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La lettera del pentito: «Sono un uomo libero, ma soffro nel non vedere i miei figli»

Luca Pellicori scrive al Corriere della Calabria. E racconta la sua amicizia con Marco Perna, il suo passato criminale e la scelta di collaborare con la giustizia. «Ringrazio il dottor Camillo Falv…

Pubblicato il: 03/03/2020 – 11:12
La lettera del pentito: «Sono un uomo libero, ma soffro nel non vedere i miei figli»

COSENZA «Mi chiamo Luca Pellicori e sono un collaboratore di giustizia». Scrive tutto con la lettera maiuscola, dal carcere dove si trova recluso, l’ex braccio destro di Marco Perna, figlio di Franco, tra i più importanti boss della città di Cosenza. In una lettera indirizzata al “Corriere della Calabria” tiene a presentarsi come se fosse un perfetto sconosciuto, ma la storia criminale e le dichiarazioni rese nel corso del processo “Apocalisse” (attualmente in discussione dinnanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro) non sono certo una novità per i nostri lettori. 
Fuggì in modo rocambolesco da casa sua il venerdì precedente ai giorni di Pasqua del 2016. E da quel giorno iniziò a vuotare il sacco circa il modo con cui il gruppo criminale riconducibile proprio a Marco Perna (per come emerso nel processo di primo grado) si riforniva di droga da spacciare in città. I rapporti tra i due, come raccontato durante il processo, erano «fraterni» una circostanza che, nella lettera, il collaboratore di giustizia rimarca, quasi a voler giustificare la scelta di abbandonare il crimine.

«Io e Marco Perna eravamo come fratelli – è scritto nella missiva che ci ha inviato –. Abitavamo nello stesso palazzo nel “rione Serra Spiga” molto noto a Cosenza per via della criminalità che vive in quel quartiere. Andammo insieme in carcere nell’ottobre del 2014 e il 17 ottobre del 2017 per una ordinanza cautelare emessa dal tribunale di Cosenza per estorsione aggravata e lesioni a un noto imprenditore di Cosenza. A casa mia trovarono una pistola “Smith and Weston” calibro 38 e mezzo chilo di stupefacente insieme ad un libro contabile dove io riportavo tutta la contabilità dello stupefacente le entrate e le uscite». 
Pellicori nella lettera aggiunge anche delle circostanze che gli permisero di scoprire la relazione tra la ex compagna e lo stesso Perna. Come spiegato anche nel processo “Apocalisse”, nelle tre pagine spedite alla nostra redazione, il collaboratore di giustizia racconta del sistema di videosorveglianza installato a casa sua con il quale controllava tutto quello che accadeva in strada. Il circuito video serviva anche a tenersi pronti alle visite delle forze dell’ordine. «Mi resi conto che stavo correndo un pericolo e decisi di scappare, arrivai dai carabinieri alle 2.55 di notte, scalzo ed in pigiama. Iniziai così a collaborare ma trascorsi i 180 giorni in località protetta sentii l’esigenza di sentire i miei figli. Parlai con la mia ex compagna, la perdonai per il tradimento e la implorai di seguirmi. Lei decise di seguirmi, ma mentre stava per arrivare da me, fui raggiunto da un definitivo di Cassazione e fui arrestato. Lei è rimasta circa dieci giorni e poi è tornata nella località d’origine».
IL RAMMARICO PER AVER PERSO LA FAMIGLIA Il preambolo, nella lettera di Pellicori, ha una finalità: spiegare il dolore che prova per non poter stare in contatto con i suoi tre figli. «Dovevo scegliere di collaborare con la giustizia molto prima, forse la mia famiglia l’avrei salvata». Nonostante un decreto del Tribunale dei minori che autorizza Luca Pellicori a vedere i figli, anche in modo telematico, gli incontri non avvengono: «Ho scritto a voi perché sono veramente stanco di mandare istanze al Tribunale dei minori di Catanzaro per poi rispondermi che hanno già provveduto con il decreto emesso nel 2018 che mi autorizza a riabbracciare la mia prole ma che non è stato mai messo in atto. Sono un padre veramente afflitto dal dolore di non sapere dove sono i miei figli, se stanno bene, se hanno un raffreddore». Pellicori, si dichiara redento, non è più l’uomo pronto a «sparare se ce n’era bisogno». «Mi sento un uomo libero, svuotato da tutta la cattiveria che ho fatto e di questo do molti meriti al dottor Camillo Falvo della Dda di Catanzaro perché mi ha ridato luce, la vita se no chissà che fine avrei fatto: di certo non ero qui a scrivervi oppure mi trovavo in qualche fosso chissà dove».

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