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«Don Italo Calabrò, prete scomodo che continua a parlare alle coscienze dei calabresi»

di Mario Nasone*

Pubblicato il: 10/06/2020 – 16:51
«Don Italo Calabrò, prete scomodo che continua a parlare alle coscienze dei calabresi»

Nel mese di settembre 1990, due mesi la morte di don Italo, la rivista Calabria del Consiglio regionale pubblicò un articolo a firma di Romano Pitaro, oggi responsabile dell’Ufficio Stampa del Consiglio, dal titolo “l’eredità difficile di un prete senza paura” Il giornalista fece un giro tra i centri di accoglienza da Lui fondati per capire come reagivano operatori e volontari a quel terribile evento, con due domande che si poneva: che fine farà tutta questa ragnatela d’iniziative, progetti, cose concrete senza l’infaticabile presenza di mons. Italo Calabrò ? I suoi eredi riusciranno a cavarsela da soli senza colui che era il collante del gruppo ed il trade-union con la Chiesa? E concludeva: soltanto tra qualche anno sapremo se i collaboratori di don italo sono della stessa stoffa. La ricorrenza del 16 Giugno, del trentesimo anniversario della sua scomparsa sarà anche una occasione per rispondere a queste domande e fare un bilancio di questi trenta anni senza di Lui, grazie anche alle diverse iniziative programmate dalla Diocesi Reggio Bova e dalla amministrazione comunale per ricordarlo. . Questi trent’anni trascorsi hanno raccontato di un cammino difficile, tortuoso, con tanti limiti e fatiche che non hanno interrotto però la storia di servizio, di fede incarnata da Lui avviata a Reggio e in tutta la Calabria.
Comprese altre esperienze come quella di Progetto sud di don Giacomo Panizza che hanno avuto in don Italo Calabrò un maestro di vita, un punto di riferimento costante per il loro cammino.. Una storia che è cresciuta ancora di più nella Chiesa e nella società reggina arricchendosi di nuove sfide accettate, di ulteriori servizi aperti per rispondere alle nuove povertà e fragilità, ma soprattutto di tantissimi giovani e adulti che si sono coinvolti pur non avendo mai conosciuto fisicamente don Italo perché attratti dal suo messaggio.
In tutti questi anni don Italo ha continuato ad essere ricordato e ad essere presente soprattutto attraverso le opere sociali da lui fondate che ancora oggi sono l’eredità più importante lasciata e che accolgono centinaia di persone con disabilità, di minori strappati dall’abbandono e al destino mafioso, di donne vittime di violenza, di ammalati di mente, di anziani soli e di tanti altre ancora con le loro fragilità.
Anche le istituzioni civili lo hanno fatto seppur solo in parte, in particolare la presidenza del consiglio regionale della Calabria che da alcuni anni ha istituito il premio educazione dei giovani Don Italo Calabrò che permette ogni anno a migliaia di giovani delle scuole della regione di confrontarsi con la Sua figura di cristiano esemplare e di calabrese innamorato della sua terra. Il comune di Reggio Calabria, con amministrazioni Demetrio Arena di centro destra e Giuseppe Falcomatà di centro sinistra, hanno intitolato una via ed una piazza a Lui, il prolungamento di via Cardinale Portanova e la piazza di Arghillà risanata dopo il degrado di anni. Non vie del centro ma luoghi simbolici e periferici come sarebbe piaciuto a Lui che non amava i primi posti ed i palazzi del potere. Ovviamente, questo non basta se si vuole veramente onorare don italo, il modo migliore è quello di fare proprio il suo insegnamento di vita. Questo vale per tutti, politica, chiesa, scuole, associazioni, cittadini, Dove il nessuno escluso mai di don italo non può essere uno slogan da tirare fuori a cuor leggero, anzi va letto e vissuto come un messaggio scomodo, che deve provocare scelte coerenti e concrete ad esempio nel campo politico, in primis dalla Regione Calabria, costruendo un sistema sanitario e di welfare in grado di dare risposte e servizi adeguati ai cittadini, investendo risorse sulle politiche sociali ed educative, soprattutto nelle periferie sempre più abbandonate ed a favore delle fasce deboli.
Un messaggio che ha bisogno oggi più che mai, in un tempo di paure aggravate dalla pandemia del Covid-19 , di una antimafia spesso parolaia, di una proposta educativa debole, di essere maggiormente conosciuto e rilanciato come segno di speranza di una Calabria che non deve piangersi addosso, che sia protagonista del suo riscatto, affrancandosi da tutte le mafie e dalla cattiva politica. Un sogno che per un tratto della sua vita ha condiviso con Paolo Pollichieni, un altro figlio della nostra terra da non dimenticare che come Lui lottava per una Calabria libera dal clientelismo e dalla corruzione, che riconoscesse a tutti pari diritti e dignità. Entrambe orgogliosi di essere calabresi, nonostante tutto.
*Presidente centro comunitario agape

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