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La riflessione

«Fede nel Sud: per un’etica della restanza»

Sì, lo so che la Terra ha tante cose da mostrarci, che Vi sono molti luoghi da vedere. Ma che ne vogliamo fare della nostra terra, del nostro luogo, della nostra patria? È in un solo luogo del mon…

Pubblicato il: 13/03/2021 – 7:45
di Francesco Bevilacqua*
«Fede nel Sud: per un’etica della restanza»

Sì, lo so che la Terra ha tante cose da mostrarci, che Vi sono molti luoghi da vedere. Ma che ne vogliamo fare della nostra terra, del nostro luogo, della nostra patria? È in un solo luogo del mondo che viviamo. Ammenoché non si voglia essere degli eterni globetrotter. Ed è in quel luogo che costruiamo il nostro Mondo. Come scrive Rainer Maria Rilke, «nasciamo, per così dire, provvisoriamente in un luogo; è a poco a poco che componiamo in noi il luogo della nostra origine, per rinascervi in un secondo tempo e ogni giorno più definitivamente».
Cosa vogliamo farne, allora, della relazione intima, profonda fra noi ed il luogo della nostra origine? È un dilemma che da sempre affligge gli uomini e le donne del Sud, di quella che Ernesto De Martino chiamava «La terra del rimorso». Laddove la parola “rimorso” inerisce al cattivo passato, al rancore, alla rivalsa. Laddove il “rimorso” è esattamente il Sud nella sua cifra più comune, quello che ci ossessiona con l’eterno ritorno dei suoi mali. Ma il Sud non è una cosa sola. Il Sud è la quintessenza del contrasto: croce e delizia, bruttezza e bellezza, ombra e luce, afflizione e tenerezza.
Molti si domandano perché sono nati quaggiù, dove tutto è terribilmente difficile, disordinato, precario, problematico. E, crescendo, maturano una sorta di rancore per il “paese”, che – dicono – li stritola, li opprime. Non vedono l’ora di fuggire, di approdare ad una grande città, di raggiungere un qualunque Nord civilizzato, di emanciparsi dal disamore dei luoghi natii. Partono, vanno via, scelgono un’altra patria. Fra costoro, una parte riconosce la sua nuova origine altrove, ed è felice. Ma c’è anche chi vive con il rimorso, con il senso di colpa, con un’eterna nostalgia. Entrambi hanno una cosa in comune: per giustificare la loro scelta devono dire male (male-dire) il Sud. E stanno sempre lì ad elencare i suoi difetti, a commiserare chi resta, a chiederti: «Ma tu, come fai a vivere laggiù?». Altri restano, appunto. O perché non possono fuggire. O perché amano la loro terra. La “restanza” – come la chiama Vito Teti – ha un doppio registro narrativo: da un lato la necessità di adattarsi, dall’altro l’eresia del cambiamento, da un lato la stanzialità, dall’altro l’erranza. Non sono registri opposti ma complementari: non ci si può battere senza adattarsi; non si può restare senza viaggiare in modo nuovo, alla scoperta dei nostri luoghi e, nello stesso tempo, della nostra anima. Altrimenti non si vivrebbe più, si sarebbe costretti a fuggire come gli altri.
Per questo chi resta ama i luoghi della sua origine e vuol conoscerli realmente. In essi cerca la tenerezza di una madre, la forza di un padre. Da essi trae la voglia di reagire. C’è un’etica della restanza che quasi nessuno conosce, che tutti scambiano per rassegnazione. E quando qualcuno che non è del Sud viene quaggiù per cercare, rilkianamente, il luogo della sua origine, quando i tanti vuoti dei piccoli paesi abbandonati si riempiono di gente che fugge da quelle stesse terre dove i “nostri” si rifugiano – sta già accadendo! – noi stessi facciamo fatica a comprendere. Ci pare una stranezza eccentrica che qualcuno lasci una metropoli, con le sue sicurezze, le sue comodità, le sue protezioni, per incontrare l’eterna contraddizione, l’irrisolvibile precarietà di un piccolo paese del profondo Sud. Mentre, chi ama il Sud, nonostante tutto, chi è restato, chi ne ha fatto la sua nuova patria sa, come sapeva Predrag Matvejević, che esiste ancora una «fede nel sud», che è possibile – al di là di dove si è nati e vissuti sino a un certo momento, «diventare mediterranei». Sa che «il Mediterraneo è un destino».

*Avvocato e scrittore

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