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Il "Crimine" vibonese e la linea “bastarda”. Scontri e alleanze della 'ndrina Anello

Prima dell’unificazione della “Provincia” voluta da Luigi Mancuso col benestare della ‘ndrangheta di Polsi, i collaboratori di giustizia raccontano di alcune ‘ndrine insorte contro il “Crimine” di …

Pubblicato il: 22/07/2020 – 8:03
Il "Crimine" vibonese e la linea “bastarda”. Scontri e alleanze della 'ndrina Anello

di Francesco Donnici
CATANZARO «La storia di tutte le organizzazioni ‘ndranghetistiche del Vibonese è anche e soprattutto la storia dei loro rapporti, di alleanza o conflittuali, con la cosca Mancuso di Limbadi».
Parole tratte dal carteggio dell’inchiesta “Imponimento”, che ha visto arrestate 75 persone, (per un totale di 158 soggetti indagati, qui l’approfondimento) con la quale la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro mira a disarticolare la cosca Anello-Fruci svelando le trame che hanno accompagnato le famiglie egemoni nella zona dell’Angitola nella scalata al potere e la conquista del territorio.
Trame che parlano di scontri, ma soprattutto di un’associazione mafiosa fatta di rapporti intessuti con alcune tra le più potenti ‘ndrine del Reggino, del Crotonese, del Catanzarese e appunto del Vibonese.
Gli inquirenti identificano la cosca Anello come «operante in Filadelfia e zone limitrofe» e la descrivono come «una consorteria snella, efficiente, poco concentrata su aspetti rituali tipici della ‘ndrangheta reggina – sebbene pienamente inserita nel “sistema” della ‘ndrangheta di Polsi – ed improntata ad un estremo pragmatismo ed una spiccata vocazione imprenditoriale».
Questo ne fa «uno dei sodalizi di ‘ndrangheta più potenti e pericolosi dell’area vibonese che per storia, vocazione, collocazione geografica, ha sempre intrattenuto stretti rapporti con le cosche del lametino e con quelle delle Serre vibonesi; ha manifestato tendenze espansionistiche nelle aree circostanti (soprattutto verso il territorio di Pizzo Calabro, “incontrandosi” con i Bonavota di Sant’Onofrio), ed ha dunque vissuto, come molti, un “odi et amo” con i Mancuso interfacciandosi in passato in termini anche conflittuali, ma ricostruendo di recente un rapporto basato su una «armonica e fisiologica spartizione del potere mafioso».
IL “CRIMINE” VIBONESE E LA LINEA “BASTARDA” L’inchiesta “Rinascita-Scott” – che compone insieme a quella odierna «un quadro coerente» – ha dimostrato come si possa (e forse debba) discutere di un contesto ‘ndranghetista “unitario” sorretto sulle regole di Polsi. Le famiglie per essere “riconosciute” dalla casa madre, devono accedervi attraverso un canale, che per quanto attiene la zona Vibonese è appunto il “Crimine” di Limbadi, ruolo oggi riferibile a Luigi Mancuso, che dopo l’uscita dal carcere riesce a creare un’unica “Provincia” armonizzando la spartizione del potere mafioso.
Prima di allora gli Anello erano stati tra i protagonisti e fautori di una frangia composta anche dagli storici alleati santonofresi, dai Piscopisani e dai Mantelliani sotto l’egida di Damiano Vallelunga, direttamente protesa a scardinare lo strapotere di Pantaleone Mancuso detto “Scarpuni”.
Queste realtà mafiose, benché del Vibonese, non erano state “riconosciute” attraverso il “Crimine” di Limbadi, bensì attraverso Umberto Bellocco, reggente dell’omonima cosca di Rosarno.
A questa conclusione si giunge attraverso una ricostruzione storica dei rapporti tra le cosche condita dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.
Tra questi Michele Iannello, che nell’interrogatorio del 21 giugno 2018 riferiva di come «negli anni 90 la ‘ndrina operante nell’area dell’Angitola si era staccata dai Mancuso, entrando in contrasto con i vertici della storica organizzazione, sposando la linea garantita da Damiano Vallenunga che faceva capo direttamente a Umberto Bellocco di Rosarno seguendo una linea alternativa (“bastarda”) rispetto al resto del Vibonese». Poco prima, il boss lametino Domenico Giampà spiegherà come questo «progetto criminale di emancipazione dai Mancuso coincida più o meno con l’ascesa al potere di Andrea Mantella» divenuto nel frattempo capo di Vibo Valentia a discapito dei Lo Bianco «che invece portavano acqua al mulino di Limbadi».
L’inversione di rotta si concretizza col ritorno in scena di Luigi Mancuso che – come racconta Bartolomeo Arena nell’interrogatorio del 24 ottobre 2019 – stava «cercando di formare una Provincia a Vibo Valentia, un “Crimine” vibonese, con il consenso della ‘ndrangheta di Polsi e quindi di tutta la Calabria, in modo da sistemare queste situazioni e riconoscere numerose consorterie dell’area, così che poi i sodalizi vibonesi dovrebbero rispondere tutti a lui».
Il progetto di Mancuso coinvolgerà altri 3 tra i boss più influenti della provincia: Saverio Razionale, Giuseppe Antonio Accorniti e appunto Rocco Anello.

