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Salute e Sanità

Brancati: «La sanità non si migliora solo con il piano di rientro. Bisogna formare specialisti»

L’ex dirigente al talk de L’Altro Corriere Tv in onda sabato alle 21: «Anch’io ho fatto la chemio e i follow up in Calabria. Cosa manca? Screening e percorsi assistenziali»

Pubblicato il: 11/12/2021 – 7:15
di Anna Colistra
Brancati: «La sanità non si migliora solo con il piano di rientro. Bisogna formare specialisti»

LAMEZIA TERME «La sanità calabrese ha i numeri per essere curata, la chiave di volta per il futuro è affiancare ai medici e ai dirigenti calabresi le giuste figure che vengono da fuori e delle strutture ben organizzate». Esprime il suo punto di vista sulla sanità calabrese una figura storica del comparto, che negli anni ha rivestito ruoli e incarichi importanti (fino a due settimane fa ad esempio era il dirigente generale reggente del Dipartimento Tutela della Salute della Regione) anche in contesti molto difficili. Si tratta di Giacomino Brancati, ospite del secondo appuntamento di “Salute e Sanità”, format de L’altro Corriere Tv, in onda sabato alle 21 sul canale 16. Brancati conosce bene i problemi del settore, in primis sono i deficit organizzativi a paralizzare la macchina portando alla negazione o al ritardo dell’erogazione dei servizi ai cittadini. «In Calabria abbiamo un problema fondamentale che non si esaurisce con la realizzazione dei concorsi, ma con la gestione di tutto il sistema funzionale. Qui è carente la produzione stessa di professionisti». Non è raro, infatti, che in seguito a una diagnosi i cittadini calabresi debbano cercare uno specialista al di fuori del loro territorio, e questo avviene per Brancati soprattutto per una carenza del “mercato della formazione”. «Che bisogna formare sempre più figure specialistiche – afferma l’epidemiologo – è chiaro anche guardando alla progettualità data al Pnrr, risorse governative che puntano molto alla formazione». Una sanità, quella calabrese, che poggia su un sistema di carenze – tratteggiate da qualche elemento di eccellenza – che ha poche risorse, non solo dal punto di vista economico (come ci ricorda il commissariamento dal 2009) ma anche e soprattutto dal punto di vista professionale, e che secondo Brancati si può risanare solo con la giusta strategia: «Strutture ben organizzate e specifica formazione a figure specialistiche di alto livello».

«Non solo effetti negativi quelli del Covid sulla sanità»

A complicare ulteriormente le cose in Calabria è arrivato il Covid, con tutte le sue restrizioni, gli ulteriori servizi, e i posti letto in più da mettere a disposizione per gli affetti dal virus. Ma per Brancati c’è un fattore favorevole causato dalla pandemia: «La Regione – ha detto – grazie al Covid ha risparmiato diversi milioni sulla migrazione sanitaria (nel 2020 ha speso 220 milioni contro i 316 dell’anno prima). «Evitando di spostarsi i calabresi si sono curati in sede – ha continuato – e infatti le prestazioni chirurgiche sono aumentate di molto, così come si è ridotta la spesa per le cure fuori regione».

«Un ‘cattivo’ piano di rientro perché ridurre le spese non significa ottimizzare»

Dal commissariamento in poi parlare di sanità è stato quasi sempre un disquisire sul piano di rientro, ovvero su quell’operazione che avrebbe dovuto ossigenare tutto il sistema cambiando punto per punto le inefficienze presenti nella sanità, al momento dell’arrivo del primo commissario. Secondo Brancati il piano di rientro «ha offuscato tutto l’orizzonte di problematiche da risolvere fornendo una risposta univoca per ogni questione: riduzione della spesa sic et simpliciter». «Tagliare i costi senza una selezione- ha commentato – non necessariamente ottimizza i servizi, i tagli devono avvenire in maniera calibrata». Tra le cose che ancora non sono state risanate con il commissariamento, ma che al contrario hanno registrato un peggioramento, ci sono i Lea (Livelli essenziali di assistenza). Questi rappresentano uno degli indicatori fondamentali per il buon andamento di un sistema sanitario e «declinati in ambito oncologico – dice il medico – i Lea determinano le condizioni di cura e le aspettative di vita del paziente». Qui Brancati introduce il tema della diagnosi precoce, che «incide almeno del 50% sull’eventuale guarigione dalla patologia tumorale in un paziente», una forma di check up che si potrebbe definire salvavita, insomma, ma che in Calabria – secondo l’ex dirigente regionale – «è inserita in una situazione drammatica». «Il bravo oncologo o il bravo chirurgo – spiega Brancati – non sono il fattore su cui centrare l’organizzazione delle cure, ad avere questo ruolo è, invece, il sistema della rete oncologica». Quest’ultima comprende una concatenazione di esami, diagnosi e terapie, e un ruolo importante, in questa catena, lo detiene appunto lo screening, pratica ancora poco seguita in regione. «Se su 10 persone chiamate a fare un controllo preventivo sul tumore alla mammella si presentano solo due donne – dice Brancati – è chiaro che lo screening perde di efficacia». La reticenza culturale che caratterizza i calabresi nelle campagne di prevenzione per l’ex dirigente «è anche questa un risultato del cattivo piano di rientro. Per 10 anni si è pensato quasi esclusivamente al piano – continua – e si è bloccata l’evoluzione culturale di una società sui temi sanitari. I sindaci – fa un esempio – hanno continuato a parlare di servizi nel loro territorio, invece che puntare a servizi adeguati e di qualità magari anche nel territorio accanto».

«Anch’io ho fatto la chemio e i follow up in Calabria»

Quello che delinea Brancati è ancora un sistema sanitario frammentato con branche che funzionano alternate ad altre che in maniera cronica sono “mal gestite” o non sono state mai attivate. Tutto questo macrocosmo genera sfiducia tra i calabresi che quando necessario, o a prescindere dalla necessità, scelgono di curarsi altrove. Brancati stesso sta vivendo una fase particolare della sua vita: «In questo momento sto facendo periodicamente dei follow-up, a causa di una patologia tumorale, e li sto facendo in Calabria. Dopo la diagnosi di una malattia oncologica è giusto spostarsi nel centro più specializzato. Quando ho scoperto di essere malato – ha raccontato – ho aperto il portale nazionale di Agenas per individuare le strutture che operavano quella patologia e ho scelto il centro con più performance». Scegliere la struttura che ha un gran numero di casi simili alla propria patologia è una buona scelta da fare, ma non l’unica. «Nel momento in cui le cure diventano standard e dipendono dai protocolli internazionali – ha continuato Brancati, ci si può affidare alle strutture regionali. Io stesso ho fatto l’ultimo ciclo di chemioterapia all’ospedale di Lamezia Terme e faccio qui i miei controlli». In conclusione Brancati ha voluto specificare che «al di fuori dell’oncologia in alcune aree mediche siamo riferimento anche per le altre regioni e ci sono pazienti che giungono appositamente nei nostri reparti». Comincia ad esserci, dunque, anche un flusso di persone che da fuori viene a curarsi proprio in Calabria, un fenomeno che per quanto positivo non ha ancora quella giusta rilevanza per controbilanciare la sfiducia atavica dei calabresi nel loro sistema sanitario.

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