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Pnrr e Calabria, ecco le incognite che pesano sul futuro

Investimenti a rischio per i prezzi alti delle materie prime e i ritardi. Ed i limiti della burocrazia. Aiello: «Non possiamo mancare l’obiettivo»

Pubblicato il: 08/04/2022 – 11:40
di Roberto De Santo
Pnrr e Calabria, ecco le incognite che pesano sul futuro

COSENZA Passi avanti ma ancora insufficienti a mettere in sicurezza gli investimenti destinati al Mezzogiorno. A pesare sul futuro prossimo dell’utilizzo corretto delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, da un verso l’innalzamento dei costi delle materie prime che incidono sul buon esito degli interventi programmati, dall’altro i ritardi accumulati da alcune amministrazioni centrali a territorializzare le misure destinate al Sud. A questo si somma l’incapacità della macchina burocratica degli enti locali a rispondere rapidamente ai bandi, finanziati con le risorse del Recovery fund. Timori evidenziati qualche giorno addietro dallo stesso ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini che sul rischio di perdere i fondi del Pnrr per le amministrazioni locali e in particolare del Mezzogiorno, ha evidenziato che «questo è un tema su cui bisogna essere molto attenti».
Tutti aspetti che si ripercuotono inevitabilmente anche su quanto programmato o resta ancora da programmare per rilanciare la Calabria.

L’allarme di Ance: «Bandi Pnrr con prezzi fuori mercato»

I cantieri che dovrebbero essere finanziati dai fondi Pnrr a rischio per l’impennata dai prezzi

Gli allarmi sullo stato di avanzamento del Pnrr provengono da diverse fonti.
Un grido forte è stato lanciato dall’Associazione nazionale dei costruttori (Ance) che, in un recentissimo report, ha segnalato i rischi legati all’incremento dei prezzi delle materie prime e dell’energia. Un’impennata che mette in dubbio il buon esito degli appalti nelle opere pubbliche finanziate con le risorse del Recovery. Ad esempio, scrivono dall’Ance, i bandi già pubblicati da Rfi per realizzare le infrastrutture hanno prezzi mediamente inferiori del 10-12% a quelli di mercato. Con il rischio concreto che una volta aggiudicati, le opere possano bloccarsi.
Un tema che interessa molto da vicino la Calabria, visto che con le risorse del Pnrr la regione si gioca una partita importante. Ad iniziare dall’alta velocità e dalle altre opere programmate da Rfi. Società responsabile di gran parte degli investimenti territorializzati in Calabria dal ministero delle Infrastrutture: oltre 1,419 miliardi di euro per la regione, senza contare la quota parte degli oltre 11 miliardi appunto finalizzata a realizzare l’alta velocità in Calabria.

Svimez: «Obiettivo 40% per il Sud ancora lontano»

Le somme destinate ai territori dal vari ministeri

Ma un altro allarme per lo stato di avanzamento del Piano, lo lancia la Svimez. Gli analisti dell’Associazione, infatti, segnalano ritardi nel trasferimento della quota del Pnrr da destinare al Mezzogiorno.
Per Svimez, in particolare, «l’obiettivo del 40% al Sud è ancora lontano». Passando a setaccio la prima relazione istruttoria del dipartimento per le Politiche di Coesione, il direttore dell’Associazione Luca Bianchi e il professor Carmelo Petraglia hanno sottolineato in dettaglio le criticità per altro sollevate dallo stesso ministero. Se alcuni Dicasteri, infatti, hanno onorato quel vincolo normativo. Altri sono ben lontani da aver provveduto a rispettarlo. Si tratta del ministero dello Sviluppo economico la cui quota dedicata al Mezzogiorno non raggiunge neppure il 25%. In particolare dei 24,237 miliardi con destinazione territorializzate, poco più di sei miliardi vanno al Sud.
Male anche il ministero del Turismo che dei 2,286 miliardi ha dedicato risorse per il Mezzogiorno pari a 654 milioni (28,6% del totale). «Nel complesso – scrivono Bianchi e Petraglia – risulta che, rispetto alla soglia minima del 40% (pari a 84,4 miliardi di euro), la fase di attuazione del Piano può avvalersi di un “margine di sicurezza” piuttosto limitato: 1,6 miliardi, appena 320 milioni di euro annui dal 2022 al 2026». Un dato che da solo «qualifica la “quota Sud” come un obiettivo che non sarà facile conseguire, a meno di non introdurre azioni correttive e di accompagnamento “in corsa”».
Risorse dunque che ancora non sono state trasferite o impegnate al Sud nei tempi programmati e rispettando la normativa che impone la regola del 40%.
Il dubbio che si solleva è «che per rispettare target e milestone da rendicontare in Europa, si debba sacrificare l’obiettivo del superamento dei divari territoriali che il governo italiano ha declinato, con l’impegno a destinare alle regioni del Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse con destinazione territoriale». Un rischio che avrebbe ripercussioni immediate e pesantissime, ovviamente anche per la Calabria.

