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Il vizio della memoria (e del coraggio)

di Paolo Pollichieni

Pubblicato il: 06/05/2020 – 6:28
Il vizio della memoria (e del coraggio)

Tante volte, nel dare una notizia, sei contrariato non dal pensiero dei rischi che conseguono o delle nuove antipatie che ti procurerà, bensì dalla consapevolezza che dal tuo lavoro, da quella notizia data, persone che magari non stimi ricaveranno utilità facendone un uso strumentale. È il pensiero di un attimo, poi la sequenza riprende il suo iter: verifichi la notizia e ne curi la pubblicazione senza più interrogarti. Devi farlo perché quello è il tuo dovere e per tentare di sottrarti al feroce giudizio vergato da K. Kraus: «Giornalismo è il luogo ove spesso uno passa la vita a parlare di cose che ignora e a tacere le cose che sa». Ecco, se proprio non puoi evitare di parlare delle cose che ignori, almeno evita di tacere su quelle che sai.
Paolo amava gli incipit “alti”. Li faceva seguire da commenti sferzanti e parole – quando serviva – aspre. Senza fronzoli, diretto. Fosse una di quelle vecchie etichette appiccicate sui cd si direbbe “explicit lyrics”. Lo stile e la franchezza del suo giornalismo gli hanno creato più di un problema. Da uno di quei «problemi» è nato il Corriere della Calabria: una sua creatura, il progetto di cui andava più fiero, iniziato con un gruppo di colleghi dopo aver abbandonato strade più sicure e già tracciate. Da altri, però. Paolo amava guidare per conto suo. Anche «sbagliare, ma mai sotto dettatura», ce lo avrà ripetuto un migliaio di volte. Paolo se n’è andato, troppo presto, il 6 maggio 2019. Abbiamo scelto di ricordarlo con le sue parole, tratte dagli editoriali che ha scritto su queste pagine (cartacee e virtuali), incentrati su politica, classi dirigenti calabresi, problemi della magistratura, giornalismo. È una selezione per forza di cose incompleta (per quanto corposa) ma crediamo possa restituire ai lettori la forza e il coraggio del suo pensiero. Abbiamo voluto usare la firma di Paolo perché in queste parole c’è una parte della sua eredità.
È da una riflessione sul giornalismo che inizia l’avventura di Paolo al Corriere.

Dove eravamo rimasti


Dove eravamo rimasti… Mi pare alla difficoltà di essere liberi nel rapporto con i calabresi e con i lettori, nonché alla sopravvenuta impossibilità di garantire ad una redazione giovane, motivata, pulita ed anche ben attrezzata professionalmente, di fare il proprio lavoro in piena libertà. Anche sbagliando, certo, ma non sotto dettatura… Da qui vogliamo ripartire. Senza rancore per nessuno (in fondo si stanno facendo già abbastanza male da soli) e senza alcuna animosità. La linea editoriale? Quella che abbiamo promesso anni fa e che quando non ci è stato possibile onorare ci ha visti “staccare”, senza prestare faccia e braccio ad interessi che saranno anche leciti ma non erano a nostro avviso coerenti con l’interesse della Calabria ad avere una informazione completa e corretta. (…) La linea politica? Perdonate ma la domanda strappa un sorriso: a queste latitudini si fa grande fatica a distinguere. Non solo per i rapidissimi cambi di casacca ma anche, e soprattutto, perché la contrapposizione politica ormai non esiste proprio: hanno inventato l’inciucio dinamico. Impossibile, di conseguenza, avere una linea politica dove la politica occorre reinventarla. Ci sono incoraggianti segnali anche nel grigiore di queste settimane post elettorali, li seguiremo con attenzione. (…) In soldoni: non saranno il colore delle tessere o le roboanti autocertificazioni sulla cultura della legalità ad illuminare il rapporto con la politica. Né ci farà da guida l’ansia di un rinnovamento anagrafico della classe dirigente: il Gattopardo non ha mai lasciato la Calabria. Più semplicemente: useremo come bussola l’adattamento di una massima americana: tutto quello che andrà bene alla Calabria andrà bene anche a noi!
Paolo sapeva bene che in Calabria, spesso, la colpa è dei giornalisti. Nel luglio 2011, il nemico pubblico della politica era un libro di Giorgio Bocca, Aspra Calabria, fresco di ristampa.

