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Cartelli, logge e favori, sul Tirreno la res pubblica è in crisi

Atti e documenti della Procura di Paola che raccontano di reiterate condotte illecite. Amministratori nel mirino delle indagini tra magheggi e baratto di voti

Pubblicato il: 15/02/2021 – 7:13
di Fabio Benincasa
Cartelli, logge e favori, sul Tirreno la res pubblica è in crisi

COSENZA Odiosi reati contro la pubblica amministrazione, perpetrati con «sfrontatezza» e da chi occupa piccole ma talvolta influenti posizioni di potere. Le inchieste condotte dalla Procura di Paola, nel corso degli ultimi anni, lungo la costa tirrenica cosentina raccolgono atti e documenti nei quali si ipotizzano reiterate condotte illecite volte a rafforzare gli interessi di pochi a discapito della collettività. Favori ad amici, elargiti in cambio di voti. Tra indagini ancora in corso e processi in fase di svolgimento quello che emerge molto spesso è un ricorso al “baratto” che rischia di abbattere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Il cartello e loggia segreta

È il caso ad esempio, del presunto “cartello” messo in piedi nell’Alto Tirreno «da professionisti divisi in due distinti gruppi che attraverso la presentazione di offerte precedentemente concordate miravano a determinare l’aggiudicazione degli appalti ad imprese amiche e compiacenti». Gare che la Procura considera truccate, nei comuni di Aieta, Belvedere Marittimo e anche in Basilicata, nel comune di Moliterno. Nell’operazione scattata il 27 gennaio 2021 su ordine degli uffici giudiziari guidati da Pierpaolo Bruni, si fa riferimento anche a una presunta “loggia segreta” che avrebbe «svolto attività diretta ad interferire sull’esercizio di amministrazioni pubbliche ed enti pubblici». Ai tre presunti appartenenti della loggia è stata contestata la violazione della legge Anselmi.

I “magheggi” di Merlino

Il prossimo 24 marzo, invece, inizierà il processo dinanzi al Tribunale penale collegiale di Paola per il sindaco di Fuscaldo Gianfranco Ramundo, rinviato a giudizio insieme agli assessori comunali Paolo Ercole Fuscaldo e Paolo Cavaliere e all’ingegnere Michele Fernandez alias “Merlino” che ha ispirato il nome dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Paola. Nel mirino i presunti magheggi e artifizi destinati alla realizzazione di operazioni illecite per volume d’affari stimato in circa 7,5 milioni di euro. «È la somma di procedure di appalto e affidamento diretto», ha sostenuto il procuratore Bruni. Denaro che le imprese avrebbero percepito perché in molti casi sarebbero state proprio loro a dettare le condizioni delle gare: la compilazione degli avvisi, gli impegni di spesa per somma urgenza. Tutto in cambio di «regalini» e «strutture alberghiere disponibili». Gli appalti sarebbero stati perfezionati in tempi record e anche in questo caso gli investigatori individuarono un «collaudato sistema corruttivo e di collusioni nella gestione della cosa pubblica» rivolto al «mero raggiungimento di interessi privati». Diversi gli appalti finiti al centro dell’indagine. Si va dalla gestione del depuratore comunale di Fuscaldo (per un valore di oltre un milione di euro), ai lavori di ripristino del lungomare (poco più di 235mila euro) fino alla gestione della raccolta, trasporto e conferimento in discarica dei rifiuti per un progetto da 4 milioni di euro. Il processo è in corso e si attende l’esito per stabilire se le accuse mosse siano o meno fondate.

Il “Re nudo”

La famosa favola di Andersen a Scalea la conoscono tutti. L’attività investigativa denominata “Re Nudo” originariamente di competenza della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e successivamente trasmessa alla Procura della Repubblica di Paola è assai complessa. Si parla di 238 capi di imputazione e 101 indagati in un blitz scattato il 16 dicembre del 2020, che ha portato all’arresto – tra gli altri – dell’ex sindaco di Scalea, Mario Russo. È nel distretto del Tirreno che l’ex primo cittadino oltre che consigliere provinciale ha svolto per diversi anni l’incarico di presidente della commissione per l’accertamento delle invalidità e dell’handicap per l’Asl di Diamante. Dalla sua scrivania passavano le autorizzazioni per i rinnovi della patente di guida, oltre a quelle per il rilascio dei certificati per l’idoneità nella detenzione ed il porto di armi. Attività finite sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Paola guidata da Pierpaolo Bruni. La genesi dell’inchiesta, per come ricostruito nell’ordinanza è da ricollegarsi al blitz antimafia “Plinius”, in cui emersero una serie di commistioni tra il mondo della politica e quello della criminalità organizzata attiva sul litorale tirrenico. Anche per questo motivo, nelle pagine che compongono il corposo fascicolo d’indagine si legge che: «Le investigazioni hanno dimostrato come gli illeciti commessi da Russo siano finalizzati sia al proprio arricchimento illecito e sia a mantenere ed incrementare il pacchetto di voti che egli movimenta in occasione delle varie consultazioni elettorali». Le accuse sono pesanti e i legali di Russo lavorano alacremente. Per l’ex primo cittadino, il Riesame di Catanzaro ha confermato il carcere respingendo il ricorso presentato dagli avvocati Giuseppe Bruno e Sabrina Mannarino. Che aspettano di leggere le motivazioni della sentenza prima di decidere se presentare o meno ricorso. Sullo sfondo due possibili strade da percorrere: la richiesta di revoca della misura cautelare in carcere o la sostituzione dell’attuale misura con gli arresti domiciliari.

A Longobardi, un «mercimonio» di voti

Ancora un comune del Tirreno cosentino, ancora un’attività investigativa conclusa dalla Procura di Paola che ha scoperto contorni e dettagli di alcuni episodi legati in parte alla costruzione delle liste alle elezioni comunali del 2019 a Longobardi e in parte ad alcuni favori concessi per accaparrarsi i voti di potenziali elettori. Tutto ruota attorno alla costruzione del consenso volto a garantire l’elezione di quella che una degli indagati definisce «un’amministrazione amica». «Si tratta di un piccolo comune ma il paradigma delle condotte rilevate durante un anno di indagini è particolarmente grave», sentenzia il procuratore Bruni nel corso della conferenza stampa convocata per fornire i dettagli dell’operazione. «In un episodio – sottolinea il procuratore – alcune persone avrebbero minacciato una donna, a cui sarebbe stato prospettato il mancato rinnovo del contratto di lavoro qualora avesse deciso di sostenere una lista concorrente a quella appoggiata dagli indagati». Appare ovvio come sia necessario fare i conti con la turbata libertà di manifestazione del voto, condizionato – come accertato dalla Procura – attraverso «condotte di favore o atti provvedimentali». Un’ipotesi che, se verificata, rischia di inquinare la scelta dell’elettore e condizionare di conseguenza l’azione politico-amministrativa dello stesso candidato. Si è quasi portati a non scegliere liberamente il politico a cui concedere fiducia ma più semplicemente affidando il consenso a chi è in grado di rendere dei favori. Il tutto, ovviamente, in barba alle basilari regole democratiche. Le accuse dovranno reggere in fase di processo, questo è evidente. Così come, ovviamente, gli indagati vanno considerati innocenti. È, tuttavia, scontato constatare il quadro desolante descritto nel corso delle recenti inchieste. Che impongono attente riflessioni e serie considerazioni sul prezioso ruolo svolto da amministratori e rappresentanti dei cittadini, custodi e garanti della res publica. (redazione@corrierecal.it)

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