Luigi Mancuso

LO SGARBO DI MALLAMACE E LA “PAX” COI MANCUSO Tres d’union tra gli Anello e i Mancuso viene individuato dalla Procura in Antonio Nicola detto “Tonino” Monteleone, vicino a Rocco Anello e in stretto contatto con Antonio Prenesti detto “Yo-Yò”, uomo di fiducia del “capo dei capi” vibonese.
La Dda ricostruisce una serie di incontri proprio tra Monteleone e Prenesti, il primo dei quali risale al 17 febbraio 2017 a Spilinga, poco tempo dopo il rientro in Calabria di “Yo-Yò” che fino ad allora era stato “sorvegliato speciale” con obbligo di soggiorno a Milano. Emblematica, tra le varie citate, è invece la vicenda “Mustazzo” dove i due fungono da tramite di una fitta serie di incontri tra le ‘ndrine per chiarire un’incomprensione sorta in seguito alla concessione da parte dei Mancuso, tramite Nicola Cosmano, nipote di Francesco Alessandria detto “Mustazzo”, del nulla osta alla partecipazione di Domenico Ciconte detto “Pallusu” ad una gara nel settore boschivo (in territorio di Cenadi) contrariamente al veto imposto da Rocco Anello.
Questi legami, e il distendersi dei rapporti tra le cosche, sono ricavati inoltre da una serie di intercettazioni dove viene spesso fatto riferimento anche alla figura dell’imprenditore boschivo Francesco Mallamace, «socio di fatto (da intendersi la Mediterranea Servizi Srl) nonché braccio destro di Rocco Anello» per tale ragione coinvolto nell’indagine “Effetto Domino” contro la stessa cosca di Filadelfia.
In una conversazione del 6 luglio 2016 tra Monteleone e Nazzareno Bellissimo emerge che «Mallamace era cresciuto insieme a “Yo-Yò” al punto che quest’ultimo, allorquando Mallamace aveva iniziato a lavorare nel territorio degli Anello, aveva inviato una ‘mbasciata in suo favore al fine di tutelarlo». Successivamente, però, lo stesso Mallamace si sarebbe accostato al gruppo mafioso capeggiato da Rocco Anello, allontanandosi dai Mancuso e dando così origine ai dissapori poi accentuati da Vallelunga.
Ad ulteriore conferma dell’avvenuto riavvicinamento tra le consorterie, gli inquirenti richiamano una serie di altre circostanze (dove compaiono alcuni tra i principali sodali dei Mancuso) come la visita di Vincenzo Spasari nel territorio degli Anello del 3 dicembre 2016; il ritrovamento dell’escavatore rubato dai Pesce ai Chiefari di Torre di Ruggiero, nel Catanzarese, grazie all’intermediazione di Rocco Anello che si era attivato, come si ricava da un’ambientale del 27 gennaio 2017, «perché chi aveva subito il furto era un amico di Luigi (Mancuso, ndr)»; o gli incontri con Giuseppe Rizzo (inteso “Peppe mafia”) risalenti al 2017.
A quell’anno risale inoltre l’incontro tra Rocco Anello ed un emissario dei Mancuso desunto da un dialogo intrattenuto dal boss di Filadelfia con Daniele Prestanicola dove il primo «rivelava di aver parlato con una terza persona che gli aveva dato la conferma dei pregressi accordi intercorsi a proposito dall’affidamento all’impresa riconducibile al capo cosca dei lavori di sbancamento presso il cantiere dell’ “avvocato” (Vincenzo Renda, direttore tecnico e socio della Genco Carmela & figli Srl). Il riferimento, secondo gli inquirenti, sarebbe proprio a Luigi Mancuso col quale Anello si era «accordato in ordine alla spartizione dei lavori inerenti la realizzazione della struttura turistico-alberghiera sita a Pizzo».
I RAPPORTI CON GLI ALTRI CLAN DEL VIBONESE La geografica criminale della provincia di Vibo è molto frastagliata oltre che storicamente influenzata dall’entrata in scena di Luigi Mancuso. Come anticipato, anche i rapporti degli Anello con le altre famiglie risentono di questo spaccato.
