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l’udienza

Rinascita, le cantate dei pentiti sulla ‘ndrangheta che “mette radici”

Oggi nell’aula bunker di Lamezia Terme sono stati ascoltati il boss cosentino Franco Pino, il capo dei Gaglianesi Tommaso Mazza e il boss di Gallico Paolo Iannò

Pubblicato il: 04/02/2021 – 18:34
di Alessia Truzzolillo
Rinascita, le cantate dei pentiti sulla ‘ndrangheta che “mette radici”

LAMEZIA TERME C’erano rapporti di rispetto tra le cosche cosentine e le cosche reggine. Lo racconta l’ex boss di Cosenza Franco Pino, 69 anni, collegato con l’aula bunker di Lamezia Terme nel corso del processo “Rinascita-Scott”.
In particolare Pino racconta – interrogato dal pm Andrea Mancuso –  un episodio esplicativo di tali legami criminali, un “incidente” che scatenò la rabbia del boss di Gioia Tauro Mommo Molè. Pino racconta che un medico di Gioia Tauro, Marcello Fondacaro era sotto usura e aveva dato 100 milioni delle vecchie lire a tale Coscarella. I Molè mettono le mani su questo Coscarella il quale confessa che i soldi provenivano da Franco Pino. La cosca di Gioia si rivolge a Pino, il quale per rispetto al boss Molè, rimette il debito al medico e gli toglie gli interessi.

L’incontro con i corleonesi

Franco Pino, inoltre, ricorda il vertice al villaggio Sayonara di Marina di Nicotera tra esponenti della ‘ndrangheta e di Cosa nostra per incontrare i Corleonesi. Il boss di Cosenza era stato convocato dal boss del Vibonese, Pantaleone Mancuso. Nel corso dell’incontro venne comunicata l’intenzione di Totò Riina a coinvolgere le cosche calabresi nella strategia stragista contro lo Stato per minarlo nella sua lotta contro la mafia. Una strategia rifiutata dalle cosche calabresi.

Il santista dei gaglianesi

Tommaso Mazza, ex esponente di spicco del clan dei Gaglianesi di Catanzaro, racconta di essere di avere acquisito la dote di ‘ndrangheta nel 1991 e di essere diventato collaboratore nel 1995.
Il gruppo dei Gaglianesi ed era molto attivo nel campo delle estorsioni, operando nel territorio di Catanzaro città. Secondo quanto riferisce Mazza a Catanzaro non c’era una locale attiva per quanto i Gaglianesi fossero riconosciuti come gruppo dalle altre cosche. Mazza fa l’esempio del boss di Lamezia Terme Francesco Giampà, “il professore”, che se si recava a Catanzaro «sapeva che doveva rivolgersi a noi».
Il collaboratore ha ricevuto la dota della Santa «con la quale poi fare il capo-società e il contabile». Una dote che lui non ha mai esercitato la locale di Catanzaro non era attiva.
Su Catanzaro c’era l’interessamento della famiglia Arena che acquisiva i proventi degli appalti più importanti mentre i lavori più piccoli andavano ai Gaglianesi.
Per quanto riguarda i Mancuso, Mazza specifica che era famiglia che faceva capo a Luigi Mancuso e «mettersi contro i Mancuso significava essere sconfitti».

La faida di Mileto

Il gaglianese Mazza riferisce anche particolari riguardanti la faida di Mileto, in provincia di Vibo, tra Prostamo-Pititto-Iannello contro i Galati, capeggiati da Carmine Galati. «Conoscevo Carmine Galati ma ricordo che lì ci stavano anche Michele Iannello, Nazzareno Prostamo, e Pasquale Pititto», racconta Mazza che specifica che Galati era vicino alla famiglia Mancuso. «Pititto e Iannello avevano avuto un agguato e si erano salvati perché viaggiavano su un’auto blindata e in un altro agguato fu ammazzato per sbaglio il fratello di Michele», ricorda il collaboratore. Peppe Mancuso disse a Pititto e Iannello che se avessero fatto «uccidere un proprio uomo, Evolo, poi avrebbero avuto l’autorizzazione ad eliminare Galati. I due si sono fidati e tesero una trappola a Evolo. Dissero, al ragazzo di aver trovato un fucile in grado di trapassare la carena dell’auto blindata di Galati e lo portarono con loro con la scusa di fargli vedere l’arma». Lo fecero salire in macchina e Pititto gli sparò alla nuca dal sedile posteriore. Alla fine i Mancuso non diedero nessun permesso. «Io provai a fare capire a Michele Iannello che la famiglia Mancuso faceva il doppio gioco ma non potevo espormi più di tanto», riferisce il collaboratore.