Le radici del male

Ma il nemico della Calabria è Giorgio Bocca. Il male da estirpare risiede in quel volumetto di 74 pagine scritto negli anni Novanta e ripubblicato in questa tranquilla estate che i calabresi vorrebbero potersi godere pienamente. (…) E quel titolo, poi. Aspra Calabria… ma come gli è saltato in mente a Bocca un titolo del genere per un libro dove in fondo si racconta di “lupi feroci” che vivono tra le montagne dell’Aspromonte e che tengono in vita i commerci di tutte le mafie del mondo, dalla droga al riciclaggio dei profitti, dagli appalti al pizzo. Rileggerle oggi, quelle cronache, strappano un sorriso amaro: sono state scritte prima della strage di Duisburg e prima che un bambino venisse ammazzato mentre giocava a calcetto; prima che Lea Garofalo venisse rapita dal padre di sua figlia e sciolta nell’acido; prima che Orsola Fallara morisse suicida ingoiando acido muriatico; prima che… prima che tanti orrori nuovi facessero quasi dimenticare quelli antichi. E fermiamoci qui per evitare che il Parkinson dell’orrore aumenti il tremore della mano che digita.
Anche la visita di Papa Benedetto XVI nell’ex area Sir di Lamezia Terme ispirò una amara riflessione su quella che appariva (a appare) una regione immobile.

Il Papa e la malarazza

Il Papa risponde (…) con la sua omelia ripetendo, pari pari, parole e concetti vecchi di 27 anni, posto che le aveva pronunciate nel 1984 il suo predecessore: «Se osserviamo questa bella regione, riconosciamo in essa una terra sismica non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una terra, cioè, dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza. All’emergenza, voi calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio. Sono certo che saprete superare le difficoltà di oggi per preparare un futuro migliore. Non cedete mai alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi». Come dargli torto. E soprattutto come criticare il fatto che, 27 anni dopo, abbia dovuto rimarcare che nulla era cambiato: perché studiare concetti nuovi se quelli del suo predecessore restano, povera Calabria, attualissimi.
È una Calabria spesso irredimibile quella raccontata negli editoriali.

L’ipocrisia dei politici

C’è una crisi profonda della politica calabrese che la rende incapace di reagire anche davanti a cose di devastante pregiudizio democratico. La speranza è che in tempo si aprano gli occhi, la strada che si sta percorrendo è vicina al punto di non ritorno perché la ’ndrangheta non arretra mai dagli spazi occupati. Non si tratta più di affermare valori etici nell’attività politica e neanche di generici richiami alla meritocrazia e bene comune. Ben altro è in gioco, a cominciare dall’agibilità democratica delle istituzioni regionali: se viene meno è un guaio per tutti, anche per chi vive di pane e politica. Proviamo a spiegare il concetto con le parole scritte da don Giacomo Panizza all’indomani dell’omicidio di Francesco Fortugno: «Siamo tutti consapevoli che l’incontro della politica con la ’ndrangheta è destinato nei tempi medi e lunghi a indebolire il potere politico a vantaggio di quello criminale. Occorre spezzarlo. Sarebbe ora che certi politici si decidano a intessere accordi con la società solidale piuttosto che con personaggi e aggregazioni dubbie se non notoriamente criminali. Sarebbe ora, perché con quei personaggi non si può fare politica contro la ’ndrangheta. È tempo che i partiti e la società facciano politica insieme, altrimenti la società organizzata si distanzierà ulteriormente dalla politica per fare politica in altro modo. A scapito di tutto e tutti fuorché della ’ndrangheta».
L’analisi non risparmia neanche le storture della magistratura.

