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SPY STORY | Il titolare di E-Surv ai pm: «Mai fatto dossieraggio»

L’interrogatorio di Fasano il 18 aprile a Napoli. L’imprenditore “scarica” il suo tecnico: «Nel suo comportamento c’era qualcosa che non andava». Gli incroci calabresi con Stm: «Erano interessati a…

Pubblicato il: 25/05/2019 – 8:31
SPY STORY | Il titolare di E-Surv ai pm: «Mai fatto dossieraggio»

di Pablo Petrasso
CATANZARO
Diego Fasano, titolare di fatto di E-Surv srl, entra nella Procura di Napoli il 18 aprile scorso. Un mese prima di finire agli arresti domiciliari nella spy story delle intercettazioni abusive con epicentro Catanzaro, l’imprenditore originario di Locri prova a spiegare le proprie ragioni ai magistrati. E decide di partire dal modo in cui la stampa, nazionale e internazionale, ha trattato la vicenda. Porta con sé alcuni articoli che «hanno accostato la nostra azienda a vicende giudiziarie di altre aziende, quali la Stm srl, e a soggetti che nulla hanno a che fare con la nostra società e con la nostra attività commerciale». Fasano parla di un altro degli incroci calabresi dell’hackeraggio di Stato. Un incrocio che vede tra i protagonisti Marisa Aquino e Vito Tignanelli. La prima è l’amministratrice di Stm, il secondo suo marito, un poliziotto in servizio a Cosenza che è sempre in prima linea negli affari della ditta (su di lui indaga anche la Procura di Salerno, ve ne abbiamo parlato qui). Il capo di E-Surv ci tiene a prendere le distanze dalla narrazione dominante: «In tali articoli – dice – viene adombrato il sospetto che anche la nostra azienda abbia effettuato attività di dossieraggio per finalità di ricatto o che – come riportato da altri giornali – la nostra azienda abbia creato un database per finalità di raccolta dati da usare per ricatti in danno di terze persone. Altri articoli, inoltre, hanno addirittura avanzato il sospetto di una vendita di dati giudiziari “online”».
Fasano vuole «respingere» i sospetti, perché «la E-Surv e la sua compagine societaria nulla hanno a che fare con la Stm e con le vicende riferite in tali articoli di stampa». Nessun legame tra le compagini, dunque. Anche se l’imprenditore spiega, riguardo a Stm, che «si tratta effettivamente di un partner della E-Surv della quale posso però dire che ho incontrato una sola volta la signora Marisa Aquino, che venne in azienda accompagnata da suo marito Vito Tignanelli. Aggiungo che il contatto fu richiesto dalla Stm srl poiché erano interessati all’utilizzo del nostro prodotto Exodus e che in effetti diventarono successivamente nostri partner commerciali. Facemmo delle verifiche sui loro accreditamenti – poiché riferirono che erano accreditati con le Procure di Benevento e Castrovillari – successivamente alle quali iniziammo il rapporto commerciale».
Prendere le distanze dai partner non è l’unico tentativo messo in atto da Fasano nell’incontro con i pm campani. L’uomo, infatti, cerca di evidenziare le stranezze nel comportamento del “suo” tecnico Ansani: «Abbiamo capito che nel suo comportamento c’era qualcosa che non andava – dice». E spiega che E-Surv ha «dato mandato alla società E-Trace srl di Roma per svolgere un’approfondita verifica dei livelli di sicurezza della piattaforma Exodus». Il report «evidenziava che tutti i nostri server esterni e interni, a eccezione di uno solo (…), non contenevano evidenze di “dati anomali”».
Anche Davide Matarese, tecnico indagato nell’inchiesta della Procura di Napoli (nei suoi confronti non sono state emesse misure cautelari), segnala anomalie: «Nel corso del tempo, siccome lavoravo nella stessa stanza dell’ingegner Ansani, mi sono accorto che la gestione dell’attività di intercettazione telematica non andava come mi era stata prospettata. Tra fine settembre e inizio ottobre 2018, Ansani mi disse che stava “finendo lo spazio dei dischi sui server” e aggiunse che forse “doveva ampliare lo spazio”». Il dubbio, a quel punto, si fa strada nell’informatico. Innanzitutto capisce «che Ansani aveva quantomeno visione e cognizione dei dati che venivano acquisiti attraverso le intercettazioni», poi non riesce «a capire come mai si fossero saturati questi spazi, tenuto conto che i dati avrebbero dovuto essere collocati solo in Procura e dunque avrebbero solo dovuto transitare attraverso i nostri server. Non riuscivo a capire neppure quali fossero i server che lui poteva amministrare e gestire». (p.petrasso@corrierecal.it)

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