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Le armi dalla Svizzera, l’omicidio Iannazzo e il “patto” con Bonaddio. Giampà “mille lire” racconta Rocco Anello

I racconti del collaboratore ricostruiscono l’evoluzione criminale del presunto boss, gli intrecci e le faide sanguinose

Pubblicato il: 07/11/2021 – 15:56
di Giorgio Curcio
Le armi dalla Svizzera, l’omicidio Iannazzo e il “patto” con Bonaddio. Giampà “mille lire” racconta Rocco Anello

LAMEZIA TERME «Ho conosciuto Rocco Anello a metà degli anni ‘80 per il tramite di Giovanni Torcasio e Vincenzo Paradiso, i capi dell’organizzazione che riuniva le famiglie Torcasio, Giampà e Cerra (…) mi presentavano Rocco Anello quale amico di Filadelfia in grado di fornire loro armi e droga».
È Pasquale Giampà, classe ‘64, collaboratore di giustizia noto come “Mille lire”, a delineare il profilo della famiglia Anello-Fruci, cosca di ‘ndrangheta attiva nel territorio di Filadelfia ma con ramificazioni fino all’hinterland di Lamezia Terme. “Mille lire”, considerato l’ex reggente della cosca omonima attiva a Lamezia Terme e cugino del capo storico del clan, Francesco Giampà, detto “Il professore”, ha iniziato la sua collaborazione con la giustizia nel 2016. Le prime dichiarazioni rese il 12 maggio 2016, sono finite agli atti del processo “Imponimento” nato dall’inchiesta della Dda di Catanzaro, guidata dal procuratore Nicola Gratteri, alle battute iniziali nell’aula bunker di Lamezia Terme.

Il tentato omicidio di Giovanni Torcasio

Oltre alla fornitura delle armi, dai racconti di “Mille lire” emergono altri importanti particolari, legati ad una fase storica per i clan del Lametino, sanguinosa e drammatica. Ci sono poi le ricostruzioni delle attività della cosca Anello e le prime frizioni con il potente clan dei Torcasio di Lamezia risalenti al 1993, in seguito all’agguato orchestrato ai danni di Giovanni Torcasio, all’epoca reggente della cosca, ma che in realtà era quasi costato la vita a Pasquale Cerra “Zomba”. «L’obiettivo dei killer – racconta Giampà – era Giovanni Torcasio, Cerra ne guidava l’autovettura occasionalmente. I Torcasio vennero a sapere che l’autovettura utilizzata dai killer, successivamente rinvenuta bruciata a Filadelfia, era stata fornita da Rocco Anello». «La macchina ai sambiasini gliela aveva data lui, però lui diceva che sapeva che dovevano uccidere al fratello di Pasquale D’Elia, non sapeva che dovevano fare (…) non sapeva che dovevano attentare a Giovanni Torcasio, lui sapeva che dovevano ammazzare a Vincenzo D’Elia, il fratello di Pasquale D’Elia», dice Giampà. Da qui la paura di Rocco Anello per una possibile vendetta da parte di Giovanni Torcasio: «Mi stanno facendo una tragedia, non credo che Giovanni mi fa ammazzare a qualcuno della famiglia?», come confesserà a “Mille lire” nel carcere di Cosenza.

Una faida sanguinosa

Un episodio significativo che si inserisce in una faida drammatica e sanguinosa: dall’omicidio di Francesco Iannazzo (cl. ’51) avvenuto a maggio del 1992, collegato alla scomparsa di Santo Iannazzo di qualche settimana dopo e all’omicidio di Walter Pensabene e di Vincenzino Stranges detto “Pisciaturiello”. Poi il tentato omicidio di Giovanni Torcasio e nel quale accidentalmente venne coinvolto Pasquale «Zomba» Cerra e i successivi omicidi di Francesco Andricciola e Antonio Molinaro. In particolare, secondo Pasquale Giampà, fu proprio Rocco Anello ad organizzare l’omicidio di Francesco Iannazzo insieme a Santo Iannazzo: un piano per l’eliminazione dei “sambiasini”. «Io e Giovanni Torcasio – racconta il collaboratore – ci siamo recati a San Luca a prelevare due dei tre killers, Francesco Antonio Giorgi e Domenico Giorgi; il terzo killer, Giovanni Giorgi arrivò con mezzi propri a Lamezia Terme e fu lui ad eseguire materialmente l’omicidio». Una tesi che trova riscontro anche nelle parole di un altro collaboratore eccellente come Andrea Mantella, sentito nel corso del maxiprocesso “Rinascita-Scott” (QUI IL LINK). «(…) Da qui parte l’intenzione tra Luigi Mancuso e Francesco Giampà perché i Mancuso di Limbadi, in particolare Luigi, volevano eliminare Ciccio Iannazzo che venne fatto fuori da gente del clan dei Giorgi per uno scambio di favori ai Torcasio all’epoca sodali dei Giampà». «Per quanto riguarda Luigi Mancuso – ha raccontato Mantella – non so quale interesse poteva avere, magari qualche interesse di predominio sulla zona di Catanzaro perché ai tempi i Mancuso erano presenti sulla zona di Catanzaro e lo stesso Ciccio Iannazzo si allargava sullo stesso territorio».

Il patto tra Rocco Anello e Vincenzo Bonaddio

Da un altro racconto di Giampà, risalente al 12 gennaio 2018 e anche questo finito agli atti di Imponimento, emerge poi quello che era una sorta di “patto” tra gli Anello e i Giampà, e in particolare tra Rocco Anello e Vincenzo Bonaddio, altro elemento di spicco della cosca di Lamezia Terme nonché cognato del “professore”. Un accordo mirato a mantenere gli interessi comuni: «Nel 2002 allorché Bonaddio era detenuto, così come Rocco Anello, – racconta ai magistrati Pasquale Giampà – vi era stato un chiarimento. Rocco Anello aveva detto a Bonaddio che si sarebbe tenuto lontano nella guerra Torcasio-Giampà e che avrebbero potuto collaborare relativamente alle estorsioni, così fu».
«Vincenzo Bonaddio – secondo il racconto del collaboratore di giustizia – aveva individuato un ragazzo non appartenente né a noi né a Rocco Anello, che serviva per portare e ricevere imbasciate, di tal ché le ditte nostre e loro avevano un trattamento di favore allorché avvenivano da noi o andavano da loro». «Per nostre o loro imprese intendo quelle che pagavano sistematicamente l’estorsione, per cui quando un’impresa che pagava a noi e andava a Filadelfia, Rocco Anello evitava di fare pressioni estorsive per lavori di poco conto e comunque aveva un occhio di riguardo anche per i lavori più importanti. Ovviamente, facevamo la stessa cosa per i lavori che le imprese di Filadelfia eseguivano presso il nostro territorio». (redazione@corrierecal.it)

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