Vergogna senza fine

Magistrati che rischiano la vita costretti a convivere a fianco a “colleghi” che ne provocano l’isolamento e la sovresposizione inciuciando con mafiosi e politicanti. Capi degli uffici che hanno fatto loro l’obbedienza cantata da Fabrizio De Andrè in “Storie di un impiegato”: «Un giorno un giudice come me osò giudicare chi gli aveva dettato la legge. Prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge. Oggi un giudice come me lo chiede al potere se può giudicare…». Una vergogna senza fine. Altro che cricca dei giornalisti e poteri astratti. Qui si rivive l’urlo di Gaspare Pisciotta: «Signor presidente, mafia, Stato e giudici siamo tutti la stessa persona. Come la santissima trinità…». Ci sono avvocati che esercitano in distretti giudiziari dove sorella, moglie e finanche suocero fanno i magistrati. Fatturano mezzo milione di euro ad un ente pubblico che è al centro di centinaia di denunce e di nessuna indagine. È normale? Due dirigenti su tre hanno un congiunto magistrato. È normale? Due palazzi su tre sono affittati ad enti pubblici ma la metà di questi possidenti hanno una toga in casa. È normale? Ed è normale che nello stesso ateneo universitario insegnino i rampolli del giudice che dovrebbe indagare, del politico che dovrebbe essere indagato e dell’avvocato che difende entrambi?
Paolo, che dalla ‘ndrangheta era stato minacciato, non ne accettava la sottovalutazione. Né tollerava l’atteggiamento di quella che definiva “antimafia con la partita Iva”.

I soliti stupidi

Qui la ’ndrangheta è roba da museo, non interferisce nelle scelte di politica del territorio, non elegge propri rappresentanti nelle istituzioni, non inquina i livelli decisionali, non impallina l’economia sana a vantaggio di quella ’ndranghetistica. Niente di tutto questo. In Calabria solo gli «imbecilli» hanno rapporti con la ’ndrangheta che, evidentemente, è fatta di boss che sono capacissimi di muovere un fatturato da decine di miliardi di euro ma poi non sanno scegliere un referente nelle istituzioni che non sia «imbecille». Ovviamente l’imbecillità la si acquisisce solo se si viene “incastrati” da qualche indagine, che in mancanza di tale requisito i potenziali «imbecilli» restano politici indisturbati ed indisturbabili. Sono assessori di lungo corso, consiglieri regionali plurivotati, professionisti contesi ai tavoli della borghesia che conta. E guai se muovi critica a chi, fatturando la propria attività antimafia, mette a disposizione degli impostori di turno l’autorevole palco dal quale blaterare contro la “mafia degli imbecilli” e promulgare l’omertà istituzionale. Se ti ci azzardi vieni accusato di essere tu il colluso che, toccando la santità dell’antimafia con la partita iva, intende impedire che la ’ndrangheta venga sconfitta attraverso la visione della vasca con idromassaggio sequestrata al boss.
Non tutto è perduto. O meglio, non lo sarà se la società civile è capace di uno scatto d’orgoglio.