«Quando Antonio Pelle mi chiese di uccidere Tonino Strangio»

All’epoca in cui era attivo nella cosca dei Gaglianesi, negli anni ’90, Tommaso Mazza era un uomo conosciuto dalle altre famiglie di ‘ndrangheta. Così gli è capitato anche di essersi recato a San Luca perché convocato dal boss Morabito e da Antonio Pelle. In quella occasione gli venne chiesto di uccidere Tonino Strangio ma Mazza rifiutò. «Credevano che io conoscessi Stangio e lo potessi avvicinare perché avevano visto la mia macchina a San Luca e credevano mi recassi lì per Strangio ma non era così, io non lo conoscevo l’ho conosciuto solo dopo avere ricevuto questa proposta da parte di Morabito e Pelle». Nel corso del controinterrogatorio è stato chiesto a Mazza se è possibile uscire dalla ‘ndrangheta. Secondo il collaboratore la storia che non si possa uscire dalla ‘ndrangheta è più che altro “letteratura”, «l’importante è non rivelare i fatti dei quali si è venuti a conoscenza».

L’ex capo di Gallico

Paolo Iannò, 66 anni, era capo della locale di Gallico, frazione di Reggio Calabria e ha partecipato alla faida tra i Condello e i De Stefano che ha insanguinato Reggio. Nato in una famiglia di mafia, a 17 anni ha ricevuto la dote di camorrista, salendo in fretta la scala gerarchica della malavita organizzata fino a diventare, a 23 anni, capo del locale di Gallico prendendo il posto dello zio materno. E’ passato nella società maggiore ricevendo le doti di Santa e Vangelo e ha spiegato che fino alla dote di sgarro si portano in copiata persone appartenenti alla tua locale. Dopo, dalla Santa in poi, si portano in copiata tre persone appartenenti a tre diverse aree della Calabria: il centro, l’area Ionica e l’area della Piana.

Al fianco di Condello

Paolo Iannò spiega di essere sempre stato al fianco di Pasquale Condello nella guerra contro i De Stefano perché Condello «aveva fatto un San Giovannino” alla sua famiglia, ossia aveva fatto da compare d’anello a sua sorella. La faida tra i Condello e i De Stefano ha avuto eco anche fuori dai confini di Reggio. La guerra è scoppiata dopo la morte di Paolo De Stefano: “le famiglie si sono divise e ognuno ha scelto un’alleanza».
Per esempio nel Vibonese i Lo Bianco stavano con i Condello e i Mancuso coi De Stefano della fazione reggina di Archi. Lo dice chiaramente Iannò: «Io non potevo andare dai Mancuso, sennò non tornavo a casa. Io i Mancuso li ho conosciuti tutti in carcere». De Mancuso Condello diceva – racconta Iannò – che «dove passano loro non cresce più l’erba. Perché gli affari se li prendono tutti loro». I Mancuso, inoltre avevano stretto legami con i Piromalli e i Molè: «Erano tutti un gruppo», a detta del collaboratore.
La guerra di mafia conobbe tregua dividendo i territori delle frazioni di Reggio Calabria sotto la garanzia della famiglia degli Alvaro.

La ‘ndrangheta mette radici

«La ‘ndrangheta, a differenza delle altre mafie, cerca sempre di mettere radici. Per esempio – spiega Iannò – se si fanno affari a Milano non si resta solo per l’affare, si cerca di creare una locale di ‘ndrangheta. E di locali al nord ce ne sono tante». 

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