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Il saluto di Morosini a Reggio. «Abbiamo costruito un frammento di storia»

In Cattedrale la celebrazione eucaristica della conclusione del ministero pastorale del presule. L’omelia integrale

Pubblicato il: 03/06/2021 – 20:39
Il saluto di Morosini a Reggio. «Abbiamo costruito un frammento di storia»

REGGIO CALABRIA Oggi alle 18 nella Basilica Cattedrale di Reggio Calabria si è tenuta la celebrazione eucaristica in occasione della conclusione del ministero pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Fiorini Morosini.
L’arcivescovo Morosini, originario di Paola e appartenente all’Ordine dei Minimi fondato da San Francesco di Paola, è stato nominato alla guida della comunità diocesana dello stretto il 13 luglio 2013 da papa Francesco che lo trasferì dalla sede di Locri – Gerace, nella quale ha esercitato il ministero episcopale per 5 anni (20 marzo 2008 – 12 luglio 2013).
Il presule si è distinto per i suoi accorati appelli alla politica e alla cittadinanza attiva, con particolare riferimento alla cura del bene comune e alla cittadinanza attiva. Inoltre, in diverse occasioni, si è rivolto ai vertici dello Stato per denunciare i diritti negati alla popolazione reggina e calabrese: ha scritto due volte al Presidente della Repubblica per sensibilizzare la massima autorità dello Stato alla questione dell’aeroporto “Tito Minniti” e alle vicende della Sanità pubblica regionale. Allo stesso modo, sin da subito, ha chiesto alle autorità locali massima attenzione per le periferie.
Sin dal suo insediamento, avvenuto durante il Commissariamento dovuto allo scioglimento dell’amministrazione comunale per contiguità mafiose, monsignor Morosini si è posto in atteggiamento propositivo nei confronti degli amministratori della “res pubblica”. Pochi mesi dopo l’insediamento ha prodotto – insieme ad una commissione di collaboratori – una “lettera alla città” per evidenziare alla nuova futura classe politica alcune emergenze cruciali per la vita e lo sviluppo della Città. In particolare Morosini si soffermò su alcune proposte legate al Welfare, alle povertà e alle tematiche giovanili.
Contestualmente il presule avviò un cammino di prossimità nei confronti dei giovani della diocesi. Aprì le porte dell’episcopio ogni mercoledì sera per accogliere i giovani che desideravano parlare con lui e, nel dicembre 2013, avviò il primo Sinodo per i giovani della Chiesa reggina dal titolo “Fede è Speranza, il Futuro che noi vogliamo”. I lavori dell’assemblea sinodale durarono due anni, furono coinvolte tutte le parrocchie e i gruppi giovanili delle associazioni. Il territorio fu “abitato”, anche nelle periferie, dagli incontri di preparazione all’assemblea sinodale conclusiva che si svolse, poi, in Cattedrale nel marzo 2015, alla presenza di Salvatore Martinez, Enrico Letta ed Ernesto Oliverio. L’esperienza sinodale è stata sintetizzata nel Decalogo della Speranza, documento conclusivo scritto dai giovani che hanno vissuto l’intero iter sinodale.
L’arcivescovo Morosini si è anche impegnato nel consolidamento e ammodernamento (in virtù delle leggi vigenti) delle principali iniziative, strutture ed opere di Carità della Arcidiocesi. Ha garantito continuità ai servizi delle Comunità di Accoglienza affidandoli alla Piccola Opera Papa Giovanni, ha avviato e concluso i lavori di ristrutturazione del Soggiorno San Paolo in Cucullaro – sede del Soggiorno Sociale Caritas e di iniziative educative e formative del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria – ha affidato il Parco della Mondialità di Gallico al Ce.Re.So, permettendo, così, così, di mantenere la vocazione originaria del Parco e di ampliare l’offerta dei servizi di contrasto alle dipendenze.