La lentezza della macchina amministrativa

I ritardi accumulati dai Comuni calabresi nel rispondere al primo bando per la realizzazione e la manutenzione degli asili nido è l’esempio plastico dei rischi che corre la regione in tema di occasioni mancate nell’utilizzo delle risorse del Pnrr. Le richieste di finanziamenti da parte degli enti locali per quell’avviso non hanno superato nemmeno la metà dei fondi disponibili per la regione. A pesare l’organico ridotto ormai al lumicino nei Comuni – in dieci anni il numero di dipendenti è sceso di circa 8.500 – e la bassa qualificazione del personale in servizio: appena il 15% degli impiegati nei comuni è in possesso di una laurea. Mentre quattro dipendenti su dieci hanno un titolo inferiore al diploma.
Due aspetti che non fanno ben sperare sull’efficienza e sull’efficacia della macchina amministrativa calabrese a centrare gli obiettivi del pieno utilizzo delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Aiello: «Pnrr? La Calabria non può mancare l’obiettivo»

«Se falliremo oggi, la Calabria sarà destinata a collocarsi in un equilibrio di permanente sottosviluppo». È secca la riflessione di Francesco Aiello, docente di Politica Economica all’Università della Calabria, sull’eventuale cattiva gestione delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Nel giorno in cui OpenCalabria – portale di divulgazione economica regionale di cui il docente è fondatore – organizza a Catanzaro (assieme alla Svimez e a Banca centro Calabria) il confronto “Sud, Calabria e Pnrr” per “fare il punto” sullo stato attuale del Recovery plan, Aiello traccia i rischi del mancato utilizzo delle risorse Ue per l’economia calabrese e denuncia l’uso distorto della politica con una provocazione: «più imprenditori e meno portaborse», dice. Ma il docente dell’Unical lancia anche un messaggio di speranza: «esistono esempi concreti che dimostrano come sia possibile fare buona impresa anche in Calabria».  

Francesco Aiello, docente di Politica Economica all’Università della Calabria e fondatore di OpenCalabria

