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Verso un mondo inaccessibile: le indagini sulle “navi a perdere” e l’escalation della tensione

Il capitano Natale De Grazia e il pool che indagava sul traffico di rifiuti in mare. I giorni che hanno preceduto la misteriosa morte. La testimonianza del collega e amico Nino Samiani

Pubblicato il: 10/12/2021 – 6:02
di Francesco Donnici e Andrea Carnì*
Verso un mondo inaccessibile: le indagini sulle “navi a perdere” e l’escalation della tensione

REGGIO CALABRIA «Il territorio calabrese si presta particolarmente alla realizzazione di discariche abusive sia perché i porti risultano scarsamente controllati, sia perché l’Aspromonte, con le sue caverne naturali, appare il luogo ideale in cui nascondere» materiale «tossico-nocivo o radioattivo». Questo è uno dei passaggi cruciali dell’esposto presentato da Legambiente alla procura di Reggio Calabria il 2 marzo 1994. L’atto rappresenta in qualche modo l’inizio di una storia – forse dimenticata prima del dovuto – che parte dalle montagne calabresi e finisce per immergersi nelle acque internazionali. Vicende sulle quali incombe l’ombra della ‘ndrangheta; legate a doppio filo alle indagini e alla morte del capitano Natale De Grazia. Vengono ripercorse, in particolare, le sue ultime settimane di vita e la tensioni intorno a un’indagine scomoda perché unica nel suo genere come ricorda in queste righe Nino Samiani.

L’esposto di Legambiente sul traffico illecito di rifiuti

Nella ricostruzione di Nuccio Barillà e Enrico Fontana, esponenti di punta dell’associazione, i rifiuti arriverebbero in Calabria via mare – da qui il riferimento ai porti – per poi essere trasportati in montagna con automezzi pesanti. A distanza di poco meno di un anno dall’apertura di quel fascicolo d’indagine, il sostituto procuratore Francesco Neri, allora componente dell’ufficio reggino, trasmette al procuratore capo Franco Scuderi la prima relazione che apre scenari internazionali e richiede la collaborazione dei servizi segreti per tentare di fare luce su quanto si suppone stesse accadendo nel Mediterraneo fin dalla fine degli anni 70. Nasce da qui la così detta “indagine sulle navi a perdere”.
Primo caso, ripreso anche dalla Commissione sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti della XVI legislatura presieduta da Gaetano Pecorella, è quello dell’indagine sulla nave albanese Korabi, partita da Durazzo per raggiungere Palermo e respinta nel porto siciliano «per radioattività del carico», che non risulterà però nel secondo controllo effettuato a Reggio Calabria. Particolare «inquietante», che porta Neri a ipotizzare la possibilità che l’imbarcazione si fosse disfatta del carico nel tratto di mare tra Palermo e la città calabrese.

Mappa con la posizione delle navi affondate

La nascita del pool investigativo e il ruolo del Sismi

La complessità dell’indagine porta alla costituzione di un piccolo nucleo investigativo composto inizialmente dai marescialli dell’Arma dei carabinieri Nicolò Moschitta e Domenico Scimone e impreziosito, dai primi mesi del 1995, dal capitano di corvetta (poi di fregata) Natale De Grazia, in servizio alla Capitaneria di porto di Reggio Calabria.
Grazie allo scambio di informazioni avviato con diverse preture e procure – da Savona a Matera, passando per La Spezia e Salerno – il pool reggino individuò dapprima 7 imbarcazioni per la maggior parte affondate a largo delle coste calabresi. Ma il quadro complessivo risulterà composto da 23 cargo affondati o spiaggiati (in piccola parte) tra l’Italia e le acque internazionali.
Secondo quanto riporta un documento custodito dall’archivio storico della Camera dei deputati e declassificato il 30 gennaio 2017, in quello stesso periodo il Sismi sarebbe stato a conoscenza di un numero notevolmente maggiore di imbarcazioni affondate in circostanze sospette. Va evidenziato che il Servizio riferisce di una casistica molto più ampia, che spesso nulla ha a che vedere con le imbarcazioni oggetto dell’indagine del pool. La discordanza tra i numeri diventa più distonica se si considera che – sempre attraverso l’analisi della documentazione declassificata –  durante le indagini, la procura di Reggio Calabria poté contare non solo sull’invio di documentazione da parte dello stesso Servizio, ma anche sulla diretta collaborazione del colonnello Ledda e del maresciallo Manzi, entrambi appartenenti all’ottava divisione del Sismi all’epoca presieduta da Sergio Siracusa. L’ottava divisione – evidenzierà la Commissione parlamentare d’inchiesta – avrebbe gestito una fonte in contatto, fin dagli anni 90, con l’ingegner Giorgio Comerio.

