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il processo

“Gotha”, l’ex assessore Vecchio: «Paolo Romeo era il Dio di ‘ndrangheta e politica, come Ronaldo»

In udienza il pentito “illustre”: «Scopelliti era sbilanciato verso i De Stefano. Le cosche sono tutt’uno con massoneria e servizi deviati»

Pubblicato il: 17/03/2021 – 18:17
di Francesco Donnici
“Gotha”, l’ex assessore Vecchio: «Paolo Romeo era il Dio di ‘ndrangheta e politica, come Ronaldo»

REGGIO CALABRIA «Forse queste cose non si facevano una volta, ma come vede anche un poliziotto ha potuto far parte della ‘ndrangheta negli ultimi tempi». Le parole sono quelle di Sebastiano Vecchio detto “Seby” e risuonano nell’Aula Bunker di Reggio Calabria come risposta all’esame dei pm del processo “Gotha”, il sostituto procuratore Stefano Musolino e il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo.
‘Ndrangheta, politica, massoneria, forze dell’ordine, servizi segreti: «Assicuro che ormai questi mondi sono un tutt’uno, bisognerebbe trovare un nuovo nome per associarli». Le trame raccontate dal già appartenente alle forze dell’ordine ed esponente politico, oggi collaboratore di giustizia arrestato nell’ambito dell’inchiesta “Pedigree 2”, tingono una volta in più di “grigio” il panorama reggino. Nel corso dell’udienza tenutasi questo 17 marzo davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Capone, emergono ulteriori elementi rispetto a quanto già riferito da Vecchio agli inquirenti nel corso dell’interrogatorio del 26 ottobre 2020, con riguardo non soltanto ai rapporti tra politica e cosche, ma anche con un occhio attento alla «massoneria di Messina», quella “deviata”, alla quale il pentito venne invitato a prendere parte.

«Scopelliti era troppo sbilanciato verso i De Stefano»

Il collaboratore di giustizia ripercorre la sua scalata politica, da presidente del consiglio comunale di Reggio ad assessore, definendosi già al tempo un componente «della massoneria e della cosca “Serraino”». La sua elezione, con Alleanza Nazionale, arriva in un contesto politico che annoverava nomi quali Giuseppe Scopelliti, ex sindaco e governatore, l’ex senatore Antonio Caridi e Alberto Sarra, che lo raccomanda al primo cittadino per la nomina in Giunta.
Quanto veniva deciso in Giunta «era già tutto preconfezionato», racconta il pentito. «Non c’è stato un assessore che poteva prendere decisioni». Questo anche perché le reali stanze decisionali sarebbero state altre, e la politica – stando al racconto – non era altro che un’espressione delle stesse: «Sarra – che era vicino ai Condello – diceva che Mario Audino e Peppe De Stefano avevano aiutato Scopelliti, anche in ragione della loro pregressa conoscenza. Totò Caridi invece tesseva i suoi rapporti principalmente con i Tegano».
Vecchio aggiunge che nonostante «vivevamo con gli incubi che potessero esserci processi in atto e che ci arrestassero» parlare dei propri rapporti con le consorterie era un vanto «perché per la fama si fa questo ed altro».
«Scopelliti era sbilanciato verso i De Stefano» motivo per il quale, nel racconto di Vecchio, le altre cosche, come i Condello o i Libri, volevano evitarne la ricandidatura al Comune di Reggio e avrebbero organizzato «tra il 2002 e il 2007» delle contestazioni.
Sarà importante in tal senso la mediazione tra Scopelliti e Sarra, oltre che la riunione del 2006 che sarebbe stata fatta a Roma «negli Uffici del gruppo di Alleanza Nazionale». Vecchio non prese parte a questo incontro affermando di esserne venuto a conoscenza più tardi, tramite Alberto Sarra «col quale avevamo un rapporto molto stretto».
All’incontro, oltre a Scopelliti e Sarra, avrebbe partecipato anche l’onorevole Giuseppe Valentino, benché «tutta la componente di Alleanza Nazionale, compresi i vertici», avrebbe «dato le linee per aggiustare la candidatura di Scopelliti».
«Sarra mi raccontò che avevano messo in riga Scopelliti dicendogli che doveva dare conto a tutti e non solo ai De Stefano». La fumata bianca per la ricandidatura (che porterà alla rielezione) di Scopelliti sarebbe quindi arrivata con la condizione che Sarra lo affiancasse «con l’interesse ben preciso di mantenere i rapporti tra le altre “famiglie”».
Il loro era un rapporto tormentato, dice Vecchio, «facevano finta di amarsi, ma invece stavano insieme solo per mantenere la linea di equilibrio delle “famiglie” di ‘ndrangheta. La linea tra i De Stefano e i Condello soprattutto».
L’altro era Totò Caridi. Vecchio, tra le varie, racconta di un presunto incontro avvenuto «mentre eravamo in campagna elettorale per le regionali» con «un latitante della famiglia Pelle per discutere della campagna elettorale e degli affari, come gli appalti».

