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Quinta Bolgia, l’allarme di un medico: «Si contendono i morti a cazzotti ma io resto inascoltato»

Nella sentenza del processo contro le ditte Putrino e Rocca, la testimonianza del direttore sanitario e la lotta contro la sfrontatezza dei “cassamortari”

Pubblicato il: 02/01/2022 – 7:39
di Alessia Truzzolillo
Quinta Bolgia, l’allarme di un medico: «Si contendono i morti a cazzotti ma io resto inascoltato»

LAMEZIA TERME «Si stanno contendendo i morti a cazzotti, insomma non è una cosa… un po’ di decenza, un po’ di decenza…».
Dicembre 2015. Prima che lo strapotere delle imprese di pompe funebri sull’ospedale di Lamezia Terme diventasse un caso giudiziario per qualcuno (non pochi come riscontreranno i finanzieri durante le indagini) era un segreto di Pulcinella, un problema concreto da estirpare al più presto. Ma per molto tempo è rimasta la voce di uno che grida nel deserto. Eppure il direttore sanitario facente fruizioni nell’ospedale di Lamezia Terme dell’epoca, la voce l’ha alzata e anche il telefono. Le sue parole sono rimaste agli atti del processo “Quinta Bolgia” e il gup Paola Ciriaco le ha riprese nelle motivazioni della sentenza che il 29 settembre scorso ha portato a 13 condanne e 3 assoluzioni nel procedimento istruito dall’antimafia di Catanzaro. Tra i condannati ci sono i componenti delle ditte di onoranze funebri Putrino e Rocca che nella sentenza vengono giudicati come organici alla consorteria mafiosa Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. L’operazione denominata “Quinta Bolgia” è scattata il 12 novembre 2018 ma già prima dell’intervento della magistratura, c’era chi aveva tentato di arginare l’invadenza degli uomini delle onoranze funebri nel reparti dell’ospedale.
Il 29 dicembre 2015 il dottore parla prima col direttore Carmine Dell’Isola, direttore sanitario dell’Asp di Catanzaro e poi con Giuseppe Perri, all’epoca commissario straordinario dell’Asp di Catanzaro (in seguito divenuto direttore generale fino al pensionamento). Perri in seguito è stato imputato nel processo “Quinta Bolgia” riportando una condanna a 8 mesi per abuso d’ufficio.
Le due telefonate sono speculari perché il direttore sanitario di Lamezia spiega ai due dirigenti quella che è la situazione nell’ospedale: i dipendenti delle pompe funebri sono arroganti, hanno le chiavi dei reparti, accedono ai sistemi informatici, si contendono i morti a cazzotti. «Stanno succedendo dei fattarelli antipatici da noi, perché questi cassamortari qua stanno avendo una sfrontatezza indicibile, ci sono persone che hanno registrato delle cose, insomma è una materia un po’ scottante questa qua», esordisce il dottore.

«Resto inascoltato»

Il medico spiega che «sono anni che mi sto battendo per questo, ma resto inascoltato, anzi in una riunione di qualche anno fa, quando ho detto queste cose mi sono saltati tutti addosso, che dicevo fesserie. “No, non è vero che hanno le chiavi dei reparti”. Come non è vero, caspiterina?».
«Ti dico – dice parlando con Perri –  che ho avuto una riunione con tutti i primari che c’erano là, direttori generali… di qualche anno fa, direttore sanitario e quant’altro, quando mi sono permesso di dire che questi avevano le chiavi, sono stato mangiato vivo, a cominciare dalla…come si chiama….rianimazione…». Solo un direttore sanitario gli diede ragione. «Questo per dirti, anche se ce l’ho a cuore ho cercato di fare qualcosa… mi è sempre stato impedito di andare oltre…», dice il dottore.

