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il patto

L’abbraccio tra ‘Ndrangheta e Cosa Nostra in nome degli affari

L’incontro tra gli emissari dei clan Mancuso e Mazzei a Villa San Giovanni. Il summit con i sanlucoti a Maierato per usare il deposito di Locri. Così la “mafia united” stringe patti per business. M…

Pubblicato il: 09/04/2021 – 20:43
di Pablo Petrasso
L’abbraccio tra ‘Ndrangheta e Cosa Nostra in nome degli affari

CATANZARO L’abbraccio tra Giuseppe D’Amico e Sergio Leonardi, a Villa San Giovanni, è per i magistrati antimafia di Catanzaro il sigillo sull’accordo tra i clan di Vibo Valentia e quelli di Catania. ‘Ndrangheta e Cosa Nostra unite nel business petrolifero grazie alla stretta di mano tra due emissari “puliti”. I militari del Ros seguono quell’incontro e registrano le parole degli imprenditori. Le considerano la prova del loro inserimento nei circuiti criminali, al servizio delle cosche. 

L’emissario di Cosa Nostra catanese

I fratelli D’Amico (ve lo abbiamo raccontato qui) sono considerati appartenenti alla cosca Mancuso di Limbadi; Leonardi, invece, «è soggetto legato a Cosa Nostra catanese, in primis in virtù delle relazioni di affinità acquisite per il tramite della moglie», segnalano gli inquirenti nel decreto che ha portato al fermo di 16 persone. La donna è «esente da procedimenti penali e di polizia» ma «appartiene alla famiglia Sciuto, storicamente capofila» del clan Sciuto-Tigna, attivo a Catania «con un’autonoma caratura di organizzazione mafiosa sin dalla metà degli anni Ottanta». Il suocero di Leonardi è il «capo e fondatore» della famiglia mafiosa. E il clan siciliano può esibire anche una parentela con un soggetto «appartenente al clan Mazzei di Cosa Nostra». Lo stesso Leonardi, nel gennaio 2020, è stato arrestato nell’inchiesta “Vento di Scirocco”, proprio «nelle vesti di promotore e organizzatore di un’associazione per delinquere stabilmente dedita all’evasione dell’Iva e accisa dovuta sugli scambi di prodotti petroliferi», con l’aggravante di aver agevolato il clan Mazzei. 

Una storia di sangue

Nel pomeriggio del 9 luglio 2019, D’Amico e Leonardi si incontrano a Villa San Giovanni. Per circa un’ora, secondo quanto appuntano gli investigatori, discutono degli «illeciti traffici di carburanti in cui erano coinvolti». Verso la parte finale dell’incontro, la conversazione si sposta su questioni familiari. Leonardi ricorda «l’episodio dell’omicidio del suocero Giuseppe Sciuto, assassinato la mattina del 29 dicembre 1992 con nove colpi di pistola alla schiena e alla testa». A giustiziarlo, davanti alla moglie e ai figli, erano stati sicari che lui stesso aveva fatto entrare in casa. D’Amico si mostra solidale, e osserva «che episodi del genere accadono “quando si perdono determinate regole”». A questo modello degenerato di dinamiche mafiose, D’Amico contrappone «la sua visione diplomatica dell’“uomo giusto” che disinnesca eventuali conflitti senza ricorrere a metodi violenti, modus operandi caratterizzante Luigi Mancuso», considerato un “uomo di pace”, capace di appianare le divergenze.  L’omicidio di Sciuto, secondo Leonardi, sarebbe legato «a contrasti insorti nell’ambito di guerre intestine all’interno del clan di appartenenza». Qualcuno ha voluto «sovvertire le gerarchie criminali». Un comportamento che Leonardi riassume con poche parole: «Il mondo è fatto così (…) nessuno vuole rimanere secondo (…) il colonnello vuole fare il generale (…) il generale vuole fare il re». In effetti, l’omicidio di Sciuto, alias Pippo Tigna, nasce dallo scontro con il potente clan Laudani. Due mesi prima dell’agguato consumato davanti alla famiglia del boss, infatti, era stato assassinato Gaetano Laudani, figlio del capoclan Sebastiano. E gli avversari avevano deciso di consumare la vendetta. A Tigna, uscito dal carcere nel novembre 1992, avevano chiesto la testa del killer Giuseppe Ferone ma, a un mese da quella richiesta, ancora ineseguita, il piano di morte era stato messo in atto travolgendo il capo del clan che non aveva rispettato i patti.

