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traffico di rifiuti

Gratteri: «Metalli pesanti nei terreni, aree avvelenate in modo quasi irreversibile» – VIDEO

Il commento degli inquirenti sull’operazione nel campo rom di Scordovillo. «Per gli indagati è un modus vivendi. Normale è delinquere e inquinare»

Pubblicato il: 18/06/2021 – 15:04
di Alessia Truzzolillo
Gratteri: «Metalli pesanti nei terreni, aree avvelenate in modo quasi irreversibile» – VIDEO

LAMEZIA TERME Reati reiterati da decenni. A molti degli indagati nell’inchiesta “Quarta chiave” – contro il traffico illecito di rifiuti che veniva operato all’interno del campo rom di Scordovillo a Lamezia – sono state contestate anche le aggravanti delle recidiva, specifica, reiterata e anche infraquinquennale. «Questo vuol dire – spiega il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri in conferenza stampa – che questo per loro è un modus vivendi, un modo di vivere normare. Normale è delinquere, normale è inquinare in modo pesante ettari di terreno del Comune di Lamezia Terme e paesi limitrofi. Per loro è normale incendiare. Ricordate l’incendio del 2019 che ha costretto mezza Lamezia Terme a stare con le finestre chiuse a causa dell’emissione di diossina nell’aria». Un’indagine condotta dai carabinieri di Lamezia Terme e di Catanzaro, che il procuratore giudica «pregevole da un punto di vista della tecnica e da un punto di vista probatorio. Sono riusciti a documentare mediante videoriprese e intercettazioni la reiterazione del reato in spregio a qualsiasi elementare regola di rispetto dell’ambiente. Purtroppo questa zona di Lamezia Terme appare come un fortino dove gruppi di persone hanno reiterato l’illecito. Abbiamo ettari di territorio inquinati in modo quasi irreversibile perché c’è una penetrazione profonda nei terreni anche di metalli pesanti che non so quali conseguenze potrebbero avere sul piano ambientale. Sicuramente abbastanza importanti e invasive». 

«Un’esigenza avvertita sul territorio»

Il comandante della provinciale di Catanzaro Antonio Montanari ha parlato di una «esigenza avvertita sul territorio». Proprio per rispondere a un serie di episodi, in particolar modo incendi che si erano verificati nell’aria prospiciente a Scordovillo è nata l’indagine “Quarta chiave”. «Questa inchiesta – ha sottolineato Montanaro – ha portato uno step in più, evidenziando come siano organizzati all’interno del campo per gestire a livello imprenditoriale l’attività illecita di raccolta e “trattamento” di rifiuti in vista del perseguimento di una utilità grazie a ditte compiacenti alle quali veniva affidato il materiale recuperato». Vista la realtà del campo rom di Scordivillo è stato necessario l’utilizzo di oltre 300 carabinieri per eseguire le misure cautelari e garantire la sicurezza del personale operante. 

Area inaccessibile

Ventinove sono gli indagati – 15 in carcere e 14 ai domiciliari – accusati di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti. «Sono reati che suscita un allarme sociale particolarmente elevato – ha detto il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla – in luoghi dove, come in questo caso di rileva un particolare degrado ambientale, una emergenza igienico sanitaria che ha interessato l’insediamento di Scordovillo che è a ridosso dell’ospedale e nel quale viene effettuata questa attività di smaltimento e deposito di rifiuti pericolosi e non pericolosi, organizzati utilizzando anche la compiacenza di imprese individuali o di società che sono iscritte nell’albo dei gestori dei rifiuti presso le quali si svolge l’attività di conferimento dei rifiuti da parte delle società e di imprese individuali che hanno sede sociale all’interno dell’insediamento di Scordovillo. Deposito e trasporto rifiuti effettuata anche tramite l’utilizzo di documentazione artefatta». Altra attività è il trattamento dei rifiuti che spesso avviene mediante «una combustione spregiudicata dei rifiuti che determina quelle esalazioni e quei fumi tossici in un contesto territoriale che è particolarmente sensibile perché prossimo all’ospedale di Lamezia Terme. Negli anni passati diverse sono state le segnalazioni di questo degrado, di questo inquinamento ambientale determinato in quell’area che suscitano preoccupazione per la comunità». Il campo rom di Scordovillo viene descritto come un luogo «totalmente sotto il controllo della comunità insediata in quel territorio nel quale è difficile anche effettuare attività di vigilanza e di controllo quotidiano. Alcuni degli indagati hanno anche cercato di eliminare le telecamere poste dalla polizia giudiziaria».

