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«Prima bisogna sgomberare le menti dai pregiudizi»

di Maurizio Alfano*

Pubblicato il: 05/03/2019 – 11:09
«Prima bisogna sgomberare le menti dai pregiudizi»

Bisogna prima sgomberare le menti dai pregiudizi, abbattere con le ruspe gli stereotipi e i confini mentali, il campo da falsi profeti che inneggiano a facili soluzioni creando tentazioni e tensioni, e soprattutto bisogna sgomberare le ambiguità, le posizioni di leader inventati all’uopo e dare la parola ai migranti, ai destinatari delle azioni di un governo che attraverso politiche separatiste ha già diviso la popolazione della Piana di Gioia Tauro tra regolari e non, tra bianchi e neri, tra persone (prima gli italiani) da garantire, e tutto il resto, il nero, da sfruttare nel lavoro nero. 
Il tritacarne mediatico, che alla fine appare più un’opera shakespeariana, che ha puntato i riflettori sulle azioni che verranno, con i suoi personaggi in cerca d’autore che parlano delle condizioni degli altri senza cognizione, ovvero senza ascoltare prima gli altri, o ancora, peggio, sostituendosi come dietro ad un camerino agli attori protagonisti che rimangono i braccianti agricoli sfruttati nella Piana di Gioia Tauro, come della Sibaritide, del Lametino, dell’Alto Jonio Cosentino che attraversando la Basilicata arrivano fino alle vette del Nord Italia – nasconde invero, di contro, la vergogna nazionale del lavoro sfruttato in agricoltura, ma anche nell’edilizia come nella ristorazione o nel badandato.
Sono oltre mezzo milione le persone irregolari nel solo mondo dell’agricoltura, ed oltre centomila – dicono alcune stime – quelle sfruttate e schiavizzate nella democratica e cattolica Italia. All’interno della filiera sporca dello sfruttamento intensivo, poi, si annida, cova e cresce anche il fenomeno delle molestie in danno delle donne migranti che alle condizioni di sfruttamento lavorativo sommano incolpevoli quelle delle violenze fisiche mentre ignoti profeti vagheggiano il loro mendace dire proni alla vanesia voglia di apparire.
Lo sgombero ordinato per la baraccopoli di San Ferdinando è figlio di tutta una serie di contraddizioni che vedono alla sua origine un sistema economico capace di generare ampie sacche di sfruttamento lavorativo, associate a sacche di condizioni di inumanità dove parcheggiare la manodopera di riserva, mentre quella ulteriore e disponibile preme per sostituirsi a quella impiegata e soprattutto scaricare i costi sociali del loro profitto sulle azioni delle istituzioni che devono ordinare poi sgomberi e trovare soluzioni abitative e di lavoro necessarie al progetto migratorio dei lavoratori non italiani sostituendosi – le istituzioni – a quel mondo capitalistico o ‘ndranghetistico che crea le condizioni inumane presenti e vive nella baraccopoli di San Ferdinando e non oltremodo tollerabili.
Ciò premesso, bisogna confrontarsi con soluzioni praticabili, semplici, immediate, di buon senso, scevre da ideologismi incapaci di generare risultati immediati o finanche di medio termine e per questo, in questa direzione, non possono che trovare prima accoglienza le proposte di chi da anni, e non da settimane, convive le condizioni di sfruttamento dei migranti e con loro, e non con altri, ipotizzare scenari che approdano all’uscita dal ghetto, ma non dai luoghi del lavoro. Poiché il rischio è che dietro ad un’apparente migliore sistemazione di sei mesi possa nascondersi invero l’uscita dei migranti coinvolti da un contesto di lavoro seppur dichiaratamente sfruttato che assorbirà però altri migranti che si avvicineranno da altri luoghi, regioni o nazioni. Compito di chi indaga i fenomeni sociali, di chi impegna la propria coscienza è la conoscenza complessiva delle situazioni che determinano fenomeni degenerativi come quelli qui questionati e spiegare per esempio che mentre sembra sparito l’esercito di manodopera rumeno e bulgaro di etnia Rom pur presente nelle nostre Piane invero lo stesso si è ora posizionato nel mondo del lavoro della logistica in Inghilterra nelle piattaforme Amazon e in Germania nello smistamento delle poste. Va da sé che entrambe le piattaforme preludono tempi e modi di lavoro sfruttato che trovano in un’economia globalizzata sempre il loro esercito di riserva fin quando non si dichiara guerra allo sfruttamento onnivoro del capitalismo e non ai migranti come appare essere il bersaglio prediletto per l’attuale governo italiano.
Il nemico non è il migrante-bracciante-lavoratore ma il sistema che trasforma il lavoratore in un bracciante da sfruttare poiché migrante. Questa equazione al contrario è la sintesi del corto circuito morale e giuridico che implica da una parte il fallimento dell’antirazzismo vanesio o da tastiera, e dall’altra quello più pericoloso di una rinnovata forma di razzismo biologico che nasconde quello dominante ed economico che supera i colori della pelle, lasciando, il gioco del colore della pelle al contrario a tutti quei razzisti a prescindere che nel loro ignorare cause ed effetti inneggiano agli sgomberi, alle ruspe, ai confini, alle espulsioni, al disconoscimento delle ragioni altrui, pregni come sono di se stessi, ovvero del poco o peggio del nulla.
L’attuale varo del cosiddetto Decreto Salvini, per esempio, in questa direzione creerà nei fatti e in diritto (fin quando non interverrà la Consulta) un ampiamento dell’esercito di riserva poiché i richiedenti asilo per un verso e soprattutto i titolari di protezione umanitaria saranno costretti per legge – attenzione, non per scelta – ad abdicare alla tentazione di costruire o ricostruire ghetti per avere almeno un tetto poiché espulsi dal sistema di accoglienza ed entrare nel mondo del lavoro abbassando il costo orario già irregolare per potere sopravvivere, o almeno in questa direzione provare. Allora l’ulteriore dislocazione di fase che stiamo vivendo conclude che al contrario delle sanatorie precedenti che vedevano i governi di centrodestra più attivi di quelli del centrosinistra per garantire attraverso un’apparente regolarizzazione dei migranti manodopera calmierata al mondo della produzione italiana, offrire ora, al contrario, manodopera presente in maniera temporalmente regolare, ma prossima all’irregolarità – dunque vulnerabile e pronta all’arruolamento coatto rinunciando alla partita dei diritti e delle tutele sindacali.
La guerra da combattere, nel mentre si adoperano le migliori soluzioni possibili al superamento del ghetto di San Ferdinando – trasformato in un’operazione mediatica che lede i diritti e la dignità delle persone, uomini e donne lì presenti – è quella di contrasto alla filiera sporca che a volte si nutre per esempio anche di finanziamenti pubblici, ovvero partecipa anche a fiere e mostre internazionali. La guerra da combattere passa dunque non attraverso gli sgomberi e i rimpatri dei migranti, ma al contrario attraverso l’individuazione e messa in liquidazione di ogni parte del sistema produttivo che assorbe in sé lo sfruttamento del lavoro che passa, come in questo caso in secondo piano. Eh, ma ora abbiamo l’emergenza di sgomberare il ghetto, poi quella dello sfruttamento del lavoro è questione che verrà dopo. Ed in questa farsa che si ripete da decenni, sono sempre altri i ghetti che si ricostituiscono, altri i migranti da sfruttare e sempre medesimi gli sfruttatori.

*Ricercatore e studioso dei fenomeni migratori

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