse una scelta di pulizia potrebbe essere anche premiata.  
E comunque: «Se dobbiamo vincere per fare quello che facevano gli altri, allora tanto vale lasciarlo fare a loro».

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