L’incontro a Roma tra Sarra e l’uomo dei De Stefano

Tra il 2010 e il 2013, periodo in cui Vecchio era assessore, racconta di un viaggio a Roma insieme ad Alberto Sarra. A loro si aggiunge Mimmo Morabito, genero di Totò Tomaselli, «facente parte della massoneria» e ritenuto «collettore di voti per l’ex consigliere regionale di Fratelli d’Italia Alessandro Nicolò» coinvolto nell’inchiesta “Libro Nero”.
Dopo un incontro al “Cafè de Paris”, allora gestito dagli Alvaro di Sinopoli (passato poi in amministrazione giudiziaria), «prendemmo un taxi per andare su una collinetta nei pressi di un convento recinto da piccole colonne», racconta Vecchio. «Sarra scende dalla macchina e va verso un uomo. Morabito mi fece notare che era Paolo Martino, identificato come persona vicina ai De Stefano di Reggio Calabria. In quell’occasione Sarra parlava in nome e conto dei Condello».

«La ‘ndrangheta è un tutt’uno con altri mondi»

Esame del collaboratore di giustizia Seby Vecchio. Aula Bunker di Reggio Calabria

Tenere dentro Seby Vecchio, come gli era stato più volte riferito, serviva «a chiudere il cerchio su alcuni passaggi», coinvolgendo anche i Serraino, con cui afferma di aver avuto rapporti fin dalla tenera età, in quanto cresciuto nel quartiere di San Sperato. «Negli ultimi tempi Mimmo Morabito volle farmi conoscere Maurizio Cortese e da lì è iniziata la mia ascesa ‘ndranghetista». Vecchio sostiene di «non essere battezzato», ma nonostante questo «Cortese mi volle accanto perché si fidava a tal punto da mandarmi in alcune imprese a riscuotere le mazzette». Evenienze, come lo stesso ha raccontato, che in alcun modo erano state inibite dalla sua appartenenza alla polizia. «La ‘ndrangheta – dice Vecchio – si è avvicinata molto al mondo delle forze dell’ordine e nello specifico ai servizi segreti».

«Romeo era il Dio della ‘ndrangheta e della politica»

Dal racconto quotidiano di Alberto Sarra, Vecchio afferma di aver evinto una cosa: «Tutte le decisioni passavano da Paolo Romeo».
«Sapevo chi era e per me incontrarlo era come se mio fratello volesse incontrare Ronaldo». L’incontro a cui fa riferimento Vecchio sarebbe avvenuto poco dopo la sua nomina ad assessore. «Sarra mi disse che dovevamo andare a trovare un amico a Gallico». In quel frangente, Romeo – nella ricostruzione di Vecchio – avrebbe fatto riferimento a «Marcello e gli altri», nome che l’odierno collaboratore riconduce a Marcello Camera. La circostanza gli sarebbe servita per comprendere come «dietro ci fosse un sistema oleato», ovvero che «le ditte che lavoravano in Comune erano in confidenza con lui». Tra queste Vecchio cita la Gironda, i Barbieri di Catona e «un signore basso di Catona che stava finendo un palazzo vicino alle Poste». Vecchio prenderà parte anche all’inaugurazione della casa di Camera. «Fui invitato perché ero entrato a far parte del “cerchio giusto”».

Massoni e massoni “deviati”

Vecchio racconta di essere entrato a far parte della massoneria nel giorno del suo compleanno, l’8 febbraio, intorno al 2010. Nello specifico, venne registrato nel “Grande Oriente d’Italia” (Goi) dopo essere stato «introdotto da Domenico Romeo».
«Sono stato in massoneria fino a quando ci fu lo scandalo della pubblicazione della mia partecipazione al funerale del boss Domenico Serraino», evento riconducibile all’indagine “Epilogo”. Una circostanza che avrebbe portato gli altri a suggerirgli di «mettersi in sonno». Quando un massone è “in sonno”, spiega Vecchio, significa che non prenderà più parte alle riunioni, «ma rimanevo comunque un massone, come lo sono tutt’oggi».
Il pubblico ministero Lombardo interroga il pentito anche sull’esistenza di un’altra massoneria, “irregolare”. «Ho conoscenza della massoneria deviata», dice Vecchio. Il “ponte” in tal senso sarebbe stato il commercialista Giovanni Zumbo, tra gli imputati di “Gotha”, che «appreso della mia appartenenza alla massoneria mi consigliò di andare a Messina» dove si tenevano le riunioni di questa loggia “parallela”. «Non presi parte alle riunioni sebbene ero a conoscenza che ci fossero anche riferimenti reggini importanti come giudici, ma anche avvocati e medici».
Per quanto riguarda gli altri componenti politici ai quali era vicino afferma come «Sarra avesse tentato di entrare al Goi, ma la sua presenza non era gradita»; «Caridi diceva di non voler perdere tempo perché faceva già le cose sue senza passare da templi e officine, ma assolutamente faceva parte della massoneria»; «Scopelliti mi è stato detto da una persona molto vicina a lui che lui era a altri livelli, a Messina. Ma non ho avuto modo di accertare i suoi rapporti con quel contesto».
Mimmo Morabito apparteneva alla loggia e questa condizione mista al «il rapporto personale col maresciallo di cui si vantava» permettevano anche l’accesso a informazioni su possibili indagini in corso. «Il maestro della loggia di Morabito fa parte di Uffici particolari e portava informazioni riservate. Come quando mi dissero che ero stato denunciato per estorsione. Sempre attraverso i circuiti massonici, ma anche grazie a impiegati della Procura Generale, delle forze dell’ordine e dei servizi segreti deviati, arrivavano informazioni su operazioni di polizia. «Seppi in anticipo quando ci sarebbe stata l’operazione “Pedigree”». Fissato per la prossima udienza il controesame delle difese. (redazione@corrierecal.it)

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