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«Per 40 anni sono stato con i più grandi mafiosi». Il banchiere di Cutro e la vita al confine tra clan e “politica”

La figura di Ottavio Rizzuto. Il legame con il boss Ciampà («per lui ero il dodicesimo figlio»). Gli incontri con capibastone che controllano il territorio «istante per istante». I mini trattati su…

Pubblicato il: 31/12/2020 – 7:20
«Per 40 anni sono stato con i più grandi mafiosi». Il banchiere di Cutro e la vita al confine tra clan e “politica”

di Pablo Petrasso
CROTONE Ottavio Rizzuto ha più di 70 anni e, per molto tempo, è stato uno dei personaggi più ricercati del Crotonese. È la personificazione di un potere un po’ retrò, lontano dai riflettori e dai social ma molto palpabile. Da presidente della Bcc di Crotone controlla – almeno in parte – il credito sul territorio. E i soldi contano molto. Per la politica, che lo cerca tramite il faccendiere Pino Tursi Prato per ottenere 50mila euro da investire in una infuocata campagna elettorale. Per le imprese a caccia di liquidità: quelle pulite e quelle borderline, in contatto con ambienti che la Dda di Catanzaro considera contigui alle cosche dell’area. È per il suo ruolo di raccordo tra sfere diverse che Rizzuto diventa un emblema del mondo di mezzo: un colletto bianco, esperto di fondi europei, al timone di una banca locale, che nelle intercettazioni dimostra di conoscere perfettamente le vie della mentalità ‘ndranghetistica. E di essersi adattato alle loro curve più insidiose: per sete di potere o per restare a galla. O, forse, perché dopo aver passato un certo limite non si può tornare indietro.
«Oi Pino – dice rivolgendosi a Tursi Prato in una intercettazione captata dagli investigatori e confluita nell’inchiesta Thomas della Dda di Catanzaro (nella quale sia lui che Tursi Prato sono indagati, ndr) – io c’ho un giocattolo nelle mani che lo posso fare andare come cazzo voglio, e quando tu tieni la banca… io più in questo momento deve capire Nicola Adamo che a Crotone sono uno che conta… che io non ti pensare che gli faccio i favori alle persone… per i voti gli faccio i favori, che il potere mio è politico».

«Per 40 anni me la sono fatta con i mafiosi»

Politico, certo. Ma la “politica” di cui parla Rizzuto non è certo un esercizio nel quale non ci si sporca le mani. «Mi sono fatto l’elenco, io… Quando venivano in studio da me – spiega l’ingegnere a un conoscente – avevano bisogno di qualunque cosa… Non mi sono mai fatto pagare… A Peppe Ciampi, pur essendo il capomafia di Cutro, io gli ho fatto… allora, tieni presente che gli ho fatto: 4 ville alle figlie, ai figli… progetto… gli ho fatto 2 selezionatori di inerti, un finanziamento all’Efi Banca di 700 milioni… Ti dico, sempre gli ho fatto delle… mai pagato». «Sempre gentile ma sempre alla larga», dice di sé Rizzuto.
Che, in un’altra conversazione ammette: «Toni’, io sono 40 anni che sono stato con i più grandi mafiosi. I lavori d’ufficio, il cemento chi è che l’aveva? Toni’, chi l’aveva il cemento nella zona? L’avevano persone perbene? Tutti mafiosi. Quindi io 40 anni con chi me la sono fatta? Con i mafiosi… È inutile che… non è che potevo evitare». Secondo il direttore della Bcc, nel territorio di Crotone è impossibile non relazionarsi con la ‘ndrangheta, specialmente in alcuni settori. I suoi rapporti sarebbero andati molto in profondità.

Il dodicesimo figlio

È sempre lui a raccontarlo. «Tutti i Ciampà, pure questi di Crotone, mi hanno sempre considerato un uomo di famiglia». All’amica che evidenzia che «non è una grande famiglia quella», Rizzuto risponde con un trattatello di sociologia: quelli «di famiglia» hanno visto in lui un orfano e «hanno un’anima». «Figurati che mi mettevo con lui», dice il banchiere, ma «una volta mi hanno regalato un’Alfa Romeo 2008, l’Alfettona 2008». Un regalo impossibile da rifiutare: «Adesso non mi devi dire di no, figlice’– avrebbe detto Ciampà a Rizzuto – perché guarda che io ti voglio bene. Tu, per me, quanti figli tengo, 11 figli? Tu sei il dodicesimo, te lo devi mettere in testa che qua tu puoi chiedere quello che vuoi». E così l’ingegnere passa dalla Ritmo diesel al macchinone, per due anni («non ho potuto cambiare, poi ho trovato una scusa che avevo fuso il motore»).