Alziamo il livello


Non tutto è andato distrutto, un tessuto sociale sul quale provare a ritessere rapporti pubblici trasparenti e linee di sviluppo esiste ancora. È lontano dai riflettori e non ha accesso nel salotto “buono” delle classi dirigenti calabresi. Ma esiste! È fatto di magistrati che ancora ci credono; di professionisti che seguitano a compiere il loro lavoro con coscienza e con scrupolo; di piccoli imprenditori che hanno imparato a fare impresa e resistere sul mercato senza l’aiuto della politica. Ed è fatto di giovani e di meno giovani che hanno voglia di mettersi in discussione. Non sarà facile. Ci si troverà a dover fare i conti non solo con vecchi residuati bellici della politica, dove i rottamatori sono più pericolosi dei rottamandi (…). Non abbiamo alternative. Non basta più chiamarsi fuori e non possiamo certo caricare i carretti con le poche masserizie avanzate e prendere la via dei profughi. La Calabria è vissuta dal resto del Paese come un antipatico problema? Negarlo è inutile, meglio è far capire che tuttavia la Calabria serve al Paese e che, come testimonia la recente inchiesta del New York Times (il testo è tratto dal numero 74 del Corriere della Calabria), è la Calabria la cifra attraverso la quale verrà giudicato il progresso che il nostro Paese farà per allinearsi alle grandi democrazie occidentali. Facciamo la nostra parte, dunque, e pretendiamo che anche gli altri facciano la loro. Capovolgiamo quel “senso di appartenenza” che fino ad oggi è stato usato in negativo dai manipolatori della verità. I nemici non sono fuori le mura ma dentro e quando richiamano all’“identità” vilipesa lo fanno in assoluta malafede. Riappropriarsi di una “identità” autentica e non manipolata diventa quindi fondamentale per poter aspirare alla costruzione di un’alternativa efficace ed efficiente. Vuol dire alzare il livello dell’attenzione e sottrarsi alle trappole ben ingegnate di questa cerchia feudale; che appartengano agli industriali dell’indignazione oppure siano membri dell’Opus dei, della massoneria, o di una fondazione bancaria, che siano fascisti o post-fascisti, mafiosi praticanti o anti-mafiosi strumentali, francamente è irrilevante. Il primo passo per uscirne diventa, come nella favola, davvero molto ma molto semplice, basta dire quel che vediamo: il re è nudo. Bisogna capire che tutta questa gente, in verità, non è potente. È solo senza scrupoli e senza ideali. (…) E qui sta il secolare errore da evitare: chiudersi schifati, barricarsi in casa con le poche cose in cui si crede ancora. Serve il contrario, serve una riconversione interiore per modificare comportamenti individuali reattivi e diventare consapevoli che i social network non sono interattivi: è falso. Passare le serate cliccando “mi piace” su proclami rivoluzionari, evoluzioni narcisistiche, trionfi di bipolarismo della personalità, non ha nessuna attinenza con la realtà politica, economica, culturale. Non vuol dire nulla. Non fa compiere un passo in avanti verso la costruzione di una seria alternativa. Non regaliamo altri spazi alla Casta, usciamo dalla logica del branco, dal settarismo, dall’omologazione e vediamo di alzare il livello dell’attenzione civile. Oppure, se non lo si vuole fare, assumiamocene la responsabilità.
Una delle speranze per il riscatto della Calabria era quella che Paolo definiva una nuova “primavera” della magistratura.

