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OSSESSIONE | I fratelli “Fiffiettu” e la conquista dell’America

I Costantino sono considerati gli elementi di vertice dell’associazione. La parentela con i Mancuso e l’ombra di una holding da 50 miliardi

Pubblicato il: 28/01/2019 – 21:45
OSSESSIONE | I fratelli “Fiffiettu” e la conquista dell’America

CATANZARO Sono soprannominati i fratelli “Fiffiettu” nel panorama della ‘ndrangheta vibonese. Sono Salvatore Antonio, Giuseppe e Fabio Costantino, pienamente inseriti secondo gli inquirenti, nella cosca Mancuso. Il loro nome viene tirato fuori anche dal collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, anche lui, come i “Fiffiettu”, risulta tra gli indagati dell’operazione “Ossessione” che lunedì ha portato la fermo di 25 persone con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti aggravato dal metodo mafioso (qui maggiori dettagli). «Loro sono parenti di Antonino Mancuso alias Don Paperone, e vivono a Comerconi ed a Preitoni dove hanno una casa e un garage (proprio difronte al bivio tra Comerconi e Preitoni)», spiega il collaboratore. Le indagini dell’inchiesta “Ossessione” partono nella primavera del 2017. I militari del Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata e la sezione del Gruppo operativo antidroga della Guardia di finanza hanno dato il via a una serie di indagini su un «ramificato traffico trasnazionale di sostanze stupefacenti, i cui principali esponenti sono di origine vibonese o operano nel territorio vibonese (tra i comuni di Comerconi, Nicotera e Vibo Valentia)» ma con ramificazioni significative anche in Puglia, nel circondario partenopeo e nell’hinterland milanese. Questa stretta rete di contatti avviene «grazie al ruolo di “cerniera” di Antonino Salvatore Costantino». È lui che si è stabilito da tempo nel Nord Italia dove è stato anche detenuto nel carcere di Bollate e qui ha allacciato rapporti con criminali che operano in Lombardia. Grazie alla rete creata dai Costantino, ritenuti al vertice dell’associazione, il sodalizio – è scritto nel fermo vergato dal procuratore capo Nicola Gratteri e dal sostituto procuratore Annamaria Frustaci – «è in grado di disporre di canali di approvvigionamento diretto, sia – per quanto riguarda l’importazione di cocaina – dalla Colombia, dal Venezuela, e dalla Repubblica Dominicana, oltreché dall’Olanda; sia – per quanto riguarda l’importazione di hashish – dai contigui Stati magrebini dell’Africa nordoccidentale, in particolare dal Marocco, introdotto in territorio nazionale via Spagna».
LA HOLDING DA 50 MILIARDI La ‘ndrangheta è ricca, ricchissima. Questo le permette di allungare i suoi tentacoli su ogni genere di affare, di controllare il mercato, di arrivare a chiunque sia corruttibile, come la recente inchiesta sulle ‘ndrine in Valle D’Aosta hanno dimostrato (qui un estratto). La ‘ndrangheta nell’ultimo decennio ha attestato un giro d’affari da 50 miliardi di euro, di cui quasi la metà deriva dal traffico di droga. È il mercato più remunerativo, quello che permettere alla criminalità calabrese di fare cassa per poi “lavare” i soldi sporchi in attività, apparentemente, pulite. E la ‘ndrangheta ci riesce a fare cassa perché ha «rapporti di partenariato con i principali cartelli che immettono droga nel mercato mondiale». Le ‘ndrine calabresi abbattono i costi tagliando sugli intermediari e coltivando rapporti diretti con i cartelli, «soprattutto colombiani o con la loro diretta emanazione in Europa». «Gli uomini delle cosche possono addirittura accedere nei luoghi più pericolosi di questi Paesi», arrivano in aree inaccessibili dove «neanche le forze armate regolari osano avventurarsi».
I COSTANTINO E I MANCUSO È nel panorama appena descritto che si muovono, secondo gli inquirenti, i Costantino e i Mancuso. Secondo l’accusa i fratelli Costantino «sono di fatto, i fautori, i finanziatori, gli organizzatori ed ideatori di imponenti importazioni di cocaina» dal sud America. E spendono il nome dei Mancuso.
Secondo la testimonianza del collaboratore di giustizia Antonio Femia, Antonino Costantino si sarebbe presentato a una donna col nome di Mancuso. «Fui io a dire a Clara – racconta il collaboratore – che Tonino era un bravo ragazzo ed una persona affidabile ma aveva un altro cognome». Per quanto riguarda Giuseppe Costantino, detto Pino, Femia spiega che «Pino ne ha parlato spesso di questa circostanza, cioè del fatto che fossero legati ai Mancuso ed operassero anche per conto di questi; ma si trattava di discorsi generici e mai approfonditi». Il 19 febbraio 2018 è passata in giudicato una sentenza per usura ed estorsione, aggravata dalle modalità mafiose, nei confronti di Giuseppe e Fabio Costantino in concorso con Gaetano Muscia (indagato in questo provvedimento) e Giovanni Mancuso (non indagato in questo procedimento). Questi ultimi hanno optato per il rito ordinario e sono stati condannati in primo grado dal Tribunale di Vibo, assolti dalla contestazione associativa per la quale pende l’appello dinanzi alla Corte d’appello di Catanzaro.
LA TELECAMERA DAVANTI A CASA Inoltre è a Emanuele Mancuso che i Costantino si rivolgono quando scoprono una telecamera piazzata dai finanzieri nel corso dell’indagine “Ossessione”. Mancuso di presenta insieme a un’altra persona. È l’autunno del 2017. Mancuso convince il suo accompagnatore (Giovanni Battaglia, non indagato in questo procedimento, indagato insieme a Emanuele Mancuso nel procedimento “Giardini segreti” istruito dalla Dda di Catanzaro) a salire sul palo della luce, a 10 metri da casa dei Costantino, dove si trova la telecamera. Ma questi, ogni volta che sale prende la corrente. E ogni volta Mancuso deve dargli 50 euro per convincerlo a risalire. In tutto è salito 4 volte mentre Mancuso e un altro accompagnatore (Pantaleone Perfidio, anche lui convolto in “Giardini segreti”) gli giravano i video col cellulare. Alla fine l’uomo riesce a fare cadere la misteriosa scatola. «Non so da chi i “Fiffiettu” avessero saputo della scatola – racconta Mancuso –. Sicuramente si rivolsero a me perché prima ne parlarono con i miei zii… omissis…».
È ai fratelli Giuseppe e Fabio Costantino che si rivolge Antonio Mancuso, alias Don Paperone, per ritirare a Soverato una caparra di 2000 euro per l’acquisto di un’auto che non era stato perfezionato.
Il 26 febbraio 2018 le fiamme gialle intercettano un dialogo tra due indagati, Ivo Menotta e Carlo Cuccia, entrambi del varesotto. Il primo parla di Antonino Costantino e riferisce il fatto che «i parenti sì, sono i Mancuso… però lui… anche con gente di Milano, anche quando eravamo dentro così, ha sempre fatto per cazzi suoi… non vuole avere niente a che fare con altra gente hai capito? Lui ha fatto i soldi per cazzi suoi… sono lui… due fratelli… i fratelli sono parenti.. perché lui, la sua ex moglie, è cugina ai Mancuso… di primo grado, capito? Anche gli altri che sono in galera là… sono parenti con lui… sono parenti con lui… però cumpà là… sono tutti così… loro vogliono mangiare solo loro… […] però giustamente ha sempre dietro qualcuno no?!».

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it

 

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