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Rinascita Scott, la breve latitanza di Pantaleone “Scarpuni”, le pistole da nascondere e i rapporti con le cosche di Rosarno

Il collaboratore Gaetano Cannatà, interrogato durante il maxi processo, racconta i rapporti tra i Ranisi e quel favore che gli chiese Michele Palumbo

Pubblicato il: 13/10/2021 – 20:35
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, la breve latitanza di Pantaleone “Scarpuni”, le pistole da nascondere e i rapporti con le cosche di Rosarno

LAMEZIA TERME «Non ho mai conosciuto Luigi Mancuso. Ne ho sentito parlare da mio cugino Carmelo D’Andrea, legato al clan dei Lo Bianco-Barba, il quale mi disse che auspicava una scarcerazione di Luigi Mancuso perché c’erano tanti attriti tra le fazioni di Vibo e lui avrebbe messo tutto a posto. Storicamente so che la cosca Lo Bianco-Barba e i Mancuso sono sempre stati in buoni rapporti». Il collaboratore di giustizia vibonese Gaetano Cannatà, 47 anni, in passato vicino alla cosca dei Ranisi, nel corso del maxi processo Rinascita Scott afferma di non aver mai conosciuto o incontrato in vita sua il boss Luigi Mancuso del quale gli hanno sempre parlato altre persone. Tra queste, oltre al cugino Carmelo D’Andrea, gli parlò di Mancuso anche tale Ciro Carmelo (non risulta imputato ne indagato) il quale in una occasione gli disse che, avendo avuto problemi con persone di Nicotera, stava aspettando Luigi Mancuso per risolvere la questione. Le persone con le quali aveva avuto i dissapori erano «i nipoti di Antonio Mancuso» che dalla lettura di un verbale mossa a contestazione dal pm Antonio De Bernardo si scoprirà essere Alfonso Cicerone. 

La breve latitanza di Pantaleone “Scarpuni”

Non solo. Lo stesso Ciro Carmelo in un’altra occasione gli disse che a «Pantaleone Mancuso lo hanno tenuto durante una breve latitanza presso la sua struttura. Non ho capito bene se a casa o se aveva un’altra casa.
Altre informazioni sui Mancuso Gaetano Cannà racconta di averle apprese «dalla buonanima del mio compare Michele Palumbo, un assicuratore che è stato ucciso nel 2011, ed era in ottimi rapporti con Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”. Palumbo mi disse che Mancuso era nipote o cugino, non ricordo, di Luigi Mancuso, il capo storico di questa famiglia». «Michele Palumbo – racconta Cannatà – era molto vicino a Pantaleone Mancuso, una volta io mi ricordo che venne da me – io avevo un autolavaggio di Vibo Marina – e mi lasciò un plico con dei documenti e una busta con due pistole e mi ha detto di tenerle che erano di Luni “che poi passo io a riprenderle”. Me le lasciò un paio di giorni e tornò a prenderle. Non so poi com’è andata a finire questa situazione». Se Cannatà non ha mai conosciuto Luigi Mancuso ha invece conosciuto Pantaleone “Scarpuni” che portò qualche volta la macchina a lavare nell’autolavaggio di Cannatà «e una volta mi chiamò per lavare una pala meccanica sulla zona industriale di Porto Salvo. Io ho preso l’attrezzatura e lavai la pala. Dopo qualche giorno passò dal lavaggio (Pantaleone Mancuso, ndr) e mi mise nel taschino della camicia 100mila lirecome compenso per il lavoro che avevo fatto».

I rapporti con le cosche di Rosarno

«C’era stato un ricovero di un ragazzo di Rosarno, Domenico Bellocco, un mio amico col quale ci siamo cresciuti. Quando sono stato nell’ospedale, visto che non conoscevo nessuno ho chiamato mio cugino e lui mi ha accompagnato. Quando siamo arrivati in ospedale c’erano già Domenico Camillò e Vincenzo Barba, noi li abbiamo già trovati là. Siccome io questo ragazzo – che appartiene alla famiglia di ‘ndrangheta Bellocco di Rosarno – lo conoscevo da tanto tempo, andavo a fargli visita e lui mi chiedeva se Camillò era venuto, se Barba era venuto».
«Perché tutto questo interesse di Camillò e Barba nei confronti di questo ragazzo?», chiede il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Antonio De Bernardo.
«Perché – dice Cannatà – molto probabilmente si conoscevano già da prima. Per esempio io ho saputo tramite il padre di questo ragazzo, che con Domenico Camillò si erano conosciuti anni prima durante una carcerazione comune».
Cannatà ricorda che il periodo era quello «in cui dovevano affondare delle armi siriane al largo delle nostre coste». «C’erano problemi all’ospedale – prosegue il collaboratore – tanto è vero che questo ragazzo stava tanto male e non c’era nemmeno un’ambulanza per poterlo spostare dall’ospedale di Polistena a quello di Vibo Valentia. A Polistena non avevano la possibilità di fare una risonanza magnetica. Il padre di questo ragazzo se lo mise in macchina e lo portò all’ospedale di Vibo. Durante il tragitto ragazzo, che stava male, chiamò mio fratello, sapendo che abitavamo a Vibo. Mio fratello mi chiamò ma io all’ospedale di Vibo non avevo conoscenze e chiamai mio cugino che aveva delle conoscenze. Quando siamo arrivati era già stato predisposto tutto perché c’erano Domenico Camillò e Vincenzo Barba». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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