Non quelli con i Bonavota di Sant’Onofrio, storici alleati degli Anello-Fruci come rilevato anche in una conversazione risalente al 2003, dove Pasquale Bonavota elenca i nomi di altri boss di ‘ndrangheta ai quali la cosca è legata da vincoli di “amicizia” e tra questi spicca proprio quello di Rocco Anello. Nei fatti, gli inquirenti documentano questo legame citando le vicende estorsive relative ai lavori per la realizzazione del punto vendita a marchio “Eurospin” e del “Resort Galia” (entrambi a Pizzo) oltre che per i lavori della stazione ferroviaria di San Pietro a Maida.
Gli Anello e i Bonavota a loro volta danno il benestare sul territorio di Pizzo alla ‘ndrina capeggiata da Salvatore Francesco Mazzotta, secondo i collaboratori di giustizia, vicino ai Piscopisani, e prima di lui intrecciano buoni rapporti con Domenico Pardea, come si ricava sempre dalle dichiarazioni del “pentito” Bartolomeo Arena: «Pardea si occupava della gestione criminale del territorio di Pizzo. Questi sarebbe poi entrato in ottimi rapporti con Rocco Anello di Filadelfia, al punto da commettere estorsioni per suo conto».
A Vibo Marina, nel territorio di Porto Salvo ci sono invece i Tripodi coi quali gli Anello intavolano una serie di affari illeciti documentati dagli inquirenti attraverso incontri tra le famiglie avvenuti tra il 2017 ed il 2018. Tra questi si richiamano: l’intervento degli Anello a favore di Antonio Facciolo nella vicenda riguardante l’illegittima pretesa estorsiva perpetrata dai Lo Bianco-Barba di Vibo Valentia – che come dimostrato anche in “Rinascita” fanno capo ai Mancuso – insieme appunto ai Tripodi di Porto Salvo relativamente alla gestione del “Lido degli Aranci”; il ruolo di intermediario svolto dagli Anello nel progetto riguardante l’acquisizione, sempre da parte di Facciolo, di un capannone di proprietà della società Triab Srl ma riconducibile, di fatto, sempre ai Tripodi.
Gli Anello-Fruci intrattengono inoltre rapporti con gli Accorniti di Zungri nella persona di Gregorio Niglia della ‘ndrina di Briatico, rimanendo così attivi anche nel comparto delle armi.
QUANDO ROCCO ANELLO MEDIAVA TRA LE COSCHE CATANZARESI Gli Anello estendono i loro interessi ben oltre la provincia vibonese, comprendendo un buon pezzo di quella catanzarese grazie anche agli storici rapporti intessuti con potenti famiglie lametine come i Torcasio e i Giampà.
L’autorevolezza acquisita nel tempo permette loro di intervenire finanche per mediare i contrasti.
È il caso, ad esempio, della mediazione degli Anello tra i Bruno di Vallefiorita (coi quali i rapporti sono risalenti nel tempo e già ricostruiti nell’inchiesta “Prima”) da una parte e gli Iozzo-Chiefari di Chiaravalle Centrale dall’altra. Dalla ricostruzione degli inquirenti emerge come proprio questi ultimi vedano il boss Rocco Anello come «una figura carismatica e autorevole del panorama ‘ndranghetistico, ciò evidentemente sulla base della sua elevata caratura criminale», tanto da chiamarlo appunto a presenziare a riunioni dove si rendeva opportuno «chiarire gli attriti». Gli inquirenti riescono inoltre a ricostruire nella provincia rapporti degli Anello con i Gallace di Guardavalle per il tramire dei Saraco di Badolato. Il raggio d’azione della cosca di Filadelfia si estende anche nel Crotonese per alcuni affari portati avanti con i Trapasso di San Leonardo di Cutro per il tramite dei Taverna e nel Reggino coi Pesce di Rosarno o gli Alvaro di Sinopoli, come emerge dalla loro partecipazione all’estorsione perpetrata ai danni della società Morfù Srl, in relazione ai lavori di ristrutturazione della stazione ferroviaria San Pietro a Maida. (redazione@corrierecal.it)

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