Giovanni Bombardieri e Nicola Gratteri

L’antimafia dei calabresi. Finalmente

Due magistrati calabresi alla guida delle due Direzioni distrettuali antimafia calabresi. È una notizia passata quasi sotto silenzio che, invece, meriterebbe qualche sottolineatura e qualche riflessione. Soprattutto con riferimento alla nomina di Giovanni Bombardieri a procuratore capo di Reggio Calabria. Era da decenni, infatti, che un reggino o comunque un calabrese non ricopriva tale incarico. In sostanza da prima del compianto procuratore Giuliano Gaeta, proveniente dalla Campania. A seguire ci sono stati solo magistrati siciliani (Catanese e Pignatone) e campani (Cafiero De Raho) quasi a statuire che, nonostante la specificità della ‘ndrangheta nel panorama delle mafie internazionali, non era bene che ad occuparsene fossero magistrati che avevano trascorso gran parte della loro carriera a contrastarla. Anche quando il potere politico e gli apparati deviati trovavano comodo svilirne il ruolo. Roba di paesani ignoranti, criminali protesi allo sfruttamento del territorio con sequestri e taglieggiamenti, qualcosa nel narcotraffico ma come piccola rete di spaccio. Invece non era affatto così. (…) Da Alberto Cisterna a Nicola Gratteri, da Roberto Pennisi a Francesco Mollace, da Roberto Di Palma a Salvatore Boemi: le loro indagini, coordinate dal tandem Vincenzo Macrì-Pierluigi Vigna, all’epoca al vertice della Procura nazionale, arrivarono pericolosamente in alto, anche se in molti fanno finta di non ricordarlo. Sarà una coincidenza ma tutti i protagonisti di quelle inchieste ebbero, successivamente, rogne e pesanti delegittimazioni. In ogni caso si andava teorizzando, nelle stanze del potere che conta, la necessità di tenere lontano i magistrati calabresi dalla conduzione delle procure distrettuali. Un procuratore generale arrivò a sostenerlo, senza remore, persino in sede di audizione davanti al Consiglio superiore della magistratura. (…) Un primo “assalto” venne respinto quando il Csm fu ad un passo dalla nomina di Vincenzo Macrì, viceprocuratore nazionale antimafia. Successivamente fu il turno di Nicola Gratteri, impallinato nel corso di una seduta del Csm che, in quanto a voltafaccia improvvisi, ricorda molto quella pagina non edificante scritta quando venne bocciato Giovanni Falcone dalla nomina a Consigliere istruttore. Gratteri imparò la lezione e, successivamente, decise di rompere l’accerchiamento con una sovraesposizione mediatica che alla fine fece da blocco ad ogni tentativo immotivatamente contrario alla sua nomina a capo della Dda di Catanzaro. La nomina di Giovanni Bombardieri a procuratore capo di Reggio Calabria ne è la logica ed inevitabile conseguenza. Il che apre oggi la possibilità di una stretta collaborazione tra le due procure antimafia calabresi. Un coordinamento vero, serio, basato su una intesa solida anche sul piano operativo. Non è cosa da poco, visto che le sinergie tra le cosche reggine e quelle che operano nel Vibonese, nel Crotonese e nel Lametino sono pericolosamente cresciute in questi anni e combatterle con il rigido criterio della territorialità può essere davvero fuorviante.
Politica, magistratura, riscatto. I temi tornano e si fondono. Ma, per Paolo, tutto passa attraverso un giornalismo che sappia essere libero.

Un buon giornalista

La libertà di informazione non si gioca soltanto nelle relazioni tra giornalisti e direttori, ma soprattutto nel rapporto tra redazioni ed editori. Il peccato originale della stampa è di avere spesso degli editori che hanno gli interessi prevalenti al di fuori dell’editoria. Editori che troppo spesso cedono alla tentazione di usare i giornali come strumenti da piegare al perseguimento dei propri interessi al di fuori dell’editoria, oppure per dare lustro ad una serie di posizioni personali o come scudo in vicende giudiziarie o come arma di pressione nei confronti di enti locali.
 Nasce da questa lucida analisi e dal desiderio di fare qualsiasi sforzo per affrancarsi da un sistema viziato e vizioso, reso ancora più viziato e vizioso da una distorta legge sull’editoria, la piccola esperienza che questa testata porta avanti da quasi un lustro.
Solitudine come necessità e non certo come scelta snob. Ed è una solitudine, ancorché voluta, che non appassiona, anzi mortifica. Spesso addirittura opprime. Finché sarà possibile, su questa strada questa testata continuerà a camminare. Perché ci crede e perché crede che il tempo gioca a favore di chi compie scelte analoghe e non solo nel campo dell’editoria ma anzi in ogni settore della vita sociale ed economica di un Paese democratico.
È un cerchio che si chiude e un’eredità che si rinnova. Assieme a un “vizio” a cui Paolo Pollichieni teneva molto.

Il vizio della memoria

Una classe politica senza progetto è destinata a “gestire” ma non certo a “governare”. Condannata a restare debole perché priva di qualsivoglia autorevolezza. Trascinandosi dietro il problema di un certo modo di fare informazione asservita non già per coercizione ma per autonoma scelta. Per uscirne servirà che ognuno torni a fare quel che gli compete e, per quel che riguarda il nostro mondo, coltivare bene il “vizio della memoria”. Un impegno che il Corriere intende assumere e mantenere non già perché ricorda tutto, bensì per il fatto che certe nefandezze sono indimenticabili.

[testi selezionati da Pablo Petrasso]

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