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Morì soffocata in una clinica del Cosentino, prosciolti i 5 dipendenti

La vicenda occorsa nella struttura di Paterno Calabro, risale a novembre 2019. A causare la morte, un boccone di cibo andato di traverso. Accolte le tesi difensive dell’avvocato Morcavallo

Pubblicato il: 14/01/2021 – 11:02
Morì soffocata in una clinica del Cosentino, prosciolti i 5 dipendenti

COSENZA Si chiude la vicenda giudiziaria legata alla drammatica morte di Angela De Luca presso la Clinica “Borgo dei Mastri”, sita in località Pugliano del Comune di Paterno Calabro, in provincia di Cosenza. Sarebbe stato un boccone di cibo andatole di traverso durante il pranzo a causare il soffocamento fatale. Il fatto accadeva nel novembre del 2019 quando la morte della 46enne ricoverata nella clinica Borgo dei Mastri, innescò un’indagine a carico di cinque dipendenti della clinica ritenuti potenzialmente responsabili della sua dipartita.
Le indagini preliminari non hanno fatto emergere né elementi indiziari né prove idonei e sufficienti a ritenere integrato in capo agli indagati il reato di omicidio colposo in ambito sanitario. Al contrario, dall’esame della documentazione medica, dai filmati delle videocamere di sorveglianza, dalle telefonate intercorse tra il medico della struttura e la centrale operativa del 118 e dalle dichiarazioni rese dal personale sanitario intervenuto sul posto, nonché dalla consulenza tecnica medico-legale incaricata dalla Procura, è emerso come non sussistano responsabilità alcune attribuibili ai sanitari della Clinica “Borgo dei Mastri”.
Più in particolare, l’esame dei filmati delle videocamere permise di rilevare la tempestività dell’intervento dei sanitari che si trovavano già in sala per vigilare sul regolare svolgimento del pasto da parte dei pazienti e che stavano già praticando correttamente la manovra di Heimlich, al fine di liberare la trachea da un bolo alimentare che ostruiva le vie respiratorie della signora De Luca. Sono state, dunque accolte, dunque, le tesi difensive dell’avvocato Enrico Morcavallo, legale dei quattro sanitari, e degli avvocati Enzo Belvedere e Giuseppe Mastrangelo, difensori del medico, che avevano incentrato la linea difensiva sulla mancanza di nesso causale fra l’evento e la condotta dei suoi assistiti.

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