Professore, a che punto siamo nell’utilizzo in Calabria delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza?
«Difficile dirlo in questo momento, poiché superata la prima fase della regolamentazione nazionale del Pnrr e delle prime riforme, è da poco tempo che si è passati alla pubblicazione di bandi. Per esempio, tre bandi sono scaduti la settimana scorsa e sarà importante sapere il tasso di partecipazione dei Comuni calabresi. Si tratta di un primo bando per il trattamento e il riciclo dei rifiuti, di un secondo bando per valorizzare i beni confiscati alle mafie e, infine, di un bando per gli asili nido. È da notare che la scadenza di questi tre bandi è stata prorogata a fine Marzo 2022 per venire incontro alla richiesta dei comuni del Mezzogiorno d’Italia che hanno palesato la difficoltà di presentare progetti di qualità in tempi rapidi. Sul bando di economia circolare – ossia quello relativo al trattamento e al riciclo dei rifiuti – la somma disponibile è pari a 2,1 miliardi di euro e a metà febbraio le domande provenienti dai Comuni delle regioni Centro-settentrionali erano pari a 1,5 miliardi di euro. Oltre a questi tre bandi che vedono i Comuni come soggetti attuatori, un altro bando scaduto a fine marzo è quello a favore del turismo che attraverso il cosiddetto superbonus hotel 80% (dal credito di imposta fino all’80% per spese finalizzate alla riqualificazione edilizia delle strutture) mira a riqualificare la ricettività turistica. In questo caso, sarà importante capire quante strutture calabresi parteciperanno alla ripartizione del 40% delle somme destinate al Mezzogiorno. È evidente che la modernizzazione del settore turistico calabrese deve necessariamente passare anche dalla messa in sicurezza delle strutture e dalla realizzazione di investimenti di efficientamento energetico su cui punta il bando. Vedremo».

Intravede criticità che possono compromettere il pieno utilizzo delle risorse del Pnrr nella regione?
«Se facciamo riferimento alle azioni del Pnrr che avranno come soggetto attuatore le amministrazioni periferiche (Regione, Provincia, Comuni e enti della sanità), le criticità di cui si discute in Calabria si riscontrano in tutte le altre regioni del Mezzogiorno d’Italia, ma da noi sono presenti con maggiori intensità. Un esempio? Nel 2018, la percentuale di dipendenti delle Amministrazioni locali che hanno seguito corsi di formazione ICT sul totale dei dipendenti è pari a 6,4% in Calabria contro la media nazionale del 9,5%, con picchi in Trentino Alto Adige (33,8%) e Friuli Venezia Giulia (24,8%). È un semplice indicatore (tra i tanti che si possono considerare) che mostra come al nastro di partenza dei bandi Pnrr si arrivi con una capacità amministrativa degli enti periferici di rispondere ed aderire ai bandi che è diversa da regione a regione. Se i bandi sono su base competitiva – ossia si selezionano le proposte migliori – è possibile che la ripartizione effettiva dei fondi sarà sbilanciata a favore delle amministrazioni che hanno una maggiore capacità amministrativa per aderire al bando, con proposte competitive e rispettando i tempi ristretti delle procedure Pnrr. È un tema su cui si sta discutendo a Roma perché mette a rischio la quota del 40% dei fondi da destinare al Sud».

La Calabria sconta diversi gap sia in termini di sviluppo economico sia di differenze sociali ed infrastrutturali con il resto del Paese. Ora le risorse ci sono per provare ad invertire la rotta?
«Tra qualche anno non potremo certamente dire che l’eventuale persistenza della stagnazione del nostro sistema economico regionale sia legato alla mancanza di risorse pubbliche e di assenza di interventi. Non potremo più lamentarci. La responsabilità non sarà degli “altri”, ma sarà tutta interna alla nostra regione, perché la quantità di denaro che arriverà nei prossimi 5/6 anni è ragguardevole (circa 10 miliardi di euro considerando anche la nuova programmazione 2021-2027) e sarà una responsabilità storica di chi oggi governa Regione, Province, Comuni che dovranno rimuovere gli ostacoli strutturali allo sviluppo e lavorare per alzare il livello qualitativo dei servizi pubblici essenziali (trasporti, depurazione e gestione rifiuti, servizi idrici, sanità, edilizia scolastica). Occorre anche monitorare che le riforme nazionali con ricadute territoriali (si pensi alla riforma della Giustizia e al funzionamento dei Tribunali) siano attuate in modo efficace al fine di annullare le innumerevoli distanze di variabili di contesto che rendono poco attrattiva la nostra regione e impediscono, di conseguenza, di innescare duraturi, massivi e autonomi processi di sviluppo».

