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il caso

«Aggredita da un capo scorta e trattenuta per mezz’ora dopo aver scattato una foto»

Il racconto della nostra giornalista strattonata dopo lo scatto nell’aula bunker durante il processo Rinascita

Pubblicato il: 27/04/2021 – 18:11
di Alessia Truzzolillo
«Aggredita da un capo scorta e trattenuta per mezz’ora dopo aver scattato una foto»

Oggi pomeriggio la cronista del Corriere della Calabria Alessia Truzzolillo, che segue il processo Rinascita Scott nell’aula bunker di Lamezia Terme, è stata aggredita da un capo scorta mentre stava facendo il proprio lavoro. Aveva semplicemente scattato una foto, cosa consentita dall’ordinanza del Tribunale di Vibo Valentia che disciplina il comportamento della stampa nell’area in cui si svolgono le udienze. Questo il suo racconto dei fatti.

LAMEZIA TERME Ho saputo che la persona che mi aveva aggredito si chiama Alberto Marafioti da terze persone. Da parte di questo carabiniere ho solo saputo, mentre mi spingeva verso una sorta di corridoio laterale dell’aula bunker, che era un capo scorta. Dopo mille battaglie da parte dei giornalisti per ottenere il permesso a fare foto e audioriprese nel corso del maxi processo Rinascita-Scott, sono improvvisamente stata aggredita per una foto scattata al pm che interrogava il collaboratore Andrea Mantella. Attenta a non riprendere i monitor con i detenuti, zoomo sul magistrato quando noto un uomo, in borghese, alto cinquantenne, con i capelli radi in testa e bianchi e lunghi sulla nuca, dall’altra parte dell’aula che si agita e mi fa segno “vieni qui”. Ci incontriamo a metà corridoio. Mi investe subito con un «ora tu cancelli quelle riprese». Poi, minacciando di cacciarmi dall’aula, mi spinge verso questo corridoio. Un gesto a metà tra la spinta e l’afferrarmi da sotto l’ascella. Mi divincolo e chiedo di non essere toccata. Nonostante mi avesse messo le mani addosso mi intima di non agitare le mani che io muovevo nell’aria, spaventata da quei modi, mentre cercavo fargli capire che c’è un’ordinanza del Tribunale di Vibo Valentia che autorizza la stampa a fare video e foto. Recupero l’ordinanza che avevo salvata nella mail per fargliela leggere.
Non gli interessa niente: vuole vedere le foto, dice che non ho l’autorizzazione a riprendere la scorta e dopo avere, non ricordo come, preso il mio cellulare, prende a sfogliare il mio album personale per accertarsi che non vi fossero altre foto.
Nel corridoio con me sono entrati anche i carabinieri addetti alla sicurezza ma con tutt’altro atteggiamento. Sono stata trattenuta in quel corridoio per oltre mezz’ora, tanto che la cosa, notata da diversi avvocati che avevano assistito alla scena spinge qualche legale a venire vedere cosa stesse succedendo.
Ero agitata, stretta contro un muro, frustrata dal non poter esercitare un mio diritto sacrosanto di cronaca e dal dovermi confrontare con un militare che con modi aggressivi sapeva solo minacciarmi di buttarmi fuori con farsi del genere «adesso vediamo se le foto vanno bene e se tu resti ancora qui».
L’avvocato Giovanni Marafioti e altri che lo hanno accompagnato, minacciano di fare sospendere l’udienza, mi chiedono se ho bisogno di assistenza. Dopo un tempo infinito sono riuscita a tornare in fondo all’aula bunker, dove si trovano anche i miei colleghi che ogni giorno da mesi seguono il processo. Mi seguono i carabinieri della sicurezza, poco dopo arriva anche la dottoressa Gaetana Ventriglia, dirigente del commissariato di Lamezia Terme. I miei colleghi hanno smesso di seguire l’udienza, sono costretti a dover spiegare quelli che sono i nostri diritti, alcuni faticosamente conquistati e ancora gravati da ristrettezze.
Ho ricevuto la solidarietà di tutti, del dirigente Ventriglia, dei carabinieri presenti, degli altri uomini della scorta, del colonnello Menta, Comandante Rsm di Reggio Calabria. Anche il pm Antonio De Bernardo, saputo quanto era accaduto, è arrivato in area giornalisti per capire cosa fosse successo. «Mi dispiace di quanto accaduto», ha ripetuto più volte, pur non avendo nessuna responsabilità del comportamento di Alberto Marafioti. L’unico che non si è scusato, che non ha mai mollato i comportamenti aggressivi e accusatori è stato il capo scorta. La questione non è passata sotto silenzio. Al termine della pausa pranzo, quanto accaduto è stato portato all’attenzione del Tribunale dall’avvocato Giovanni Marafioti, sostenuto da altri colleghi. Anche l’avvocato Enzo Galeota è intervenuto chiedendo al Tribunale di prendere provvedimenti e parlando apertamente di censura. Il Tribunale ribadisce che sono ammesse le foto e le riprese, nonostante limitazioni alla divulgazione dell’audio.
Non riesco a seguire bene quanto accade. Sono ancora agitata da quella spinta gratuita, da “ora vediamo se resti ancora qui”, da quell’angolo di muro nel quale sono rimasta confinata, da “cancella subito quelle riprese (che poi erano foto ma non cambia molto)”, dall’aggressività gratuita. Inammissibile per chiunque, specialmente per un rappresentante delle forze dell’ordine.

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