Nella mafia «ognuno ha il proprio gradino»

Questa storia provoca una risposta di D’Amico che i magistrati della Dda di Catanzaro considerano «di cruciale portata investigativa»: «Però – dice l’imprenditore vicino al clan Mancuso – abbiamo fatto una scelta che… di una scala… quindi dobbiamo sapere che ognuno ha il proprio gradino… capito». Per i pm D’Amico, «con queste parole», scolpiva «inequivocabilmente» l’appartenenza propria e dell’interlocutore «a strutture criminali gerarchicamente organizzate, all’interno delle quali “ognuno ha il proprio gradino”, e alle quali i due avevano scelto di appartenere». È (anche) alla luce di questa frase che i magistrati considerano quell’incontro come l’abbraccio tra due mafie. E non è un caso che i portatori di questo abbraccio siano i D’Amico, «protagonisti – si legge nel decreto di fermo – nella nascita di un floridissimo (ed illecito) legame commerciale tra alcuni grossisti campani e alcuni commercianti catanesi». Proprio ai catanesi «sarà concesso di approvvigionarsi di prodotti petroliferi nel deposito fiscale Italpetroli di Locri». 

Il summit con i sanlucoti a Maierato

Le auto arrivano nella sede della Dr Service a Maierato

L’inchiesta documenta un summit con catanesi e sanlucoti nella sede della Dr Service a Maierato, altra ditta coinvolta nell’operazione “Petrolmafie Spa”. La riunione nella sede della ditta sarebbe «finalizzata al raggiungimento di un accordo criminale per la gestione di un deposito di carburante a Locri». Oltre a D’Amico, è presente Roberto Aguì, considerato «un soggetto dalle documentate frequentazioni con svariati appartenenti alla cosca Pelle di San Luca». Aguì, coinvolto nell’inchiesta Mandamento Jonico, è stato condannato il 22 giugno 2020 a 13 anni e 6 mesi di reclusione». Da Catania, oltre a Sergio Leonardi, arrivano anche due «pregiudicati catanesi appartenenti al clan mafioso Pillera di Catania» e un uomo «gravato da vari precedenti per delitti commessi nel settore dei prodotti energetici». Che l’argomento dell’incontro siano i traffici di petroliferi è un fatto che emerge dalle parole di D’Amico. È lui a far notare che «Leonardi faceva parte di un’associazione per delinquere che commercializzava centinaia di autocisterne di prodotto petrolifero al giorno, all’interno della quale, in un determinato momento, si era venuta a creare qualche incrinatura».  

«Qua devono fare come diciamo noi»

I reggini rievocano un vecchio rapporto commerciale che si era instaurato in passato tra i siciliani e un deposito fiscale di Locri appartenente alla famiglia Camastra, un gruppo di imprenditori considerati vicini alle cosche della Jonica. Quella stessa area, nel corso degli anni, è passata alla società Italpetroli, e sarebbe caratterizzata da una «gestione criminale». Un fatto noto a tutti i partecipanti a quello che la Dda di Catanzaro considera un vero e proprio summit. Sul versante calabrese c’è una «sintonia criminale», una «comunanza di intenti» che porta gli interlocutori (i D’Amico e i sanlucoti) a impostare «la conversazione su uno schema di contapposizione tra due gruppi di interesse, distinguendo un “noi” (in cui facevano confluire i soggetti calabresi presenti) ed un “loro” (gli interlocutori siciliani) separati, a loro dire, da distanze incolmabili».  
In passato, i rapporti tra le due sponde dello Stretto si erano interrotti per i modi dei siciliani, «giudicati eccessivi, e per la loro inaffidabilità». «La guerra» era nata proprio per alcuni comportamenti. «Gli ho detto all’epoca – spiega uno degli uomini intercettati – che non dovevano venire con le macchine vistose … e sono venuti con due Porsche Cayenne». I locresi non sono convinti di tornare in affari con i catanesi. Ma D’Amico li spalleggia («qua come diciamo noi devono fare») e al tempo stesso garantisce che le cose cambieranno. Perché «i calabresi – scrivono i pm – dovevano agire come un unico fronte». «È tutta la stessa cosa – sentenza D’Amico – devono capire che noi siamo in un modo». Perché gli abbracci tra le mafie si reggono sempre su un equilibrio (molto) sottile. (p.petrasso@corrierecal.it

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