Le perquisizioni nell’abitazione di Giorgio Comerio

Il 3 aprile 1995 sulla scrivania di Neri arriva un’informativa firmata dal colonnello Rino Martini, capo del Nucleo investigativo del corpo forestale di Brescia, riguardante la holding Oceanic Disposal Management (Odm), che si occupava dell’inabissamento in mare di rifiuti radioattivi. Vertice era l’austriaco Manfred Convelexius, mentre referente italiano era appunto l’imprenditore originario di Busto Arsizio e titolare della Comerio industry limited con sede a Malta. Le attività di Comerio vengono attenzionate dalle procure di Reggio e Matera che nel maggio 1995 disposero una perquisizione nella sua abitazione in Lombardia (a Garlasco) da cui risultò, nelle parole della procura, «uno spaccato inquietante in merito alla sua attività e ai suoi interessi nello smaltimento di rifiuti radioattivi, alle connessioni tra il traffico di armi e di rifiuti».
Nonostante la mole di elementi raccolti, l’indagine si concluse con l’archiviazione nei confronti di Comerio e degli altri indagati. Rimane però  il fatto che, tra gli altri, a passare al setaccio la documentazione sequestrata fu proprio Natale De Grazia che insieme a Moschitta firmò l’informativa del 25 maggio 1995 sulla base della quale la procura iscrisse l’imprenditore nel registro delle notizie di reato.

Lo sfaldamento dell’inchiesta dopo la morte di De Grazia

La figura di Natale De Grazia è cruciale sia per il prosieguo sia per quella che, di fatto, risulta la grave battuta d’arresto di quelle indagini. Tra il 12 e il 13 dicembre 1995, durante la sua ultima missione, il capitano perde la vita in circostanze non del tutto chiare. Complici, in tal senso, la contraddittorietà delle perizie effettuate sulla sua salma e particolari che ancora oggi stendono un velo di mistero su quella notte. Ne conseguì lo sfaldamento del pool e della stessa inchiesta: alcuni faldoni andarono a La Spezia e altri rimasero a Reggio Calabria salvo poi stazionare per tre anni alla procura di Lamezia – per via di un clamoroso errore giudiziario – quindi a Paola per incontrare la definitiva archiviazione nonostante i grandi sforzi del Nucleo ambiente e l’attento lavoro della procura di Paola, in particolare dell’istruttore di vigilanza della polizia municipale di Amantea, Emilio Osso, e del procuratore Bruno Giordano

Verso «un mondo inaccessibile»