Durante gli otto anni dell’episcopato di Morosini a Reggio Calabria, in più occasioni, l’arcivescovo ha pronunciato forti appelli per risvegliare le coscienze, invitando a ribellarsi alla ‘ndrangheta. Emblematici alcuni episodi in cui l’arcivescovo ha scelto di rispondere ad alcuni attentati delle ‘ndrine, come la peregrinatio del quadro della Madonna della Consolazione a Santa Venere e ad Archi dopo l’attentato incendiario e la vandalizzazione degli asili situati nei due quartieri reggini. Nel 2015, dopo l’ennesimo attentato incendiario compiuto in città, decise di rendere obbligatorio un incontro sulla legalità da svolgersi in occasione di tutte le feste patronali della diocesi. Nel settembre 2016, dopo il triste episodio della violenza di branco ai danni di una tredicenne a Melito Porto Salvo, Morosini si è recato più volte nelle scuole e nelle piazze della cittadina dei Mille per indirizzare accorati appelli di risveglio delle coscienze: «L’omertà è la tubercolosi del vivere sociale – ha detto chiaramente il presule – perché come la malattia prosciuga la vitalità della società, fa prevalere il male sul bene, perché ci fa girare dall’altra parte per non vedere, dimenticando che ogni parola non detta è connivenza». Reiteratamente, durante tutto il suo episcopato, monsignor Morosini, ha chiesto ai genitori di raddoppiare gli sforzi educativi: «Mettiamoci accanto ai nostri figli per ascoltarli – ha sottolineato in più occasioni – soprattutto chi ha avuto il dono della maternità: tornate a leggere negli animi dei vostri piccoli». L’arcivescovo ha condiviso il protocollo Liberi di Scegliere del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, iniziativa che ha visto in prima linea la Conferenza episcopale italiana e che è sostenuta grazie ai fondi dell’8xmille alla Chiesa Cattolica.
Morosini, inoltre, ha denunciato più volte la piaga dell’usura, ed ha finanziato reiteratamente durante il suo episcopato il fondo antiusura della Caritas, sforzo che si è proporzionalmente moltiplicato durante la Pandemia da Covid-19, durante la quale l’arcidiocesi non ha mai fatto mancare il suo appoggio ai poveri, alle famiglie e alle imprese colpite dalla crisi.
 Il presule paolano ha avuto una visione chiara anche per quanto concerne l’ambito culturale della vita della Chiesa: le istituzioni culturali diocesane sono state messe al servizio della città per favorirne il riscatto sociale. In quest’ottica l’8 settembre 2017, presso i locali del Seminario arcivescovile di Reggio Calabria, si è tenuta la cerimonia di inaugurazione del Polo Culturale diocesano con la benedizione del padiglione ospitante la nuova biblioteca diocesana “Domenico Farias”. Al momento inaugurale ha preso parte il cardinale Gianfraco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
Il Polo culturale dell’arcidiocesi di Reggio Calabria, fortemente voluto da monsignor Morosini, che compendia oltre alla Biblioteca, anche l’Istituto Superiore di Scienze religiose intitolato a monsignor Vincenzo Zoccali, l’Istituto Superiore di Formazione Socio–Politica “Monsignor Antonio Lanza”, la scuola per gli operatori pastorali e la redazione della rivista di cultura cattolica La Chiesa nel tempo.
Ciò che rende ancor più prezioso il Polo Culturale costituito dall’arcivescovo è la biblioteca diocesana “Farias” che nasce dalla fusione del patrimonio bibliografico delle diverse biblioteche che erano presenti in diocesi all’arrivo di monsignor Morosini a Reggio Calabria: la biblioteca arcivescovile, quella del Seminario, dell’Istituto superiore di Scienze religiose, dell’Istituto di formazione politico–sociale e della Scuola dei servizi sociali. Un altro impegno portato avanti dall’arcivescovo Morosini riguarda l’Istituto Superiore di Scienze Religiose e il nuovo corso di laurea magistrale in Dialogo interreligioso.
L’arcidiocesi, inoltre, ha siglato il protocollo “Io resto al Sud” con il Comune di Reggio Calabria e l’Università Mediterranea. La comunità diocesana, per il tramite dell’Istituto diocesano sostentamento clero, ha messo a disposizione gratuitamente i propri terreni per favorire l’occupazione giovanile. Negli ultimi quattro anni sono nate tre cooperative giovanili che lavorano grazie ai terreni messi a disposizione dalla Chiesa reggina. 
