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il processo

Rinascita Scott, il pentito Arena: «Pietro Giamborino è un uomo d’onore. Ferrante una macchina da soldi»

Il collaboratore di giustizia ha raccontato la disponibilità dell’ex consigliere regionale a far assumere il cugino e i voti ottenuto dalle cosche. Sull’imprenditore di Vibo: «I Mancuso gli avevano…

Pubblicato il: 21/07/2021 – 19:59
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, il pentito Arena: «Pietro Giamborino è un uomo d’onore. Ferrante una macchina da soldi»

LAMEZIA TERME «Oggi non è più come un tempo, non si può parlare di estorsione con certi imprenditori». Quello che il collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena intende dire durante l’esame davanti al Tribunale collegiale di Vibo Valentia è che spesso ha incontrato, nel corso della sua appartenenza alle cosche vibonesi, imprenditori che sono diventati soci degli ‘ndraghetisti i quali, grazie a queste ditte, potevano pulire il denaro proveniente da attività illecite. Arena racconta che quando Mantella prese potere su Vibo Valentia, Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, gli chiese di lasciare stare la Latteria del Sole «perché interessava a loro». «In che senso gli interessava?» chiede il pm Andrea Mancuso? «Non so se fosse estorsione o altro genere di rapporti», dice il collaboratore. Per quanto riguarda, invece, i rapporti tra le cosche e le attività dell’avvocato Vincenzo Renda, Arena sostiene: «Ai livelli di Renda non si parla di estorsione».

Il caso Eurospin

Bartolomeo Arena ricorda che Vincenzo Renda gestiva un supermercato Eurospin e un villaggio turistico mentre sua madre, Carmelina Genco, era titolare di una ditta di autobus. Bartolomeo Arena ricorda che la sua cosca aveva cercato di sistemare una persona all’interno dell’Eurospin e che Vincenzo Renda gli disse di dargli un po’ di tempo che avrebbe sistemato la questione, cosa che non avvenne. A quel punto Domenico Camillò e Domenico Catania andarono a sparare alle serrande. Dopo quell’episodio Antonio Macrì ricevette la visita di Salvatore Mantella il quale, a sua volta, era stato contattato da Saverio Razionale preoccupato da quell’atto intimidatorio visto che l’azienda interessava a Luigi Mancuso. Antonio Macrì disse – racconta Arena – che sarebbe stato disposto a parlarne con Razionale ma l’incontro tra i due non avvenne mai. A risolvere la questione fu Vincenzo Barba per conto di Luigi Mancuo. A quell’incontro Bartolomeo Arena racconta di essere stato presente, anche se defilato, e alla fine della chiacchierata Barba gli raccontò ogni cosa. Secondo il collaboratore era Andrea Mantella che «pilotava le assunzioni all’Eurospin» all’interno del quale erano stati assunti esponenti delle cosche come Michele Manco, Damiano Pardea e la moglie di Salvatore Morelli. Arena ha inoltre affermato che il collante tra l’avvocato Renda e Andrea Mantella sia stato l’imprenditore Gianfranco Ferrante.

Pietro Giamborino nella “Società” di Piscopio

Secondo il collaboratore a far parte dell’articolazione criminale di Piscopio diretta da Francesco D’Angelo detto “Ciccio Ammaculata” c’era «tutta la famiglia Giamborino, compreso Fiore Giamborino, padre di Giovanni Giamborino, suo fratello ovvero il padre del politico Pietro GIamborino. Pietro Giamborino stesso era pure affiliato alla consorteria di Piscopio». «Pietro Giamborino – prosegue Arena – è stato un politico molto influente negli anni 2000. Sapevo che faceva parte di quella articolazione criminale perché me lo ha detto mio zio Domenico Camillò perché una volta siamo andati a trovare Pietro Giamborino, in piazza Morelli a Vibo Valentia dove lui aveva l’ufficio, per cercare di trovare una sistemazione per Michele Camillò. Ricordo che in quella fase Pietro Giamborino gli trovò un posto di lavoro in una ditta che faceva le porte blindate in località Vena di Ionadi. In quella occasione mio zio Domenico Camillò mi disse che Pietro Giamborino era ‘ndranghetista. Io questa cosa non la sapevo, sapevo di suo padre». Della vecchia consorteria di Piscopio facevano parte, dice Arena, Ciccio D’Angelo, Pino Fiorillo, Nazzareno Fiorillo, Giuseppe Galati, Antonio Lo Giudice, Giovanni Lo Giudice, Antonio Cutrullà, Lele Patania, Domenico La Bella. In seguito a scontri interni la vecchia società si spaccò. “C’è stato chi si è legato di più con quelli di San Gregorio e quelli che erano legati in modo più diretto a Giuseppe Mancuso, alias “Peppe ‘Mbroglia”.
«Di Pietro Giamborino ricordo un comizio in piazza durante il quale minacciò un altro politico, Basile, di prenderlo a coltellate davanti a tutti». Il pm Mancuo chiede se Pietro Giamborino avesse un’appartenenza formale alla ‘ndrangheta. «A tutti gli affetti, era un uomo d’onore», dice Arena. Sulle eventuali doti di Giamborino, il collaboratore afferma: «Io credo che fosse rimasto picciotto perché lui aveva fatto parte della locale vecchia. Sulla dote non posso essere preciso a me hanno detto che era un uomo d’onore».
«Se Giamborino abbia fatto assumere qualcun altro non lo so. Quello che so – continua Arena – è che è rimasto sempre in buoni rapporti e si metteva a disposizione con i piscopisani, pure quelli più giovani quando hanno formato il locale nuovo. Me lo disse Francesco Antonio Pardea che aveva più amicizia con i Piscopisani e mi riferì che Giamborino era lui era sempre a disposizione e che aveva una particolare amicizia con i Fiorillo». Nel nuovo locale a Piscopio c’erano Rosario Battaglia, Rosario Fiorillo, Michele Fiorillo, Nazzareno Fiorillo.

