Ultimo aggiornamento alle 11:49
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 7 minuti
Cambia colore:
 

L’INCHIESTA

La «mentalità imprenditoriale» dei narcos rosarnesi: dagli sms criptati alle sim card tedesche

A due anni da “Gerry”, gli inquirenti vengono a capo di un codice decifrando le comunicazioni dell’organizzazione. Così nasce l’operazione “Crypto”

Pubblicato il: 14/09/2021 – 18:56
di Francesco Donnici
La «mentalità imprenditoriale» dei narcos rosarnesi: dagli sms criptati alle sim card tedesche

REGGIO CALABRIA «La prima parola che siamo riusciti a decifrare è stata “con”». Sono servite tre lettere per dare il via ad un’operazione condotta su scala internazionale, che vede indagate in tutto 93 persone (di cui 57 destinatarie di misura cautelare personale). Alla base di “Crypto” – così denominata dalla Pg inquirente proprio in virtù del linguaggio cifrato utilizzato nelle comunicazioni tra gli indagati – c’è una «faticosa attività di decodifica» portata avanti per circa due anni (a fronte dei quattro complessivi dell’indagine) dalla Guardia di finanza provinciale di Catanzaro in collaborazione con lo Scico, il Goa e con il Nucleo economico-finanziario.
Tutto parte da un’altra indagine dello scorso 2017, “Gerry”, originata da un sequestro di 130 chili di cocaina proveniente dal Sud America al porto di Livorno. Già all’epoca la Dda guidata da Giovanni Bombardieri era venuta a capo di un sistema criminale finalizzato al narcotraffico che coinvolgeva più Paesi. “Crypto” è una costola riferibile però a «un’organizzazione nuova e diversa». Il minimo comun denominatore risiede in alcuni nomi associati a consorterie più e meno note della regione. La droga segue percorsi intercontinentali per tornare in Calabria, a Rosarno, dove avviene «lo stoccaggio» e dove i clan locali, in ottica «arcaico-tradizionale», come ha sottolineato il procuratore aggiunto della Dda Gaetano Paci, conferiscono «legittimazione criminale» alle diverse organizzazioni coinvolte.
«Le indagini – scrive il gip Antonino Foti – hanno dimostrato che tra i rosarnesi e [gli altri] gruppi delinquenziali si creava una vera e propria sinergia criminale». Al centro ci sarebbe infatti il gruppo “Cacciola-Certo-Pronestì” che «approvvigionava i vari acquirenti» dai quali, anche, «si faceva rifornire» o ne sfruttava l’intermediazione per il dialogo con gruppi terzi. Sullo sfondo la longa manus delle cosche storiche, quei “Pesce” e “Bellocco” legittimati a gestire il narcotraffico che è elemento utile anche per orientare i rapporti di potere con le altre cosche, come quelle del “mandamento Ionico”, parte attiva del sistema.

La struttura dell’organizzazione e i gruppi coinvolti

Secondo gli inquirenti sarebbero coinvolti in tutto cinque gruppi, operanti in diverse regioni. Uno in Calabria, ad Amantea, facente capo a Francesco Suriano, classe 79. Gli altri quattro sparsi tra il Piemonte, a Rivoli (provincia di Torino) dove opera il gruppo riconducibile Vincenzo Raso, classe 81 originario di Polistena; e la Sicilia, tra il Catanese, riconducibili a Francesco Cambria, classe 84 e a Vitale Franco (classe 77), Fabio (classe 74) e Giuseppe (classe 69) e il Siracusano (che vede come personaggi di spicco Giuseppe Zullo, classe 85, Carmelo Liistro, classe 80, Giulio e Maurizio Pizzo (rispettivamente classe 90 e 64) con ramificazioni anche a Benevento e Milano.
Lo stupefacente arrivava quindi nel Rosarnese e tramite i contatti calabresi raggiungeva diverse località sparse sul territorio nazionale. La maggior parte degli spostamenti dei presunti sodali sono stati registrati «verso il Nord Europa, in particolare Germania e Olanda, ma anche Spagna, nazioni dalle quali è stato importato parte dello stupefacente poi rivenduto in Italia».

Le utenze tedesche comunicanti in maniera “citofonica”

I magistrati della Dda individuano nella «mentalità imprenditoriale» dei clan rosarnesi il motore dell’organizzazione. Questi non soltanto gestivano il traffico dello stupefacente in entrata ed uscita, ma si premuravano pure di curare la logistica e le comunicazioni attraverso l’approvvigionamento di veicoli ed utenze dedicate. Una di queste era intestata al classe 72 Rocco Antonio Fedele, nome noto alle autorità e ritenuto vicino al clan “Cappello” operante nella provincia di Catania. Il 25 settembre 2017 da quell’utenza parte una chiamata diretta a Fabio Cappone, classe 94, fidanzato (e negli anni successivi sposato) con la figlia di Fedele. Il legame tra i due è anche di carattere economico. Cappone è intestatario della “Autoperla”, attività di rivendita di veicoli usati con sede a Rosarno, secondo la Pg «di fatto gestita da Fedele». Quest’ultimo curava in prima persona la commercializzazione delle auto spesso reperite in Germania. Il suo contatto, nomen omen, è Domenico Tedesco, classe 59, «ritenuto legato alla cosca “Gallace”» di Guardavalle con precedenti per una serie di reati tra cui truffa, riciclaggio e in materia di stupefacenti.
Le conversazioni intercorrenti tra i soggetti suindicati avvenivano attraverso «una serie di sim card tedesche che, da Rosarno, comunicavano in maniera “citofonica” con altri cellulari con numerazione tedesca sparsi per il territorio nazionale».