Gli ultimi due anni dell’episcopato di monsignor Morosini sono stati contrassegnati dalla Pandemia da Covid 19. L’arcivescovo, durante il lockdown, ha sempre offerto le sue meditazioni e la sua vicinanza con due dirette streaming al giorno. La preghiera condivisa di marzo, aprile e maggio 2020 ha contribuito a mantenere unita la comunità diocesana in un periodo fortemente scoraggiante. Il presule paolano, durante i mesi dell’emergenza sanitaria, ha sempre cercato di infondere speranza e offrire una lettura cristiana dei fatti della storia.
 

Pubblichiamo l’omelia integrale del presule.

Il mio saluto cordiale a tutti voi, carissimi fratelli e sorelle.

  1. Saluto il Sig. Prefetto, il Sig. Sindaco e tutte le autorità presenti a questa solenne liturgia, che celebriamo nel memoriale perenne della storia della salvezza: l’Eucarestia, il memoriale della morte e risurrezione del Signore. Grazie per questo attestano di stima nei confronti della mia persona.
    Saluto tutti voi sacerdoti e ringrazio il Delegato ad Omnia per l’indirizzo di saluto e per aver voluto organizzare questa cerimonia.
    Abbraccio tutti voi carissimi Diaconi, Religiose e Religiosi, seminaristi, laici tutti che animate le nostre comunità parrocchiali e tutti voi fedeli, che tutti assieme formiamo il popolo santo di Dio, che vive e costruisce nel tempo la storia della salvezza attorno alla celebrazione dell’Eucarestia.
  2. Oggi, in questa festa liturgica del Corpus Domini, l’Eucarestia, con la celebrazione della quale noi abitualmente ogni domenica facciamo memoria della risurrezione del Signore e della speranza che ci attende, è fatta oggetto di riflessione tutta particolare per coglierne la portata salvifica all’interno dell’annuncio di fede, che la comunità cristiana svolge per mandato e missione. Ed è proprio la centralità vhe essa riveste per l’annunzio della fede che voglio ricordare e sottolineare.
  3. Gesù nell’istituirla, nella notte in cui venne tradito, ha raccomandato agli apostoli: fate questo in memoria di me, legando questo mandato alla promessa che sarebbe rimasto con noi sino alla consumazione dei secoli e anticipando il mandato di andare in tutto il mondo per annunciare il Vangelo, che trova la sua sintesi proprio nell’annuncio di Cristo morto e risorto.
    S. Paolo rievocando questo gesto e queste parole scrive così ai Corinzi: Io ho ricevuto dal Signore, quello che a mia volta vi ho trasmesso … Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.
    Importante questo legame tra Eucarestia e attesa della speranza eterna, che dà forza ad ogni speranza terrena. Ma importante anche quel finché con il quale Paolo vuole dirci che tutto ciò che si compie nella Chiesa e dalla Chiesa ruota attorno all’Eucarestia e trova forza da essa.
    La liturgia ha tradotto questa verità di fede nell’acclamazione del popolo dopo la consacrazione: annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta.
  4. Tutta la predicazione degli apostoli, a partire dal giorno della Pentecoste, si concentra su questo annuncio: Cristo è morto ed è risorto, annuncio, che è al centro del memoriale eucaristico. L’Eucarestia rimane così al centro della trasmissione della fede da parte della comunità cristiana, non solo a parole perché l’annuncia come contenuto di fede, ma soprattutto perché essa vive ogni momento del suo cammino nel tempo e nel mondo nel contesto di questo memoriale, in quanto sa che ricordare e celebrare l’Eucarestia significa fare memoria solenne del cuore della nostra fede cristiana, cioè del dono che Gesù ha fatto della sua vita al Padre per la salvezza dell’uomo e trovare in questo annuncio la forza del cammino: l’Eucarestia come viatico, che spinse i martiri di Abitene in quella solenne professione di fede: senza la domenica noi non possiamo vivere.