Il potere dei “cassamortari”

Il dirigente racconta di come i “cassamortari” facessero “carne di porco” anche al centro prelievi dove gestivano le prenotazioni coi numeretti elimina code: «E, guarda – dice rivolgendosi a Perri – che queste cose qua, le stanno notando non solo nei reparti, ma anche qua al centro prelievi perché stanno facendo, così come si dice in dialetto “carne di porco”, con il fatto dei numeretti, di favorire, di prendere…».
«Si, si, ma la cosa…Rocca-Putrino, i due», ammette il dg.
Il direttore sanitario è un fiume in piena, conosce i fatti perché il personale si rivolge a lui per risolvere il problema. Qualcuno va a raccontargli aneddoti di quello che accade senza nemmeno presentarsi, mette avanti l’anonimato per paura: «Ieri è venuto uno, non mi ha voluto dire manco come si chiamava… mi ha detto: “io sto venendo a nome di tutti quelli che sono lì, non vorrei che uscisse il mio nome perché io faccio un portavoce di uno stato di cose, ed era a medicina”», racconta l’ex direttore sanitario. L’uomo, che proveniva dal reparto di Medicina, spiega che una dottoressa era arrivata al reparto per un consulto ma la porta era chiusa e non riusciva ad entrare «ed è rimasta fuori da medicina per più di 10 minuti, dopodiché dice che è arrivato uno di questi, un cassamortaro di questi qua, ha preso le chiavi ha aperto ed è entrato…tutto questo fatto qua è stato filmato da qualcuno, poi non so che fine fa…».
C’era anche chi gli aveva raccontato che «a bronco ieri… si stavano prendendo a cazzotti per un morto che c’è stato a bronco ieri…».
Poi il dottore si informa da Perri: «Ma quella cosa là, della Polizia sta andando avanti? A che punto è…. per l’obitorio…». Si tratta di accordi da prendere con l’associazione che fornisce il servizio di vigilanza all’Ospedale di Lamezia Terme per tenere a bada i “cassamortari”.
Il direttore sanitario ha fretta perché c’è chi lo sta mollando pur di non vivere più in quella situazione: «No, perché i miei mi hanno già dato forfait… il mio mi ha già dato forfait, dice che fino a capodanno resiste, dopodiché dice che mi molla, mi ha detto mandatemi dove volete anche in Siberia, io non ci vado più, e né lo posso costringere capito, né lo posso costringere…».

Le minacce al medico: «Ti sterminiamo la famiglia»

Era dicembre 2015.
Qualche tempo prima, ad aprile, il direttore sanitario di Lamezia aveva dovuto rivolgersi ai carabinieri perché aveva ricevuto una minaccia: «Attenzione come ti comporti che ti sterminiamo la famiglia».
Un anno dopo, a novembre 2016, i militari della Guardia di finanza di Catanzaro che stanno conducendo le indagini, coordinate dalla Dda di Catanzaro, sentono il dirigente a sommarie informazioni.

L’accesso al sistema informatico

«In sostanza  – annotano gli investigatori – riferiva che il personale privato delle imprese di onoranze funebri accedeva al sistema informatico dell’Asp, così come direttamente nella stanza dei farmaci del Pronto Soccorso. Il medico riferiva inoltre che questi dipendenti si interessavano delle pratiche relative al Centro Prelievi, al punto da aver costretto lo stesso direttore ad indirizzare al responsabile pro tempore dell’unità operativa Laboratorio Analisi una nota con la quale sollecitava un maggiore controllo. In esito alla direttiva del dottore, il dirigente inviava in data 26 luglio 2015 al personale del Centro Prelievi una lettera con la quale faceva “divieto, con effetto immediato, a tutto il personale di lasciare personal computer con password aperte, con possibilità di accesso al software di gestione del centro e quindi ai dati in esso contenuti da parte di personale estraneo al centro stesso”».
Un’intercettazione ambientale della polizia giudiziaria dà conferma di quanto raccontato dall’ex direttore sanitario: in macchina con un collaboratore, Pietro Putrino apprende che «nella mattinata il dipendente della Croce Rosa, Francesco Gatto, era stato sorpreso dal personale sanitario mentre accedeva al computer del Pronto Soccorso per rilevare alcuni nominativi di pazienti e successivamente mentre usciva dalla “stanza dei farmaci”».