Il controllo del territorio «istante per istante»


Gli aneddoti di Rizzuto sono infiniti. Alla sua interlocutrice fa una rappresentazione chiara di cosa significhi il controllo del territorio da parte delle cosche. L’episodio è una minaccia ricevuta dall’ingegnere a Mesoraca. «È venuto il capomafia di Mesoraca, mi ha detto: “Ingegne’, mi servono 15 quintali di ferro”. Gli ho detto: “Guardate, io ferro non ve ne posso dare perché qui facciamo betonelle, c’è l’escavatore… Se volete l’escavatore ve lo posso mandare dove volete voi, però ferro non ve ne posso dare perché non c’è nel progetto». Il capomafia non la prende bene, si arrabbia e se ne va. Il tecnico discute dei fatti che lo avvicinano dopo averlo seguito nel percorso tra il cantiere e un bar. I due gli consigliano di «imbrogliare» per non mancare di rispetto a un «loro amico». Il fatto è che non si può: «Senza che ci litighiamo – è la risposta di Rizzuto –, se voi volete domani mattina vengo a dimettermi al Comune». «Ingegne’, è meglio che fate così che è buono… domani mattina venite a dimettervi», chiude il collega. È pomeriggio, alle 18,10 Rizzuto torno al proprio studio. E alle 18,50 arriva un figlio di Ciampà. Che sa già tutto quello che è successo e convoca il tecnico perché il capo ha bisogno di parlare con lui. Rizzuto, dapprima reticente, è costretto a raccontare i fatti. La risposta lo lascia senza parole: «Ho capito. Tu domani mattina vai a Mesoraca e devi andare al bar che ti dico io. Ti devi prendere il caffè alle 8, puntuale». Spaventato, l’ingegnere esegue. E viene raggiunto dagli stessi che gli avevano consigliato di dimettersi. I toni questa volta cambiano: «Guardate, ci dovete scusare, noi ci sentiamo veramente gentaglia, voi siete una persona perbene, non è successo niente, ingegne’, vi chiediamo scusa veramente, prendetevi il caffè, non sapevamo che voi eravate sotto la cappella di zu’ Peppe Ciampà». Per i clan del Crotonese, il controllo del territorio è totale, stando al racconto di Rizzuto. Questione di poche decine di minuti: dallo screzio sul cantiere al confronto al bar ne passano venti; dal consiglio delle dimissioni all’intervento del clan amico poco più di un’ora. «Cosa ti dimostra questo? – argomenta Rizzuto – Ti dimostra il controllo del territorio istante per istante. (…). Io, dalla lettura del libro del procuratore Gratteri, ho capito tante cose. Siamo tutti inquinati. Tu ti puoi permettere, dalle nostre parti, a fare una critica a un uomo del genere? Subito lo sanno, immediatamente, appena parli, sanno tutto, hanno una rete capillare di informazione terribile. Hanno il controllo del territorio intero». E “noi” «li conosciamo tutti, quindi, ci mancherebbe, li conosciamo tutti».

«Solo io do i soldi»


E tutti conoscono Rizzuto e il modo in cui gestisce la Bcc di Cutro. «Ricordati che nella vita – spiega – tutti quanti vengono sotto qua e le banche non ci danno i soldi. Solo io do i soldi. Mettitelo nella testa (…). Quando do i soldi a un territorio, il territorio è appagato». E per gli amici c’è una corsia preferenziale sempre aperta. Il problema sono gli amici: a uno arrestato nell’operazione “Grande Maestro” per associazione mafiosa, il banchiere non manca di ribadire «Oi compa’, io sono a completa disposizione». Un’apertura che deriva da legami familiari e rapporti come quello che Rizzuto dice di aver avuto anche con il capo della locale di Cutro Nicolino Grande Aracri. L’occasione è un altro “no” opposto dal presidente della Bcc a un soggetto che considera pericoloso. «Prima che questi qua mi facciano o mi incendiano la macchina o mi fanno qualcosa vado a trovare il capo e sono andato dal boss. Ci ho detto: “Nico’, e che diamine, tu dici che mi rispetti e mi mandi…”». Subito, a detta dell’ingegnere, “Mano di gomma” si presta a risolvere il problema: «Mi ha detto: tu quando hai bisogno sai a chi ti devi rivolgere, non avere problemi».

«Sono penetrati nella magistratura»

È lo spunto per un altro passaggio di “mafiologia”. «Hanno anche un’etica», sostiene il suo interlocutore. «Assolutamente – risponde Rizzuto – sono interessati ad avere coperture di situazioni che funzionano. È un mondo diverso dal nostro… però adesso mi sono reso conto che sono penetrati nella magistratura, sono penetrati su tutto». È un amico commercialista a “illuminare” il presidente della Bcc: «Mi ha raccontato che si è trovato in una discussione con uno in odore di mafia che gli faceva questa affermazione e c’ha detto: “Caro dottore, vabbè, in questo periodo stiamo subendo un sacco di danni perché, vedete questi cambiamenti, il capitano dei carabinieri, il presidente del Tribunale, a noi ci costano”. “Che vuol dire che a voi vi costano, insomma?”. “No, perché, sapete qual è il problema? Di chi se ne va sappiamo quanto voleva, il problema è quello che arriva e che prezzo mette”». (p.petrasso@corrierecal.it)

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