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Incendio alla tendopoli, «un film già visto con un tragico finale»

SAN FERDINANDO Pali anneriti, carcasse di bici bruciate, una vecchia cucina ridotta a uno scheletro. Non rimangono che macerie della tendopoli di San Ferdinando, divorata questa notte da un incendi…

Pubblicato il: 27/01/2018 – 9:48
Incendio alla tendopoli, «un film già visto con un tragico finale»

SAN FERDINANDO Pali anneriti, carcasse di bici bruciate, una vecchia cucina ridotta a uno scheletro. Non rimangono che macerie della tendopoli di San Ferdinando, divorata questa notte da un incendio che ha ucciso Becky Moses, una giovane nigeriana di 26 anni, e ne ha ferite gravemente altre due. Attorno alle 2, le fiamme hanno iniziato a propagarsi dal centro del campo e hanno rapidamente divorato tende e baracche. Solo l’immediato intervento dei vigili del fuoco e degli uomini del commissariato di Gioia Tauro – ha detto questa mattina il prefetto Michele di Bari – ha evitato conseguenze peggiori.

UN FILM GIÀ VISTO Al momento, non è chiaro cosa abbia causato l’incendio, ma le prime ricostruzioni escluderebbero un’origine dolosa. Probabilmente, le fiamme si sono propagate da uno dei fornelletti o dei bracieri che i braccianti usano per scaldarsi nelle notti umide della Piana. «Un film già visto» dicono i volontari delle associazioni che lavorano alla tendopoli «questa volta però con finale tragico. E che si sarebbe potuto evitare». 

PROMESSE DI CARTA Stando a quanto nei mesi scorsi annunciato, il ghetto consumato questa notte dalle fiamme avrebbe dovuto essere abbattuto da tempo e superato con politiche di accoglienza diffusa, in grado di dare ai migranti una vera casa e non alloggi di fortuna. Allo scopo, mesi fa il ministro dell’Interno Marco Minniti ha anche nominato un commissario straordinario per l’area del Comune di San Ferdinando, Andrea Polichetti, incaricato di seguire da vicino la situazione. 

«SOLUZIONI TEMPORANEE» Ma l’accoglienza diffusa è rimasta sulle carte dei protocolli firmati nel tempo dalle varie istituzioni interessate. Anche a causa delle resistenze dei Comuni della zona, per i braccianti stanziali, come per quelli che ogni anno arrivano nella Piana di Gioia Tauro per la stagione delle arance, sono state predisposte solo nuove “soluzioni temporanee”, una nuova tendopoli e un capannone trasformato in una sorta di ostello. Molti dei braccianti si sono trasferiti lì di buon grado, anche per sfuggire alle gerarchie paracriminali che nel tempo si sono generate nel vecchio ghetto. 

EMERGENZA CRONICA Ma molti sono rimasti fuori e sono stati costretti a rimanere fra le tende sbrindellate del vecchio campo, nato come soluzione “temporanea” e divenuto emergenza cronica. Otto anni fa, all’indomani della rivolta di Rosarno, scoppiata quando i braccianti si sono ribellati alle continue aggressioni e vessazioni che subivano, la vecchia Cartiera in cui avevano trovato riparo è stata sgomberata e i migranti trasferiti in una tendopoli. In attesa di soluzioni abitative stabili, si era detto all’epoca. Ma la situazione per i braccianti non è mai cambiata. Anzi, se è possibile, è peggiorata. 

GHETTO PERENNE Accanto alle vecchie tende del ministero dell’Interno, ridotte a brandelli, sono sorti ripari e baracche di fortuna, dove i più sono costretti a sopravvivere. Nel ghetto non ci sono servizi igienici, né docce, né elettricità. Si cucina su fornelletti a gas e bracieri, mentre su grandi falò si scalda l’acqua necessaria per una doccia, che la piccola economia del campo “offre” a 50 centesimi. Tutti fuochi che già in passato sono stati all’origine di piccoli e grandi roghi, che hanno portato solo alla costruzione di nuove baracche in aree limitrofe. Tutte o quasi, questa notte sono andate in fumo. 

TENSOSTRUTTURA, MA PER CHI? Il ghetto in macerie è stato sgomberato questa mattina. Secondo i dati forniti dalle associazioni che lì ci lavorano, oltre mille persone sono rimaste senza alcun riparo. In mattinata, il prefetto Michele di Bari ha annunciato che è stata già allertata la Protezione civile regionale, che distribuirà kit igienici, coperte e sacchi a pelo. La struttura guidata da Carlo Tansi è stata anche incaricata di montare in zona – «si spera in giornata» ha detto il prefetto – una tensostruttura in grado di ospitare circa 600 persone e una cucina da campo in grado di offrire un pasto caldo. 

PREFETTURA AL LAVORO Ma i migranti in zona – dicono le associazioni – sono molti di più e la soluzione proposta rischia di essere assolutamente insufficiente. Dalla Prefettura, dove in mattinata si è riunito Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, cui hanno partecipato il procuratore di Palmi, Ottavio Sferlazza, i vertici delle Forze di Polizia, il sindaco di San Ferdinando e i rappresentanti della Protezione civile regionale, al momento fanno sapere solo che «nel corso della mattinata si svolgerà un’ulteriore riunione presso il Palazzo del Governo». 

IN MARCIA PER BECKY Nel frattempo la Usb, sindacato dei braccianti agricoli da tempo presente a San Ferdinando, insieme ai migranti della tendopoli ha indetto una manifestazione che lunedì mattina alle 9 partirà dalla tendopoli e arriverà al Comune della città della Piana, con l’obiettivo di ottenere un confronto con il prefetto di Reggio Calabria e con il commissario straordinario per l’area di San Ferdinando. «Becky Moses – si legge nella nota del sindacato –  era venuta dalla Nigeria in Italia inseguendo un futuro migliore, come tante, come tanti. Qui, a San Ferdinando, la sua esistenza è stata letteralmente incenerita dalle terribili condizioni nelle quali lei e migliaia di altri migranti sono stati costretti a sopravvivere. Non sono passati nemmeno sei mesi dall’incendio che il 2 luglio aveva già devastato la tendopoli. Da allora tante promesse ma zero fatti». Da sempre – spiega la Usb – «il Comitato lavoratori agricoli Usb chiede da sempre: verità e giustizia, fin dai tempi dell’uccisione di Sekine Traore nella stessa tendopoli di San Ferdinando. Verità e giustizia che si traducano in riscatto sociale e lavorativo dei braccianti».

DOMANDE INEVASE Al momento però ci sono solo domande che rimangono senza risposta. «Chi risponde della vita di Becky Moses, uccisa stanotte a 26 anni dal fuoco nelle baracche di San Ferdinando? Chi è che dopo riunioni su riunioni, pubbliche promesse e nomine di commissari straordinari non ha mai mosso un dito né ha voluto ascoltare le denunce e gli allarmi dell’Unione Sindacale di Base sulle terrificanti condizioni nelle quali sono costretti a vivere migliaia di braccianti per guadagnare pochi spiccioli raccogliendo arance? Quanto dovremo attendere per avere verità e giustizia?».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

 

 

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