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«Ostinato come i fatti»

di Nicola Gratteri

Pubblicato il: 06/05/2020 – 6:38
«Ostinato come i fatti»

Paolo Pollichieni ripeteva spesso che i fatti sono ostinati. L’ho conosciuto a Locri nel 1988 quando faceva il corrispondente della Gazzetta del Sud. Erano gli anni dei sequestri di persona ed io iniziavo a muovere i primi passi nella magistratura, dopo aver fatto l’uditore giudiziario a Catanzaro. Per i giornalisti del Nord, anche quelli più noti che cercavano di capire la ‘ndrangheta, Paolo era un punto di riferimento imprescindibile. Arrivava sulla notizia prima di tutti, aveva buone fonti e già allora dimostrava di essere irriverente nei confronti del potere.
Ho imparato a conoscerlo meglio quando ha cominciato a dirigere Calabria Ora e poi la sua creatura, quella di cui andava più fiero, il Corriere della Calabria, in cui ha dato il meglio di sé, come cronista, ma soprattutto come opinionista, voce critica e libera di una Calabria che non si arrende, che ha il coraggio di andare contro corrente.
C’è rimpianto per quella sua lucidità, per quella sua schiettezza, per quella sua capacità di vedere oltre e spiegare ogni cosa con franchezza e senza schermi.
Questo era Paolo Pollichieni, un giornalista che poteva aspirare a testate ancora più prestigiose, ma che ha scelto di restare in Calabria, nella sua e nella nostra Calabria per combattere contro poteri deviati e malaffare. Purtroppo, se n’è andato troppo presto. E la sua scomparsa lascia un vuoto profondo nel giornalismo calabrese. Manca quella sua voce critica, la voce di chi ha vissuto ogni istante fino a consumarlo.
Aveva sempre difeso a spada tratta il lavoro che io e i miei colleghi abbiamo fatto e continuiamo a fare alla Procura di Catanzaro. Lo reputava necessario per liberare la Calabria dalla paura e dal bisogno. Dal bisogno di chi è costretto a chiedere per avere, di chi è costretto a vivere dentro logiche perverse, quelle del clientelismo che calpesta diritti e dignità. Quella stessa dignità che a Paolo Pollichieni non è mai mancata. Da sempre incarnava quelle quattro virtù essenziali per la difesa del giornalismo libero: la lucidità, la capacità di dire no, l’ostinazione e l’ironia.
Paolo era lucido, tanto da vedere dove molti guardano. Aveva compreso che per combattere la ‘ndrangheta c’è bisogna di debellare quelle condotte agevolatrici che da sempre costituiscono l’ossatura del potere mafioso.
Aveva più volte dimostrato di avere quella capacità di dire no ai tanti compromessi che la vita propone e alle tante scorciatoie che il mondo offre.
Era ostinato come i fatti. Ed i fatti, ripeteva spesso, sono la cosa più ostinata del mondo. Come Paolo che non si fermava davanti agli ostacoli, perché una vita senza senso non merita di esser vissuta. E per Paolo il senso era importante, come è importante per tutti quelli che ogni giorno lottano per far trionfare la forza della ragione sulla ragione della forza.
Ma Paolo era anche ironico, sferzante, sottile, pungente, come sanno esserlo le persone intelligenti. Per lui l’ironia era anche un modo per sorridere di se stessi, senza mai prendersi troppo sul serio.
Lo ricorderemo sempre con grande affetto. Ciao Paolo.

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