Quali sono gli obiettivi minimi da centrare con quelle somme per riuscire a ridurre i divari?
«L’obiettivo minimo è semplice da identificare, ma difficile da attuare: a regime (a partire dal 2026?) l’intervento pubblico dovrà essere limitato all’offerta di servizi di qualità, in modo tale che a valle lo sviluppo sia generato dalle imprese. Bisogna invertire la convinzione collettiva che tutto dipenda dalle amministrazioni pubbliche (Cittadella di Germaneto in primis nell’immaginario del calabrese medio) quando la missione di queste ultime è ben definita: offrire servizi pubblici di qualità. In questa regione, invece, il modello di riferimento è da decenni un altro: pensiamo alla Regione Calabria come ad un’impresa che crea occupazione e reddito, tramite, per esempio, il finanziamento di progetti improduttivi e temporanei o la ridistribuzione di ricchezza attraverso incarichi e consulenze varie a bassissimo valore aggiunto. Un falso storico. Risorse pubbliche sprecate. Occorre pretendere che il pubblico faccia il proprio mestiere, ma questo richiede anche che in Regione si avvii una nuova stagione durante la quale emerga una nuova domanda di sviluppo sociale. Sono anni importanti, quindi, perché se falliremo oggi, la Calabria sarà destinata a collocarsi in un equilibrio di permanente sottosviluppo. Per nostra responsabilità, aggiungo. Sia di coloro che offrono politiche, sia dei calabresi che devono collettivamente pretendere di più».

Perché per una regione che sembra in ritardo su diversi fronti, dovrebbe essere importante recuperare il divario digitale?
«Attualmente la regione sconta ragguardevoli ritardi digitali, sia in termini di infrastrutture che di competenze digitali dei residenti. Per la Calabria, recuperare il digital divide diventa cruciale perché consentirebbe di adeguarsi, per esempio, all’ammodernamento della pubblica amministrazione locale indotto dal Pnrr con effetti non banali in termini di efficienza nell’offerta dei servizi pubblici e, quindi, di qualità della vita dei residenti. La digitalizzazione è fonte di vantaggi anche per le imprese, poiché l’apporto innovativo di questa transizione consentirebbe di ridurre i costi di produzione aziendali, migliorare la qualità dei beni e dei servizi privati e di intercettare nuovi mercati che altrimenti non sarebbero raggiungibili. Gli effetti della spinta all’innovazione li vediamo già nelle esperienze produttive calabresi che digitalizzando i processi di acquisizione delle materie prime, trasformazione, produzione e commercializzazione hanno raggiunto livelli di produttività comparabili a quelli di altre imprese simili localizzate nel resto del Paese. Nonostante tutto. La questione chiave è che sono esperienze sì di successo, ma rare, in settori diversificati e geograficamente disperse nel territorio regionale. Tuttavia, sono esempi da studiare, capire e possibilmente replicare in tutta la regione, poiché segnalano che è possibile fare impresa anche in Calabria. Esempi da moltiplicare in quanto la crescita economica è intrinsecamente legata alla densità imprenditoriale di un territorio, ossia alla presenza massiva di imprese che sanno camminare sui mercati in modo autonomo. Il Pnrr, la Regione Calabria, l’apparato pubblico-istituzionale devono limitarsi a creare le premesse dello sviluppo che è il mestiere delle imprese. In estrema sintesi, potremmo dire che dobbiamo lavorare per affermare in Calabria le seguenti regole di base: meno Cittadella di Germaneto, più mercato. Meno portaborse, più imprenditori veri. Meno lavori precari, più occupazione stabile in settori a domanda dinamica. Sono semplici regole che se applicate consentiranno nel medio periodo alla Calabria di uscire dalla trappola della povertà cui sarà inesorabilmente destinata in assenza di shock strutturali. Dobbiamo essere in grado di cogliere le opportunità del Pnrr che ha come missione quella di introdurre innumerevoli shock anche nella nostra regione.  Ora o mai più». (r.desanto@corrierecal.it)

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