Pagine dall’agenda di Giorgio Comerio

Per la Commissione Pecorella, De Grazia, il procuratore Neri e le altre forze che collaborarono a quelle indagini ebbero «la pretesa di entrare in un mondo inaccessibile». Sebbene appaia distante la verità rispetto alle molteplici ricostruzioni intorno alla morte di De Grazia, qualcosa in più – anche attraverso atti ufficiali – è possibile dire sui suoi ultimi trenta giorni caratterizzati da un’escalation di tensione iniziata già dall’estate di quell’anno, ovvero dall’apertura dell’indagine nei confronti di Comerio.
Una conferma del clima teso di quei giorni arriva al Corriere della Calabria da Nino Samiani, collega e amico di De Grazia, all’epoca comandante in seconda al porto di Messina. Samiani riferisce di una loro telefonata tra fine ottobre e inizio novembre: «Quando mi rispose – racconta – mi disse “mi trovi per caso. Ero in procura e sono dovuto venire (…) Mi rompono i coglioni con queste pratiche d’ufficio”». De Grazia si divideva infatti tra il suo lavoro d’ufficio alla capitaneria di porto e l’attività del pool. Il procuratore Scuderi, il 13 novembre 1995 inviò alla capitaneria una nota trascurata, ma che assume valore in questa rilettura: «Le indagini – si legge – hanno già conseguito i primi risultati anche grazie al prezioso contributo, in termini di professionalità, intuito investigativo e spirito di sacrificio, di Natale De Grazia […] Da circa tre mesi, però detto ufficiale si trova nell’impossibilità di svolgere tale attività» perché impegnato «nell’espletamento dei suoi compiti di Istituto» con la conseguenza di uno «stallo dell’attività investigativa, che ha gravemente risentito, per la sua specificità, del venir meno delle conoscenze tecniche del succitato ufficiale (oltre che della sua elevata professionalità)». Con una successiva nota del 27 novembre, sempre a firma Scuderi, il procuratore ringrazia la capitaneria «vivamente della sollecitudine con cui ha consentito al Capitano De Grazia di continuare a collaborare con quest’ufficio nelle indagini di cui in oggetto». Le due settimane successive rompono qualsiasi equilibrio.

L’escalation della tensione: le settimane precedenti la morte di De Grazia

Il capitano Natale De Grazia

Il primo dicembre, il colonnello Martini, formalizza le sue dimissioni. Aveva deciso di accettare la proposta contrattuale fatta da una municipalizzata di Milano e di allontanarsi dalla Forestale e dalle indagini. Il 5 dicembre Carlo Giglio, alias “Billy”, testimone di punta all’interno delle indagini portate avanti dal procuratore di Matera, Nicola Maria Pace, (in merito a presunti traffici nucleari gestiti dalla società Enea di Trisaia di Rotondella) si rivolge alla procura di Reggio Calabria affermando di «sentirsi in pericolo». Ai magistrati riferisce di intimidazioni subite dalla moglie e chiede protezione. Nel verbale risultano anche ulteriori dichiarazioni utili alle indagini, riguardanti presunti rapporti tra Giorgio Comerio e l’Enea
De Grazia incontra Samiani il successivo 8 dicembre. «Dopo avermi accompagnato a comprare le sigarette iniziò ad accennarmi “io ora devo andare a La Spezia”, “c’ho qualcosa”, “siamo per conto della Procura. Vado con due carabinieri”, “stiamo seguendo delle tracce di navi”.»
«Io lì iniziai a capire», riflette Samiani. «Un po’ era cambiato nell’atteggiamento e nonostante fossimo in una strada deserta e buia, parlava pianissimo, io facevo quasi difficoltà ad ascoltarlo». Le indagini di cui parlava De Grazia, dice oggi il collega, «erano ad un livello a cui noi della capitaneria non eravamo arrivati. Sto fatto che parlava così piano mi ha fatto pensare che stesse esagerando. Qualche giorno dopo, ero in capitaneria e il mio collega riceve una chiamata. “Natale De Grazia è morto, mi dice”». Il capitano De Grazia muore durante quella che diventerà la sua ultima missione in compagnia di Nicolò Moschitta e Rosario Francaviglia.
Qual era la vera meta di quel viaggio? Dall’analisi delle dichiarazioni successive, anche degli stessi colleghi di De Grazia, e delle misteriose deleghe d’indagine (nonché dell’effettivo numero) contenute nella valigetta del capitano si può tentare di costruire, forse, qualche risposta in più ai molteplici interrogativi che ancora oggi animano la vicenda. (fine prima parte)

*Dottore di ricerca Università di Milano e membro Legambiente-Circolo Reggio Calabria

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