    Tutto ciò che la Chiesa compie in ordine alla sua missione attinge forza dall’Eucarestia.
  5. Perciò la comunità cristiana sa che, celebrando l’Eucarestia, trasmette il cuore della fede, cioè Gesù morto e risorto e perciò la speranza di ogni credente per il presente e per il futuro, per la costruzione di questo mondo e la preparazione di quello futuro.
    Essa sa che nello svolgere il suo compito di annunciare la fede, trasmette principalmente la memoria di questo sacrificio e che ogni gesto compiuto nell’ottica di questa trasmissione è una continuazione dell’Eucarestia celebrata all’altare. Sia che predica, sia che opera in ogni settore del vivere sociale, la comunità cristiana è consapevole che tutto è continuazione dell’Eucarestia celebrata all’altare, perché da lì parte la salvezza che essa porta tra poveri ed ammalati, nelle scuole, tra i giovani, nei cantieri ecc., dovunque viene annunciato Cristo.
    La comunità cristiana sa che le tappe che scandiscono il suo cammino, proprio perché questo cammino è per sua natura un percorso di salvezza, sono altrettanti momenti di un divenire salvifico che ha le sue radici nell’Eucarestia e prende forza da essa. Il Vaticano II ha definito l’Eucarestia culmen e fons della vita della Chiesa.
  6. Anche questo breve segmento di storia che abbiamo vissuto assieme, carissimi fratelli della Chiesa reggina-bovese, voglio leggerlo e consegnarlo a Dio e a voi tutti come una Eucarestia di dono e di rendimento di grazie, che assieme abbiamo offerto a Dio per la salvezza integrale, spirituale e materiale, di questo popolo, all’interno del quale noi siamo costituiti come comunità di fede. Ai fratelli di questa porzione di Chiesa dell’amata Calabria abbiamo rivolto il nostro annunzio di fede ed abbiamo raccontato questa meravigliosa storia che Dio ha iniziato a scrivere con Abramo e che ha raggiunto il suo vertice con l’avventura umana del Figlio di Dio, e che continuerà a scrivere sino alla fine del dei tempi. L’avvicendarsi dei pastori, nella successione apostolica nulla toglie alla continuità di questa storia, che trova la sua unità nel disegno provvidenziale di Dio.
  7. In questi otto anni questa Chiesa ha scritto questo frammento di storia con tutti voi, sotto la mia guida pastorale.  Storia breve, ma preziosa, come ogni segmento di storia che forma i singoli anelli di una catena, che perderebbe la sua unità e continuità, se solo un anello, un segmento, dovesse cadere o dovesse essere ritenuto inutile per la continuità e l’unità della storia stessa.
  8. La vita di una comunità di fede è una storia che simultaneamente si racconta e si costruisce all’interno dell’evolversi della grande storia umana, dinanzi alla cui maestà e complessità, ogni piccolo segmento di storia impallidisce, pur sapendo di poter e dover dare il suo contributo. Come membri di una comunità credente ciascuno di noi contribuisce per un breve tratto di tempo, un piccolo frammento, all’evolversi di questa grande storia, che come tale segue il suo corso inarrestabile sotto la guida della Provvidenza di Dio, che, nonostante ogni opposizione umana, la conduce ad un destino di salvezza, come ci insegnava Giambattista Vico ed è nella visione cristiana della Storia.
  9. Nessuno può presumere di identificarsi con questa storia o di ritenersi artefice unico essenziale e necessario del segmento chiamato a costruire in qualsivoglia ruolo. La storia, anche la storia della salvezza, appartiene alla comunità ed essa la scrive con Dio. Nessuno può dire che il tratto di strada che ha percorso, anche se da protagonista, appartiene a lui con esclusività e si identifica con lui. Solo Dio è il Signore della storia e rende possibile che la storia degli uomini diventi storia di salvezza, sapendo scrivere anche sulle righe storte dell’uomo, salvaguardando così, come affermavo pocanzi citando Vico, il compimento finale e il senso escatologico della storia.