Giamborino votato da tutte le consorterie

«Io mi ricordo che quando è salito Giamborino la prima volta l’hanno votato un poco tutti. E’ stato portato avanti un po’ da tutte le consorterie della provincia di Vibo. Poi è uscito di scena a livello politico perché forse hanno optato per altri candidati. Però quando lui è salito (è stato eletto, ndr) la prima volta è stato aiutato da tutti. La sua consorteria l’ha portato avanti un po’ ovunque, sono andati a trovare amici a Vibo a San Gregorio e in altre parti. Lo so perché ha ricevuto tantissimi voti pure a Vibo. Queste cose me le raccontò mio zio Domenico Camillò al quale io facevo da autista. Dopo l’incontro per l’assunzione di mio cugino Michele abbiamo affrontato l’argomento».

«Ferrante è una macchina da soldi»

Bartolomeo Arena conosce l’imprenditore Gianfranco Ferrante perché zio della sua ex compagna e padrino di battesimo del suo primo figlio. Del noto titolare del “Cin Cin bar” di Vibo Valentia il collaboratore dice che “era una macchina da soldi” e che i Mancuso gli avrebbero affidato 400mila euro per farli fruttare. Arena racconta che Ferrante praticava l’usura e le truffe e investiva anche i soldi in costruzioni. «C’erano diverse persone che prendevano soldi a usura da Ferrante. Il pm Mancuo chiede chi fossero queste persone. Arena tentenna: “Posso dirlo? So che ci sono approfondimenti sulla questione». Le indagini, insomma, proseguono. Arena chiede spesso, nel corso dell’interrogatorio se può o meno fare un nome, se può o meno approfondire un argomento. Ad ogni modo, tra le persone che avrebbero preso soldi a usura da Ferrante, Arena cita Salvatore Bulzomì e il sindaco D’Agostino. A prendere soldi da Ferrante sarebbe stato anche Antonio Scrugli, il titolare di un ingrosso di frutta e verdura che «rifornisce il Cin Cin bar». Anche gli Artusa, dice Arena, hanno preso soldi a usura da Ferrante come lo stesso imprenditore gli avrebbe detto.

Gli inizi non facili con Mantella

Secondo Arena, Ferrante aveva sempre avuto buoni rapporti con i Mancuso a partire da Pantaleone Mancuso, alias “Vetrinetta”, e dopo la morte di questi con Luigi Mancuso. A questo proposito Arena fa una considerazione: «Nella ‘ndrangheta non si può dire chi conta di più con le affiliazioni, con le doti. Ferrante aveva così tanta considerazione da parte di Luigi Mancuso che contava più di Vincenzo Barba (vertice dell’omonima cosca, ndr)». Ferrante, a detta di Arena, aveva anche una grande considerazione da parte di Damiano Vallelunga, esponete apicale della criminalità organizzata vibonese fino alla sua uccisione nel 2009. «Vallelunga portava assegna a Ferrante che glieli cambiava». E fu lo stesso Vallelunga a dissipare l’aggressività di Mantella nei confronti di Ferrante. Andrea Mantella, racconta Arena, inizialmente non soffriva l’imprenditore tanto da averlo minacciato di mettergli una bomba e fargli arrivare le pentole del bar fino al Pronto soccorso di Vibo (che si trova difronte al bar, ndr). Così Vallelunga disse a Ferrante di mettersi a disposizione di Mantella e questi gli fece un prestito da 20mila euro. «Ferrante stesso mi raccontò che Mantella restituiva sempre i prestiti che gli faceva».

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