Le testimonianze del personale dell’ospedale. Il segreto di Pulcinella

Se durante la famosa riunione di cui il dirigente parla con Dell’Isola e Perri, tutti gli avevano dato contro, messi davanti a un ufficiale di pg molti hanno parlato e raccontato quello a cui avevano assistito. Il direttore di Medicina legale dell’Asp, sentito il 9  novembre 2016 ha raccontato che «durante un corso di formazione tenutosi nell’ospedale di Lamezia Terme, morì un medico d’infarto e venne trasportato al Pronto Soccorso dove erano pronti ad accogliere la moglie alcuni dipendenti delle onoranze funebri che, senza che nessuna guardia giurata o personale medico li contrastasse, gestivano la situazione da padroni».
L’autista della direzione amministrativa, il 15 novembre 2016, «dichiarava che i dipendenti delle imprese Rocca e Putrino fossero sempre presenti in ospedale e in Pronto Soccorso, che avessero le chiavi dei reparti (a differenza dei dipendenti stessi dell’Asp che, invece dovevano bussare per farsi aprire), che si contendessero con veri e propri litigi “i morti” e che nessuno si opponeva alle loro condotte arroganti, ben sapendo trattarsi di gentaglia che ha avuto problemi con la legge».
Lo stesso giorno la caposala di Medicina generale affermava che: «Il personale delle ditte Putrino e Rocca ma anche altre ditte funerarie, fossero sempre presenti in ospedale e al pronto soccorso, che litigassero per assicurarsi il funerale, che chiedevano informazioni sui decessi, che erano in possesso delle chiavi dei reparti e che si sentisse intimorita dalla loro presenza al punto da non riuscire ad opporsi alla stessa».
Un infermiere del Pronto soccorso del presidio ospedaliero di Lamezia Terme «dichiarava che il personale delle ditte di pompe funebri (principalmente la Croce Bianca di Rocca e la Croce Rosa di Putrino, e altre ditte minori) stazionava stabilmente nelle sale d’attesa e all’ingresso del Pronto Soccorso, attendendo codici rossi e decessi. Queste persone erano in possesso delle chiavi dei reparti, si intrufolano all’interno del Pronto Soccorso quando c’è da soccorrere qualcuno, offrendo la loro assistenza per portare la carrozzina o altro; che nonostante ci siano le guardie giurate loro non impediscono questi comportamenti; che i colleghi lo hanno messo in guardia da quelle persone, raccomandandogli di non mettersi contro di loro per evitare che possano reagire male contro di lui. L’infermiere ha pure riferito di uno specifico episodio che ha visto come vittima un’infermiera di Pronto Soccorso che fu aggredita verbalmente da un dipendente delle pompe funebri perché era stato invitato ad allontanarsi».
I finanzieri sentono l’infermiera la quale conferma l’episodio raccontando «che un dipendente della ditta Rocca si era introdotto nella sala d’attesa antistante le sale visite e nonostante il mio reiterato invito ad uscire lo stesso non volle sentire ragioni. Solo dopo qualche minuto è uscito dai locali, rimanendo però sull’uscio. In quel frangente, rivolgendosi a me, mi disse con fare prepotente “Io faccio quello che voglio!”». La donna non ha esitato a chiamare i carabinieri i quali non sono arrivati perché non avevano pattuglie libere ma hanno preso il nome del dipendente. Quest’ultimo per qualche giorno si è tenuto alla larga dal Pronto Soccorso.

Succede anche altrove?

Queste alcune testimonianze del personale dell’ospedale di Lamezia che il gup ha ripreso nella sentenza. Ma quanto testimoniato in “Quinta Bolgia” avviene solo nell’ospedale del Lametino?
C’è una frase dell’ex direttore sanitario facente fruizioni nell’ospedale di Lamezia Terme che fa riflettere. Il medico viveva l’intromissione delle ditte di pompe funebri nell’ospedale come una priorità «per il semplice fatto che quando è morto mio padre a Catanzaro, io l’ho saputo da un beccamorto di questi qua…da un becchino di questi qua…che mi ha dato il bigliettino da visita…capito, quindi pure altrove succede la stessa cosa…». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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