    Tutti noi, mentre diamo una mano a Dio per rendere storia di salvezza il tempo che scorre, a prescindere dalla nostra volontà, usufruiamo della salvezza che Dio ci dona, perché raggiungiamo la salvezza attuando quel che Dio ci ha chiamati a compiere.
  10. Ecco, oggi mettiamo fine ad un piccolo segmento di una storia, scritta da me e da voi dopo l’incontro, per volere di papa Francesco, della mia persona con questa Chiesa diocesana nel settembre 2013.
    Siamo certi nella fede che, per quanto piccolo, questo segmento di storia è stato anch’esso storia di salvezza. Noi oggi siamo qui solo per fare questa dichiarazione di fede: Signore, sei tu che ci prendi per mano e ci accompagni nel cammino della vita. Non siamo qui per enumerare opere compiute o monumenti innalzati: sarebbe come un tentare Dio, che chiama gli uomini a collaborare con lui, Signore della storia. Siamo qui ad offrire a Dio l’impegno e la disponibilità profusi, nella consapevolezza dei propri limiti e con la fede di dover mettere mano all’aratro, senza mai voltarsi indietro per vedere il nascere di eventuali frutti. Il contrario sarebbe stato superbia e negazione assoluta di una visione di fede della storia, ricerca di protagonismo sterile, sterile per la storia della salvezza.
    Siamo qui per aggiungere all’elenco dei diversi avvenimenti della storia di salvezza, cantati dal salmista nel salmo 136, il nostro segmento di storia, anch’esso storia della salvezza, e ripetere con lui: eterna è la sua misericordia.
  11. Questo servizio che si conclude, questo frammento di storia che finisce, si fonde con questa liturgia eucaristica nel giorno del ricordo del Corpo e del sangue di Cristo, e diventa così esso stesso eucarestia, rendimento di grazie nel segno della morte e risurrezione di Gesù, salvezza del mondo e perciò artefice di salvezza in questo nostro breve percorso.
    È come se oggi tutti partecipassimo ad una simbolica processione offertoriale verso l’altare, dove ognuno di noi deposita il contributo dato per la costruzione di questo pezzo di storia della Chiesa Reggina/bovese, che si chiude: contributo semplice o prezioso, umile o decisivo, nel silenzio o con gli onori della cronaca, da primi attori o da semplice comparsa. Tutto mettiamo sull’altare perché si trasformino in storia di salvezza per la nostra Chiesa, partecipando del mistero di Cristo, fonte della nostra salvezza.
    Depositiamo anche le nostre miserie e fragilità, i nostri vuoti e le nostre incapacità, sicuri che il Signore ci accoglierà comunque in questo sacrificio. Ricordo un canto del repertorio liturgico italiano: tra le mani non ho niente, spero che mi accoglierai, chiedo solo di restare accanto a te. Quanta dolcezza in questa richiesta, che il Signore certamente concederà.
  12. Nel contesto di questa eucarestia, che è il rendimento di grazie per eccellenza, ringrazio tutti voi qui presenti, che avete voluto presenziare a questa cerimonia di saluto.
    Abbraccio tutti indistintamente: dalle istituzioni a tutto il presbiterio, ai vari collaboratori ecclesiastici e civili e a tutti i fedeli. Ringrazio per l’affetto, la stima, la collaborazione. Dispensatemi dal fare l’elenco, che sarebbe troppo lungo. L’unica eccezione la faccio per i tre vicari generali e per il mio segretario, che hanno condiviso più direttamente il pondus diei et aestus.
    Grazie dal profondo del cuore. Dio ricompensi tutti.
    Ora, con l’arrivo del nuovo vescovo, Mons. Fortunato Morrone al quale va il mio saluto fraterno, la nostra comunità diocesana riprenderà il suo cammino con la creatività, la freschezza e l’entusiasmo che chi inizia il proprio percorso saprà imprimere ad essa.
    Preghiamo che sia un cammino sereno e pieno di frutti, con la benedizione della Madonna della Consolazione.

Amen. Amen. Dal profondo del cuore.

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