Cos’è la “Quarta chiave”

Il nome dell’indagine, spiega il comandane del Gruppo carabinieri di Lamezia Terme, Sergio Molinari nasce da un discorso che un appartenente alla comunità rom di Scordovillo, detto “Ciaiò” nel 2012 all’allora ministro delle politiche sociali Fabrizio Barca «dove enucleò – spiega Molinari – in tre punti quelle che, secondo lui, erano le necessità della comunità rom per aumentare l’integrazione e uscire un po’ da quella che è l’area limitante del campo rom di Scordovillo. I punti erano l’istruzione, ossia la scuola, il lavoro e la casa. Queste erano le tre chiavi di Ciaiò. La quarta chiave che riteniamo sia necessaria è il rispetto dell’ambiente e della legalità».
Le indagini nascono agosto 2019 col propagarsi di un incendio particolarmente pericoloso che portò anche disguidi sul traffico ferroviario. Il passo successivo è quello intravedere un’organizzazione aziendale all’interno di un settore che è diffuso a livello nazionale. Gli interventi di polizia e bonifica si sono succeduti nel tempo senza portare a una bonifica reale, allora la domanda è: da dove viene l’inquinamento ambientale che ha infiltrato il terreno forse anche le falde acquifere, secondo alcuni studi dell’Arpacal? Perché sul censimento medio c’è una produzione di rifiuti procapite di 14 volte superiore rispetto al cittadino che non abita nel campo rom?

Le ditte compiacenti che comprano rame e ferro

Il funzionamento del meccanismo illecito lo spiega il colonnello Molinari.
A Scordovillo i rifiuti non sono il prodotto della vita quotidiana del campo «ma vengono – dice Molinari – importati perché sono materiale di risulta, residui ferrosi, rame (materiale quotato in borsa e oggetto di rivendita) e sono incorporati in televisori, cavi, autoveicoli e quindi tutto questo viene importato nel campo, smembrato, la parte utile viene trasportata a ditte compiacenti e la parte di risulta viene smaltita illegalmente. Questo crea un indotto economico perché tonnellate di ferro equivalgono a svariate centinaia di euro e di rame che equivalgono a migliaia di euro. E poi non ci sono i costi vivi della gestione societaria».

Discariche abusive

Il campo rom, spiega il maggiore Christian Bruscia, comandante del Nucleo investigativo del Gruppo carabinieri di Lamezia Terme, è stato monitorato sia di notte che di giorno e «incessantemente gli indagati svolgevano le loro attività: raccoglievano materiali ferrosi, rame. Il rame era raccolto anche in seguito a furti che si sono verificati nel comprensorio lametino». Anche l’operazione condotta questa mattina non è stata semplice. Necessario è stato l’impiego di 300 uomini per individuare gli indagati «che si muovono di continuo e non hanno una fissa dimora».
Sono stati sequestrati 14 autoveicoli utilizzati per il trasporto del materiale ferroso; 2 ditte individuali; 4 società del comprensorio lametino che sfruttando le loro autorizzazioni riuscivano ad acquistare e immettere nel mercato, in nero tutto il materiale che alcuni componenti della comunità rom raccoglievano, trattavano, smembravano all’interno del campo e lo riversavano anche all’esterno. «Abbiamo anche individuato due aree all’interno del campo – ha detto Bruscia – che sono proprio due discariche abusive nelle quali si trovano oggetti residui di combustione illecita e di materiale scadente». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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