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«La ricchezza divenuta misura dei diritti»

di Franco Scrima*

Pubblicato il: 25/01/2021 – 10:22
«La ricchezza divenuta misura dei diritti»

Che Paese siamo riusciti a costruire? A Milano la neo vicepresidente della Regione, Letizia Moratti, ha esordito con una dichiarazione alla stampa con la quale consiglia al Commissario straordinario per il coordinamento contro il Covid-19, Domenico Arcuri, di modificare i criteri di distribuzione dei vaccini suggerendogli di inserire tra i fattori valutativi oltre alla mobilità, la densità abitativa, le zone più colpite dal virus, anche il Pil. Sì, proprio il Prodotto interno lordo che, ovviamente, per la Lombardia è il più alto d’Italia. Tradotta la richiesta non può che significare che chi produce di più, ha diritto a disporre di più vaccini.
La distonia è dovuta soprattutto ai “distinguo” contenuti nella raccomandazione del neo assessore. Secondo la Moratti, infatti, «non è possibile che siano messe sullo stesso piano le regioni ricche con quelle depresse se non povere». Come a voler ribaltare quel vecchio principio costituzionale che sancisce il diritto fondamentale di uguaglianza tra tutti i cittadini. E, invece, qualcuno pensa che quel principio sia un “affare” da aule giudiziarie, nelle quali spesso campeggia la massima: “La Legge è uguale per tutti”. La legge, ma, dirà la signora Moratti non il diritto al vaccino per bloccare la pandemia da “Covid -19”! Una uguaglianza per modo di dire, che secondo i “lumbard” non sarebbe appropriata, perché l’opulento Nord (il PIL) supera di gran lunga quello del povero Sud.
Evidentemente la signora Letizia, Maria Brichetto Amaboldi, cresciuta in una famiglia agiata della Lombardia e andata in sposa ad uno degli uomini più ricchi d’Italia divenendo “signora Moratti”, ritiene che tutto vada commisurato alle capacità economiche di ciascuna regione. Sarebbe il caso che la neo assessora e vice presidente della Regione lombarda andasse a leggere uno storico libro di Jean Jacques Rousseau dal titolo: “Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini” nel quale emerge che «la diseguaglianza non soltanto è illegittima, ma anche dannosa sia per la moralità e sia per il benessere dell’umanità». Scrive infatti l’autore che: «La società e tutti i suoi mali (guerre, delitti, miserie) nascono dalla proprietà privata», dunque dalla ricchezza. E, forse, non gli si può dare torto.
Un esempio di arroganza sociale arriva 266 anni dopo la pubblicazione del libro di Rousseau. Pochi giorni fa, sulle pagine di alcuni quotidiani, è stato raccontato un episodio accaduto a Roma. Un operaio di nazionalità afgana, dipendente di un panificio, è stato licenziato per essersi appropriato di due filoni di pane; un gesto grave, se non fosse che quei due “filoni” sarebbero dovuti finire tra i rifiuti perché venuti male durante la cottura e, dunque, invendibili.
Il regolamento del panificio, però, consentiva a ciascun dipendente di portarsi a casa un “filone” al giorno. L’operaio ha infilato nel sacchetto di plastica anche i due che dovevano finire tra i rifiuti ed è stato licenziato!
Un episodio tutto da interpretare, che può far pensare anche alla disuguaglianza sociale tra chi ha preso il pane per sfamare i suoi figli piuttosto che fosse buttato nella pattumiera e chi, sul presupposto che fosse stato infranto un dovere, ha deciso di licenziarlo. Chissà come avrebbe commentato l’accaduto la signora Moratti?
*giornalista
 
 

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