Il linguaggio criptato

Nonostante l’intuizione pressoché immediata dell’esistenza di questa “nuova” organizzazione, gli inquirenti si imbattono in un «ulteriore livello di protezione» utilizzato dagli indagati: «Il testo dei messaggi – riporta la Pg – non era altro che una sorta di codice numerico predefinito. Ad ogni lettera dell’alfabeto corrispondeva un numero, assegnato apparentemente senza logica alcuna».
Serie indeterminate di numeri, nessuno spazio. Le comunicazioni avvenivano quasi esclusivamente via sms. Dal concreto all’astratto, a poco a poco gli inquirenti, incrociando le comunicazioni e osservando gli spostamenti dei presunti sodali, riescono a venire a capo del codice che permette di ricostruire i movimenti del gruppo. «Le attività di decriptazione dei messaggi – si legge in atti – richiedevano diverso tempo e si riusciva a venirne a capo solo tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 2018, quando gli indagati smettevano di comunicare in questo modo e, con ogni probabilità iniziavano a farlo tramite terminali dotati di autonomo sistema di criptaggio».
La riprova e conferma di questo linguaggio criptato viene trovata sotto forma di “pizzino” a casa di uno degli indagati. Qui sono riportate proprio le cifre corrispondenti alle rispettive lettere impiegate nelle conversazioni.

Gli sms alfanumerici e la scoperta del codice

Vale la pena osservare nel concreto il funzionamento di questo sistema prendendo in esame l’ultimo esempio del suo utilizzo che culminerà nel fermo di un carico co-gestito dai gruppi catanesi e calabresi e diretto a Malta.
Il 23 febbraio 2018 intercorre una comunicazione tra i catanesi e i calabresi dove il gruppo siciliano faceva richiesta di hashish «per conto della persona che aveva chiesto loro i 100 chilogrammi». La comunicazione è così trasposta: «7.10.6.10.7.11.15.16.11.9.11.7.100.50.3.9.7.5.21.12.20.30.21.20.10.11.21. 15.
50.3.60.19.13.20.30.2.8.21.2.15.9.20.19.20.25.25.20.2.30.11.13.10.20» che nella traduzione operata dagli inquirenti significa «il cliente dei 100 kg di fumo vuole un kg x prova quando posso averlo».
La risposta che arriva da Rosarno è che la settimana successiva sarebbe arrivato hashish di qualità simile a quello già scambiato in precedenza: «25*11*16*16*7*12*2*15*2*11*15*16*13*2*15*16*11*11*2*13*13*7*30*2*21*3*21
*2*10*11*2*8*21*11*10*10*20*6*1*11*16*7*1*20*9*2*16*20*2*16*11», ovvero: «Settimana entrante e arriva uguale a quello che ti ho dato a te». Gli scambi e gli incontri venivano organizzati quasi sempre attraverso questo sistema. Così come in quel caso, i catanesi – rispondendo il 26 febbraio – avevano dato appuntamento per il mercoledì successivo. Di fatti, la loro automobile, di rientro da Malta, verrà intercettata e controllata a Pozzallo con annesso rinvenimento di 50mila euro occultati all’interno. «A seguito di questo fermo – scrive la Pg – i catanesi ed i calabresi decidevano di cambiare metodo di comunicazione e, come riferito in precedenza, con ogni probabilità, si affidavano ai telefoni criptati. Questo cambio avveniva nei giorni immediatamente precedenti alla decodifica del codice che gli stessi avevano, fino a quel momento, sfruttato per comunicare». 
L’originalità e complessità di questa comunicazione sono utili a far comprendere l’organizzazione, la capacità di reazione del gruppo e i mezzi a sua disposizione. Così riporta il gip nelle sue considerazioni conclusive: «Non solo i dialoghi e gli sms captati avevano ad oggetto traffici illeciti, ma questi ultimi venivano resi possibili grazie soprattutto all’apparato organizzativo costruito alle spalle dell’organizzazione, che poteva contare su telefoni cellulari criptati e su autovetture modificate negli interni in modo tale da poter contenere ed occultare stupefacente da trasportare». (redazione@corrierecal.it)

Argomenti
Categorie collegate

Corriere della Calabria - Notizie calabresi
Corriere delle Calabria è una testata giornalistica di News&Com S.c.a.r.l. ©2012-. Tutti i diritti riservati.
P.IVA. 03199620794, Via del Mare, 65/3 S.Eufemia, Lamezia Terme (CZ)
Iscrizione tribunale di Lamezia Terme 5/2011 - Direttore responsabile Paola Militano
Design: cfweb